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GOLDA MEIR

Giugno 1969. Sono passati appena due anni dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele ha schiacciato in sei giorni tre eserciti arabi coalizzati – Egitto, Siria e Giordania – e da allora tiene sotto controllo Gerusalemme Est, la Cisgiordania, Gaza, il Golan e il Sinai. È in questo contesto che Golda Meir, prima ministra israeliana, rilascia al Sunday Times un’intervista destinata a entrare nella storia e a incendiare dibattiti per i decenni a venire. La frase che fece scalpore fu netta: «Non esiste un popolo palestinese distinto tra tutti i palestinesi che vivono in Giordania». Non era una boutade né un’uscita improvvisata. Era l’espressione di una convinzione radicata in gran parte della leadership israeliana dell’epoca: i cosiddetti palestinesi erano arabi, parte integrante del mondo arabo, soprattutto giordani. Non a caso, dopo il 1948, la Cisgiordania era stata annessa alla Giordania di re Hussein, e gli abitanti avevano ottenuto la cittadinanza giordana. Niente “Stato palestinese”, niente “indipendenza”, niente “autodeterminazione”: semplicemente un’integrazione nel regno hashemita. Meir incalzava: se davvero si sentivano un popolo distinto, perché non crearono uno Stato accanto alla Giordania prima del 1967? Perché non costruirono istituzioni proprie, una rappresentanza politica separata, un esercito o un governo? La risposta, implicita ma devastante, era chiara: non lo fecero perché non si percepivano come una nazione autonoma. Ed ecco la contraddizione che da allora continua a generare bufale, slogan e false coscienze. Dal 1967 in poi, improvvisamente, l’identità palestinese esplode. L’OLP di Arafat prende il controllo della narrativa, e l’Occidente liberale abbraccia il mito romantico del “popolo senza terra” oppresso dal “colonizzatore israeliano”. Un ribaltamento fulmineo: fino al giorno prima erano cittadini giordani; dal giorno dopo diventano il simbolo della lotta mondiale per l’autodeterminazione. La verità storica è più scomoda di quanto si insegni nelle università. Nel 1947 l’ONU votò un piano di partizione: uno Stato ebraico e uno arabo. Gli ebrei accettarono, gli arabi rifiutarono e attaccarono. Persero. Risultato: nessuno Stato arabo-palestinese nacque. Dal 1948 al 1967, i territori che oggi chiamiamo “palestinesi” erano sotto pieno controllo arabo – Gaza amministrata dall’Egitto, Cisgiordania annessa dalla Giordania. In quel ventennio, nessuno gridava alla “liberazione della Palestina” in senso di Stato indipendente: la retorica parlava solo di distruggere Israele. Eppure, dopo il 1967, la narrazione cambia. La sconfitta araba diventa la culla di un’identità reinventata. Nasce il mito del rifugiato eterno, alimentato dall’UNRWA che congela lo status di “profugo” per generazioni intere, trasformandolo in identità politica. Si costruisce la leggenda della “Nakba” come trauma fondativo, ignorando che gran parte delle popolazioni arabe fuggirono seguendo gli ordini dei propri leader che promettevano un ritorno trionfale dopo la distruzione degli ebrei. Golda Meir, con la sua brutalità politica, metteva il dito nella piaga: se davvero esistesse da sempre un popolo palestinese distinto, dove erano le sue istituzioni tra il 1948 e il 1967? Perché non si ribellò contro il dominio giordano o egiziano? Perché la loro rivendicazione di indipendenza nasce solo quando Israele assume il controllo dei territori? Le piazze occidentali e i campus universitari preferiscono sorvolare su queste contraddizioni. È più comodo evocare Israele come “colonialista” che ricordare che nessuno Stato palestinese fu mai proclamato né sotto mandato britannico, né sotto dominio giordano, né sotto controllo egiziano. È più facile gridare allo “sterminio” che ammettere il ruolo devastante delle leadership arabe, che usarono i palestinesi come carne da propaganda, impedendo ogni reale processo di integrazione o sviluppo. Il paradosso è che oggi, a più di cinquant’anni da quelle parole, lo slogan “Free Palestine” è diventato un marchio globale, mentre l’analisi storica resta un tabù. Nei talk show, nei cortei, nei documenti accademici raramente si ricorda che la stessa Giordania espulse l’OLP nel 1970 (Settembre Nero), massacrando migliaia di palestinesi. Raramente si sottolinea che i paesi arabi, pur difendendo la causa a parole, non hanno mai voluto naturalizzare i profughi, preferendo mantenerli in campi perenni come arma politica. Le parole di Golda Meir non erano un atto di negazione etnica, ma una provocazione politica: non siete stati un popolo distinto, vi siete definiti tali solo dopo che la guerra ha cambiato gli equilibri. E quel nodo non è mai stato sciolto. Le bufale nate nel 1967 – la “Palestina storica”, il “popolo eterno senza terra”, la “colpa unica di Israele” – continuano a sventolare come bandiere vuote nelle piazze europee e americane. La verità resta intatta: l’identità palestinese, così come la conosciamo oggi, è un prodotto politico recente, nato nel crocevia della sconfitta araba e della vittoria israeliana. Un’identità costruita sul rifiuto, più che sulla creazione. Una identità che ancora oggi, tra slogan e manifesti, vive più di odio che di progetto.

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