martedì 31 dicembre 2024

Ho smesso di scrivere in rete, tutti i blog aperti e visibili hanno un filtro strettissimo oppure sono "dedicati" a pochissime persone: non è questo il modo di fare blog, lo so, lo sai. Quando accade di buttar giù qualcosa di nuovo è sempre a a causa di un evento eccezionale, di un interlocutore particolare.. in quel caso invece di scrivere un post personale mio scrivo un commento o una risposta. Tutto resta per fortuna confinato in un grande riserbo senza strilli, polemiche sciocche, sottintesi pruriginosi e minchiate di questo tipo. Tutto somiglia di più ad un libro e al cartaceo da cui naturalmente sono nato. I linguaggi corporei sono diversi vivaddio, i flussi ormonali anche, le dinamiche mentali a volte viaggiano a distanze stellari, tuttavia l'universo ci comprende tutti, la distanza in questa logica non conta e se non ci fosse non ci sarebbe vita. Dobbiamo considerarlo sempre e per sempre: è una sfida, una guerra, una ricerca inutile, una battaglia persa? E' una curva affascinante la cui risposta non avremo mai. Ma possiamo scriverne uomini e donne e questo è veramente il segreto. Quando dopo altre vite sono tornato al campo lungo e ho lasciato da parte lo zoom ho visto un’altra immagine: ho visto che l’amore comunque mi sorrideva bellissimo e ingiusto nella sua dimensione aliena al tempo e alle mode. In campo lungo l’amore non finisce mai, è come se ci fosse sempre stato ed io nuoto dentro il mare in cui mi tuffai tanto tempo fa cosciente che vi annegherò, consapevole, dentro. La nostra vita inciampa quando ne incontra un'altra pregnante all'improvviso. E te ne rendi conto subito. La caduta è un abbandono magico all'inizio, può diventare una frattura insanabile dopo. In ogni caso non la potrai dimenticare. Il caso dirige il tutto ma esistono anche margini di intervento personali: puoi usarli o farti trasportare dagli eventi ma non esiste modo di conoscerne l'epilogo ( per fortuna). Il filo rosso di cui parliamo esiste, non tutti lo afferrano... Molti lo temono... Altri preferiscono viverci ai margini. Ma il filo se lo prendi dà sempre un senso vero all'esistenza. Non c'è un do ut des in questi casi, c'è solo un'esaltazione, un rammarico, un feroce ricordo, un segno indelebile con il quale fare i conti, l'anima che fugge ti strappa comunque una parte di te... Non potrebbe essere altrimenti ma siamo veramente disposti a farne a meno a priori? Questa è la mia esperienza e ad essa debbo ciò che sono. Io non ho voluto niente, ho seguito il mio istinto, la mia natura che mi ha condotto a te. Spero solo che la scrittura almeno con te mi salvi dal caos in cui rischio di precipitare. E certamente sono molto più fragile di ieri, prima avevo ancora un minimo di buona fiducia nel tempo semplicemente perchè c'era ancora tempo! Ora non più, ora sono in una gabbia stretta, restarci dentro per sopravvivere stancamente oppure rompere le sbarre e andare a morire altrove. La solitudine resterebbe la stessa. Perchè non esiste una connessione diretta e immediata tra la mia testa e la mia mano che scrive, qualcosa su cui tu poggiandoci sopra il viso possa sentire tutto, proprio tutto. Ti invio una musica, la canzone che sto ascoltando ora, il sentimento di adesso. Domani è troppo oltre, domani non esiste più da anni.

lunedì 30 dicembre 2024

Ospedale

In un reparto ospedaliero è difficile non pensare alla fine che si avvicina; certo esistono i cellulari, nostri maledetti compagni dei giorni, sono loro a tenerti in contatto col mondo nonostante tutto. Nonostante i ricordi, le sconfitte...le speranze che possa essere diversa ogni cosa.

Da qui non è possibile costruire granchè del mondo virtuale, quello reale è fin troppo presente. Da qui, da questi giorni l'unica cosa che sono riuscito a programmare sono i prossimi articoli per il prossimo anno: brevi, secchi, personalissimi. scritti dal profondo e come tali probabilmente poco comprensibili. Erano pronti per un futuro sintatticamente più ampio ma sono rimasti così ( per ora) affilati come i bisturi che hanno inciso la mia vita. Ciao Surfinia

martedì 10 dicembre 2024

Gran parte

Affermare che nel mio blog è presente la gran parte del mio mondo non è una battuta: chi mi legge mi legge dentro; è un rischio ( non calcolato) ma è così. La scomparsa dell'autore non implica quella del suo mondo intellettuale ma oggi al netto di qualsiasi discussione finalmente io sono fuori discussione. Non ci sono riuscito con pervicace volontà, figuriamoci se ne ero capace, è accaduto in modo fisiologico: così un momento prima di decidere una chiusura programmata mi è arrivata dalla vita una comunicazione di “fine corsa”. Francamente credo che il cammino sia segnato e in fondo non mi dispiace, scrivo e mi incazzo mille volte al giorno, ho un nodo qui dentro che si scioglie solo così compulsivamente per un breve istante davanti alla fila ordinata di questi segni neri su fondo bianco. Io sono stanco di discorsi memorabili, di contorsioni storiche per adeguare il proposito enunciato alla sua mancata attuazione. Sono stanco di questo paese e di molti suoi orpelli (anche la blogosfera lo sta diventando) sono stufo e nauseato anche di aver scritto quello che state leggendo. Io non ho praticamente più nulla cui attaccarmi ma non so come, rimango italiano: così come leggete, senza una vera speranza, con una tastiera, la lingua che conosco e tutto il resto. Sarò franco: per questa Repubblica ho ormai un interesse molto limitato, è andato progressivamente decrescendo negli ultimi 20 anni e recentemente si è ulteriormente ridotto.

Prezzo pagato

Si nasce aperti ma si può morire chiusi, molti preferiscono darsi un’apparenza di apertura posticcia che incredibilmente funziona in società, nel web ancora meglio perché si canta la stessa canzone di felicità tutti assieme, tutti meravigliosamente ipnotizzati e falsi. Io non ho niente da insegnare a nessuno, sono un solitario senza speranza che ha avuto la felicità fra le mani per un breve istante molto tempo fa e non lo ha mai dimenticato per sopravvivere anche alla mediocrità di se stesso. Il mio scrivere fa parte di tale modo di vivere ma il prezzo pagato, in tutti i sensi, è altissimo.

domenica 8 dicembre 2024

Incapace

Non sono mai stato capace di indirizzare le mie forze, i miei istinti verso qualcosa di concreto, qualcosa che mi potesse salvare veramente dall'erosione esistenziale che già cominciava a sgretolarmi a 20 anni! Uno sciocco dalla sintassi esemplare! Un nullafacente dalla cultura esplosiva e dalla capacità fortissima di non tenere niente di solido tra le mani.

venerdì 6 dicembre 2024

Il blog è lì, mi rappresenta, non posso disquisire io sulla mia letteratura, sulla sua effettiva validità. Io quando scrivo sono fuori da tutto, non scrivo per nessuno in particolare apro il cuore e l’intelletto e mi lascio andare. Scrivere è la mia libertà non la baratterò con niente altro al mondo vorrei fosse anche quella di chi mi legge nell’attimo perenne dello sguardo che passa sulle parole. Ero così già a dieci anni, solo mia madre lo aveva capito, a lei riusciva facile seguire il filo che si dipanava dai miei occhi di bambino alla grande libreria di casa.
Se in questi anni a seguito dei miei post ci fosse stato un vero interloquio, commenti che mi avessero dato l’opportunità di sviluppare un discorso più ampio centrato sullo scritto allora sarei rimasto, avrei avuto uno stimolo in più. Ma così il discorso è da ritenersi chiuso.
La religione islamica è nata 622 anni dopo la nascita del Cristo, circa 3 secoli dopo che il cristianesimo era diventato la religione ufficiale del più vasto impero del mondo allora conosciuto, l’impero romano. Non ci vuole molto per capire che l’islam presenta caratteristiche teologiche prese a prestito dalle due altre grandi religioni monoteiste, cristianesimo e ebraismo. Ma la religione ebraica è molto più antica delle altre due: il sincretismo non è certo una novità, non lo è per gli argomenti religiosi ne per quelli filosofici e ideologici. Si copia e si mistifica da sempre, il genere umano copia, include ed esclude, finge di inventare cose nuove spacciandole per originali e contemporaneamente prova a diffondere il nuovo verbo ovunque. Con le buone o con le cattive, tranne poche eccezioni
L’ebraismo ha un’origine antichissima, circa 4mila anni fa, distinta fondamentalmente in due periodi, quello antecedente il giudaismo ( 586 AC) e quello seguente ( giudaico fino al 70 dC). La sua storia affonda nei primordi della civiltà umana con i patriarchi Abramo, Giacobbe, Isacco e termina apparentemente con l’ebraismo rabbinico dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme in epoca romana nel 70 DC. Da allora ha inizio la diaspora del popolo ebreo che si spande ovunque nel mondo; dopo il 133 DC gli ebrei lasciano per sempre il territorio su cui oggi da decenni si combatte una guerra sanguinosa, la Palestina: la stessa terra su cui camminò Cristo e predicò la religione nuova e secondo i cristiani definitiva
L’Islam è un blocco unico nonostante le differenze cui ho accennato prima: a parte le grandi differenze rispetto a cristianesimo e ebraismo nella gestione del credo, l’islam ha nella sua radicalità ideologica la sua più grande forza. E’ semplice, comodo ( per la parte maschile dell’Umanità) schematico, non si pone dubbi nei rapporti col potere politico per il semplice fatto che per esso la legge dello stato è esattamente quella religiosa. Si chiama sharia ed è ovunque diffusa ovunque l’islam sia presente. Essa prevede una serie di regole che devono essere applicate nella vita quotidiana a scanso di pene severe ( altro che ateismo o laicismo), i paesi musulmani hanno tutti una caratteristica comune, anzi due, sono teocratici e chiaramente imperialisti (l’occidente lo è in modo più subdolo).
L’antisionismo che sembrava defunto dopo la caduta del terzo reich e che rinasce più corposo e violento in questi anni, dà ragione allo stato ebraico e accusa tutti noi che cerchiamo disperatamente di restare fuori dalla battaglia. Il mio cupo pessimismo nasce dalla realtà dei fatti e dal timore incombente di un antico detto, crudo e sanguinoso. Muoia Sansone con tutti i Filistei e siamo tutti carne da macello, tutti schierati da qualche parte tranne che da quella dell’umanità che su questo pianeta non riesce a vivere se non sparandosi addosso.
Puoi discutere e cercare un accordo o un compromesso con interlocutori di linguaggio simile; non puoi ipotizzare il sogno “due popoli due stati” se hai di fronte chi ha un solo desiderio, cancellarti dalla carta geografica! A cosa e a chi serve anche in Europa nasconderselo? A cosa serve dimenticare che dalla violenza nasce solo altra violenza? Israele difende la sua esistenza attaccando e reagendo violentemente da decenni agli attacchi che gli vengono portati, uccide dopo essere stato ucciso, massacra dopo essere stato massacrato, non intenderà mai mezze misure poiché non si fida.

mercoledì 2 ottobre 2024

ESTINZIONI IN CORSO -


Non legge più nessuno! Le righe ammesse dal nuovo galateo sono poche, sui Social ancora meno; devi far finta di dire in un flash rimandando a improbabili approfondimenti la piena comprensione della tua opinione. Stanno scomparendo sintassi, grammatica e punteggiatura, appresso a loro se ne vanno anche la civiltà del dire e pensare, sono i nuovi passeggeri degli elicotteri che faranno la spola tra la tristezza di viverci così e un nuovo ordine nel quale io per fortuna vivrò per poco tempo. L’incomprensione nasce dalla confusione, professore, siamo noi, gli oggetti del potere, a non riuscire a fissare alcun concetto… 
il potere ha le idee chiarissime.

domenica 16 giugno 2024

Il significato di una parola

È incredibile come il destino dei leaderini delle nazioni musulmane che desideravano cancellare dalle cartine geografiche lo Stato ebraico (ma vale anche per quelli delle organizzazioni terroristiche) sia sempre lo stesso. 
Fanno i fenomeni, grandi proclami, piazze piene, minacciano, Allah è grande, massacrano (innanzitutto la loro gente), attaccano Israele. Ottengono qualche "strepitoso" successo iniziale, tipo massacrare a colpi di kalashnikov 1200 persone disarmate colte di sorpresa. E poi perdono. Immancabilmente. In maniera netta e umiliante. 
A quel punto comincia la fase due: richiesta di tregue, richiesta di colloqui, richieste di negoziati, richiesta di "diritti al ritorno", fake-news a pioggia e così via. Più le prendono e più avanzano richieste. E più avanzano richieste e più meriterebbero schiaffi in faccia. Si nascondono sotto terra, vigliacchi ed egoisti, e poi scappano, voltando le spalle a quelli ai quali fino al giorno prima avevano imposto fedeltà assoluta, pena la morte. Alcuni ci riescono, altri no. Fine, avanti il prossimo. 
Non imparano nemmeno dalla loro storia, una storia di sonore umiliazioni, per lo più cominciate tutte, in epoca recente, nella stessa maniera: una tempesta dal cielo. Non alzano mai gli occhi al cielo, nemmeno quando pregano, la loro religione (islam) ha un significato preciso (sottomissione): il loro orizzonte, fisico ma anche culturale, è la sabbia del deserto. Vorrebbero rubare la Terra agli ebrei, ma non sono nemmeno in grado di controllare i loro cieli. Se fosse esistita l'aviazione ai tempi di Maometto, che mondo sarebbe quello di oggi?

martedì 21 maggio 2024

La deriva mercantile della democrazia

Negli ultimi anni, osservando l'evoluzione dei sistemi democratici, emerge un fenomeno sempre più preoccupante: la mercificazione della politica. L'idea che il consenso si costruisca come si costruisce il successo di un prodotto commerciale — studiando gusti, tendenze, bisogni superficiali — sta svuotando la democrazia della sua funzione più nobile. Ho letto tempo fa un saggio che analizzava con lucidità questa trasformazione: la logica della domanda e dell'offerta, un tempo confinata ai mercati economici, ha ormai colonizzato il mercato elettorale. I partiti, anziché orientare l'opinione pubblica con idee solide e visioni di lungo periodo, si sono trasformati in fornitori di prodotti politici, modellando il proprio messaggio in base ai sondaggi e alle emozioni immediate dell'elettorato. È la logica della politica del polling: governare non più per convinzione, ma per convenienza, inseguendo i dati, non i principi. Questa deriva riduce la democrazia a una transazione commerciale, ne svilisce il ruolo educativo e la svuota della sua funzione trasformativa. La politica dovrebbe guidare, non limitarsi a inseguire. Il caso italiano: populismo e antisemitismo come "prodotti" elettorali Un esempio emblematico di questa tendenza si osserva nel panorama politico italiano. Basti pensare all'ascesa di Giuseppe Conte, che ha saputo cavalcare con abilità l'onda del populismo, trasformandosi da tecnico di governo a interprete — o, forse, specchio — degli umori più viscerali del paese. Sempre più spesso, nel suo repertorio retorico, compaiono toni ambigui, ammiccamenti a pulsioni antisistema e l'antisemitismo. Non si tratta di scivoloni isolati, ma del sintomo di una dinamica globale: i leader non correggono più le derive più pericolose dell'elettorato, ma le assecondano. In nome del consenso. Eppure, un partito o un leader che ambiscano a operare per il bene del paese dovrebbero avere il coraggio di resistere a questa logica opportunistica. Dovrebbero saper dire no anche quando il sì conviene alle urne, ma tradisce i valori. Il PD e la rincorsa sterile ai 5 Stelle: una crisi di identità Emblematica, in questo senso, è anche la crisi identitaria del Partito Democratico. Di fronte all'avanzata dei populismi, il PD sembra incapace di offrire una rotta autonoma e riconoscibile. Al contrario, si lascia tentare dalla rincorsa ai 5 Stelle, adottando spesso il loro linguaggio, inseguendo le loro battaglie, perdendo per strada coerenza e visione. Questa strategia difensiva non solo indebolisce la credibilità del PD, ma alimenta la percezione che la politica sia un gioco di posizionamenti tattici, senza principi né progettualità. E quando anche chi dovrebbe rappresentare un'alternativa si piega alla logica del marketing elettorale, lo spazio per un vero confronto sulle idee si restringe sempre più. Invertire questa deriva non è semplice, ma è necessario. Occorre ripensare radicalmente il rapporto tra leadership e cittadini. La politica non può ridursi a un supermercato del consenso, dove si acquistano slogan a basso costo e si barattano valori in cambio di qualche punto nei sondaggi. I partiti devono tornare a essere scuole di democrazia, luoghi di formazione civile e politica, capaci di educare, ispirare e coltivare il pensiero critico. Solo così si potrà restituire dignità al dibattito pubblico e ricostruire un senso autentico di partecipazione democratica. Non si tratta di essere meno moderni, ma di essere meno superficiali. Di preferire la sostanza alla confezione. Di tornare, in una parola, a fare politica, non marketing.

lunedì 20 maggio 2024

Non li vuole nessuno

Perchè i Paesi arabi hanno scaricato i palestinesi e lasciato Israele con il cerino in mano? Accolti in nome della solidarietà panaraba, poi rigettati come elemento destabilizzante. Dalla Giordania al Kuwait, dal Libano alla Siria, i palestinesi sono stati prima ospitati, poi emarginati o espulsi. Una storia di sospetto, conflitti interni e fratture geopolitiche. 
Il conflitto israelo-palestinese è da decenni al centro della retorica panaraba. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, le bandiere issate e gli appelli alla liberazione, si nasconde una verità meno comoda: il mondo arabo non ha mai veramente integrato i palestinesi. E spesso li ha espulsi. 
Lo ha fatto in modo brutale, come in Giordania durante il Settembre Nero del 1970. Lo ha fatto in modo sistematico, come in Kuwait dopo la guerra del Golfo. Lo ha fatto in modo strisciante, come in Libano, confinandoli per decenni nei campi profughi sotto sorveglianza. La causa palestinese, simbolo di unità regionale, si è trasformata per molti governi arabi in un fattore di destabilizzazione interna, una minaccia da tenere a distanza. 
I “fratelli” sono diventati ospiti scomodi, e la solidarietà si è sciolta davanti al rischio del caos. 
Kuwait: la frattura del 1990 - Tra gli anni Cinquanta e Ottanta, il Kuwait è tra i Paesi che più accolgono i palestinesi: decine di migliaia trovano lavoro, soprattutto nei settori dell’istruzione, dell’amministrazione e dell’industria petrolifera. Ma tutto cambia nel 1990, con l’invasione del Paese da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Mentre la comunità internazionale condanna l’aggressione, la leadership palestinese – guidata da Yasser Arafat – si schiera con Saddam. Un errore politico disastroso. Al termine della guerra, il Kuwait espelle circa 200.000 palestinesi, considerati collettivamente responsabili di quel “tradimento”. Licenziamenti di massa, chiusura di scuole, rifiuto dei visti: un’epurazione silenziosa, ma capillare. 
Giordania: Settembre Nero - Anche la Giordania aveva aperto le porte ai palestinesi dopo la Nakba del 1948. Non solo li aveva ospitati, ma aveva concesso loro la cittadinanza, integrandoli nel tessuto sociale. Per anni, l’equilibrio aveva retto. Fino a quando l’OLP, fondata proprio in terra giordana nel 1964, iniziò a comportarsi da Stato nello Stato. L’organizzazione armata lanciava operazioni contro Israele dal territorio giordano, costruiva scuole, ospedali, servizi autonomi, e iniziava persino a sfidare apertamente la monarchia hashemita. La crisi esplose nel 1970, quando membri dell’OLP dirottarono tre aerei civili e li portarono in Giordania, facendoli esplodere dopo aver sequestrato i passeggeri. Il re Hussein rispose con l’esercito: fu guerra aperta. Migliaia di miliziani palestinesi furono uccisi, l’OLP venne cacciata con la forza, e la fiducia tra Amman e i rappresentanti palestinesi si spezzò per sempre. 
Libano: l’integrazione impossibile - Dopo la cacciata dalla Giordania, molti palestinesi e la stessa OLP trovarono rifugio in Libano. Anche qui, però, la presenza palestinese si trasformò presto in fattore di conflitto. L’OLP si armò, si inserì nel delicatissimo equilibrio settario del Paese, e contribuì a far esplodere la guerra civile libanese (1975–1990). Durante quel periodo, i campi profughi palestinesi divennero roccaforti militari, da cui partivano operazioni contro Israele e scontri con le milizie cristiane. L’invasione israeliana del 1982, con la strage di Sabra e Shatila, fu l’epilogo tragico di una presenza che non era mai stata realmente integrata. Ancora oggi, i palestinesi in Libano non hanno diritto alla cittadinanza, non possono accedere a numerose professioni, e vivono in condizioni di segregazione in campi gestiti da milizie o autorità locali. Muri invisibili, ma invalicabili 
Accanto ai casi emblematici di Kuwait, Giordania e Libano, altri Paesi arabi hanno mantenuto un’accoglienza di facciata, dissimulando dietro dichiarazioni di solidarietà una realtà ben più rigida. 
In Arabia Saudita, i palestinesi sono accettati solo come lavoratori temporanei, senza possibilità di integrazione o cittadinanza, mantenuti in una condizione di precarietà cronica. 
In Siria, il campo di Yarmouk – un tempo considerato la “capitale dei palestinesi in esilio” – è stato spazzato via dalla guerra civile, con la popolazione dispersa e abbandonata. 
In Egitto, il muro è più sottile, ma forse ancora più invalicabile: i palestinesi sono trattati come ospiti controllati, in particolare quelli di Gaza. Il valico di Rafah è sigillato per gran parte dell’anno, e il regime egiziano rifiuta ogni ipotesi di reinsediamento massiccio, temendo un'escalation nel Sinai e non volendo diventare la soluzione finale del problema palestinese. La presenza di Hamas – considerata una diramazione dei Fratelli Musulmani, nemico interno del regime di al-Sisi – rende ogni apertura un rischio politico e militare inaccettabile. Il risultato è ovunque lo stesso: muri invisibili, ma invalicabili, fatti di leggi, diffidenze, silenzi e confini chiusi. Una solidarietà araba a geometria variabile, dove l’accoglienza si ferma al microfono, ma non oltre i check-point. 
Quello che emerge è un dato chiaro: il mondo arabo ha alzato muri attorno alla questione palestinese, non sempre di cemento, ma politici, legali, sociali e culturali. Una causa sacrificata La questione israelo-palestinese ha avuto un ruolo centrale in questo processo. Per decenni, i leader palestinesi hanno cercato alleanze nel mondo arabo per portare avanti la loro lotta. Ma l’utilizzo del territorio arabo come base per azioni armate ha finito per compromettere la fiducia con i governi ospitanti, preoccupati di attirare ritorsioni israeliane o rivolte interne. Con il tempo, molti Stati arabi hanno preferito normalizzare i rapporti con Israele, come nel caso degli Accordi di Abramo, lasciando la questione palestinese sullo sfondo. I palestinesi, da simbolo della resistenza, sono diventati un problema da contenere. Oggi, milioni di palestinesi vivono ancora in campi profughi nei Paesi arabi, senza cittadinanza, senza diritti, senza futuro. Non più solo vittime dell’occupazione israeliana, ma anche di un sistema arabo che li ha usati politicamente, e poi abbandonati. La causa palestinese non è morta. Ma è stata silenziata, svuotata, messa ai margini. E non sempre dai nemici dichiarati. Spesso, anche dai “fratelli”. 
Il paradosso finale: chi ha aperto di più, ha pagato il prezzo più alto Alla fine, il vero paradosso è questo: Israele, il vicino che più di tutti ha aperto le porte ai palestinesi – per lavoro, per assistenza medica, per relazioni economiche e civili – è anche quello che ha pagato il prezzo più alto. Mentre molti Paesi arabi hanno eretto muri politici e culturali, tenendoli a distanza in nome della stabilità, Israele ha convissuto direttamente con Gaza, con Cisgiordania, con la complessità della questione palestinese. E da quella vicinanza sono venuti anche gli attacchi, le infiltrazioni, il terrorismo, le guerre cicliche. Chi ha chiuso li ha evitati. Chi li ha accolti, ha vissuto le conseguenze. Una lezione amara, ma chiara: non sempre la solidarietà, o la convivenza, vengono ricambiate con la pace. E in un Medio Oriente che si ricompone senza la Palestina al centro, Israele resta l’unico attore a fronteggiare ogni giorno un problema che gli altri hanno scelto semplicemente di ignorare. Israele ha aperto, altri hanno chiuso. E chi ha chiuso, ha evitato problemi. Israele, invece, ha pagato.

venerdì 3 maggio 2024

CASSIBILE -


Cassibile è una strada lunga e diritta come una spada che taglia in due la campagna a sud di Siracusa, un rettilineo che sembra non voler mai finire, immerso fra ulivi, viti e agrumi; il mare non è lontano e se ne avverte il respiro nell’aria. C’è quasi sempre un luminoso chiarore proprio a sud, là dove l’ultimo promontorio siciliano sprofonda nel mare ad una latitudine inferiore a quella della Tunisia. Cassibile è il monumento che la storia ha eretto a un momento di cinica “differenziazione” del divenire delle vicende italiane; l’armistizio firmato in queste campagne l’8 settembre del 1943 ha separato in modo definitivo due Italie, due mondi e due prospettive. L’ armistizio ha segnato la fine della guerra nel meridione e l’inizio della resistenza e della guerra civile nel settentrione.

giovedì 18 aprile 2024

Gesù socialista

L’idea che "Gesù sia stato il primo socialista della storia" circola spesso, soprattutto in ambienti di sinistra. Ma è un’affermazione storicamente fondata? O nasce da un’interpretazione anacronistica? Approfitto della questione per riflettere su alcune mie convinzioni politiche e sul perché, nonostante tutto, continuo a considerarmi un uomo di sinistra. 
Un errore metodologico: proiettare il presente sul passato L’accostamento tra Gesù e il socialismo deriva dall’applicazione di categorie moderne a un contesto antico, un errore storiografico frequente (lo commette persino Alessandro Barbero quando parla di "borghesia" nell’Atene classica). Il socialismo, come ideologia strutturata, nasce tra Sette e Ottocento, in reazione alle contraddizioni del liberalismo e della Rivoluzione Industriale. Gesù, invece, era un ebreo del I secolo, la cui predicazione si inseriva nella tradizione profetica giudaica. Il suo messaggio aveva una dimensione comunitaristica – basata sulla condivisione e sulla giustizia sociale – ma non comunista o socialista, perché privo di quegli elementi tipicamente moderni come la lotta di classe, la pianificazione economica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.  
Le radici ebraiche della solidarietà organizzata Un aspetto interessante, spesso trascurato, è il modello di autogestione delle comunità ebraiche durante la diaspora. Queste svilupparono strutture di mutuo soccorso – collegia o consigli di probi viri – che si occupavano di redistribuire risorse, assistere i bisognosi e gestire i beni comuni. Era un sistema che garantiva sostentamento anche ai più poveri, in contesti dove la carità non era istituzionalizzata. 
Qui emerge una differenza cruciale con l’individualismo liberista: mentre il mito della "mano invisibile" presuppone che il mercato autoregolato risolva ogni disuguaglianza, l’esperienza storica dimostra che senza intervento deliberato, le disparità si acuiscono. 
Perché resto di sinistra (nonostante tutto) La mia adesione alla sinistra nasce proprio da qui: dal rifiuto dell’utopia liberista e dalla convinzione che una società giusta richieda istituzioni solidali. Non credo che la ricchezza si ridistribuisca spontaneamente, né che il benessere di pochi possa coincidere con quello di tutti. Servono meccanismi chiari – tasse progressive, welfare universale, controllo democratico sull’economia – per evitare che chi è svantaggiato venga schiacciato. 
Gesù, in questo senso, non fu un socialista, ma la sua denuncia dell’ingiustizia ("È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli", Marco 10:25) resta una lezione potentissima. E forse, oggi più che mai, vale la pena rileggerla senza strumentalizzazioni, ma con la consapevolezza che l’uguaglianza non è un dono del mercato: è una scelta politica.

mercoledì 28 febbraio 2024

Siamo così

Vorrei dirvi cari blogger che siete/siamo così, che usiamo internet, che leggiamo la stampa e guardiamo la tv con le sue immagini di guerra e distruzione in Ucraina perché una mattina del 6 giugno del 1944 10.300 giovani ragazzi americani e canadesi si fecero massacrare dalle mitragliatrici tedesche sulle spiagge della Normandia. Le truppe dei compagni russi da est e per via terrestre completarono l’opera verso il nido di vipere chiuso in un bunker a Berlino. Non trovate strano che forze così diverse ideologicamente tra loro si unissero verso un nemico comune? Infatti subito dopo aver chiuso la faccenda cominciarono a farsi la guerra tra loro, una guerra “fredda” come un quarto di pollo in gelatina ma molto pesante da digerire. Credetemi siamo una specie vivente venuta male. Adesso magari state pensando di aver di fronte il solito destrorso cretino al servizio di un americanismo radicale: non è affatto vero ma senza l’intervento giapponese a Pearl Harbour nel 41 oggi saremmo il risultato di una Pax tedesca di matrice nazista…e molti di noi non ne avremmo neanche coscienza. Una Europa coperta dall’aquila del Reich e la nostra inutile italietta a scimmiottare Berlino, cosa del resto che ci è sempre piaciuta molto. Ora jeans e rock and roll, nell’altra versione birra e croci uncinate con circa 6 milioni di ebrei sterminati da dimenticare.

martedì 20 febbraio 2024

INTERLOCUTORI -

Per un pessimo interlocutore come me dover ammettere di non trovare contatti adeguati è veramente ridicolo. Ma è esattamente così. Scrivere in un blog sconosciuto e non commentato è un’opzione irreale, somiglia a certe commedie dell’assurdo, cose senza senso. Ma io sono arrivato alla conclusione che nella blogosfera sia dal punto di vista concettuale che da quello sintattico e letterario ci sia ben poco da spremere. I testi che lascio qui, sarebbe meglio dire abbandono, sono una traccia spedita nell’infinito del web. Non pretende più nulla, non cerca niente, vive di vita autonoma, era una parte di me, è rimasta tale. Addio

mercoledì 14 febbraio 2024

NON E' VERO -

Non è vero che mi faccio capire e, allo stesso modo, ciò che scrivo non mi rappresenta quanto io vorrei. Il blog è comunque il confine più vicino ai territori del mio spirito, da lì in poi devi inventarti pioniere. 
Tutta la mia vita, quella che conta, l’ho trascorsa in un confronto impietoso tra i miei sogni, i miei impulsi e il mondo che m’era toccato di vivere; dopo i 16 anni sono saltato su così tanti campi minati che oggi dovrei essere solo uno storpio, un povero corpo mutilato da ferite non più ricomponibili. La libertà, la democrazia, l’amore e la rappresentanza, la società e perfino la storia, tutto questo enorme e composito fardello di idee non sono mai entrate dentro di me in modo naturale e piano: ogni anelito è stato sempre filtrato dalla cultura della mia generazione e dalla musica che ne era la più diretta emanazione. E ciò non l’ho mai compiutamente digerito! 
Non c’è un concetto più avversato da quelli che nel ’68 avevano 16-18 anni di quello di un tutor, dello stronzo di turno che ti dice cosa e come. E non c’è stata una generazione che, invece, ne avrebbe avuto più bisogno, seduta al limitare fra mondi completamente diversi, divisi da spaccature micidiali, lontani per sempre su tutto. Io non amavo, bevevo letteralmente i testi e il suono delle chitarre dei gruppi rock che stavano “devastando” il panorama musicale di quegli anni: lì c’era ciò che volevo o credevo di volere o, meglio, ciò che qualcuno mi aveva fatto credere io volessi. Altri tutor insomma ma più subdoli perché immensamente amati. 
Questa è la storia della mia vita: guardare la luna indicata dal dito…e prendere sempre una sberla come se fossi ugualmente un’idiota. Pare che non sia possibile vivere, pensare, amare senza l’ausilio indispensabile di una qualche droga, di un aiuto sintetico che ti apra la mente su orizzonti nuovi e validi. Pare che non sia attuabile alcun valido intervento sulla realtà umana e sociale senza scannare qualcuno o sacrificarlo sull’altare di interessi più alti e nobili. Annuivamo nel ’70, continuiamo a farlo oggi. Io sono un uomo sfinito dalla schizofrenia di un’esistenza accompagnata da gente che artisticamente amavo e politicamente e ideologicamente invece non digerivo. So perfettamente che non ricucirò lo scollamento, non certo in questa vita e il senso d’impotenza mi sta uccidendo lentamente e poi sono solo, giustamente e lucidamente solo. C’è una luce particolare oggi sullo Ionio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. 
De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre.

sabato 10 febbraio 2024

L'abisso

Siamo finiti tutti e facciamo finta di niente: alcuni di noi continuano a rassettare il proprio universo, io tra loro, a cullare con gli occhi il segno del proprio peso sull’esistenza. Ma è tempo perso perchè ci aspetta il tempo nuovo, le nuove stagioni della nostra maturità assoluta che prenderà il posto di questa finta giovinezza disordinata e ci inchioderà al sapore perfetto di quello che siamo stati. Al di qua di questo blog c’è una stanza abbastanza grande che vive in un’apparente quieta penombra. I mobili hanno tutto il sapore e il colore che solo un certo tempo può regalare loro, gli oggetti posati su di essi raccontano la mia vita: spesso sono un racconto anche per me che credo di conoscerli bene. Al di qua di questo grande paravento informatico i bites svaniscono, perdono dignità, resta solo la scrittura; il nero su bianco scorre per me immutabile e vivo, mi prende quando sto per cedere all’accidia di vivere senza un senso, mi ama anche se io ho detto in giro di non amarlo più. Io non ho più nulla da scrivere se non la mia scostante estraneità a molti pseudoconcetti cresciuti con l’erba della bassa e annaffiati dalle acque di un possibilismo sconsiderato. Non c’è alcuna alternativa miei lontani bloggers, torneremo alle città e alle valli sospettose l’una dell’altra e coltiveremo i dialetti perché non abbiamo saputo possedere la lingua tramandataci dalla nostra storia culturale. Ho letto molte cose in giro e la gran parte erano surrogati: chi scriveva imbrogliava e chi leggeva sapeva di essere imbrogliato e continuava per via dello share, l’audience, il pubblico, la gente. NOI. Stavolta ti scrivo per me, solo per me, ti scrivo per dirti che devi farmi innamorare di nuovo. Che non ne posso più di inutili desideri e altrettanto inutili coiti. Fammi innamorare, una sberla in pieno viso che poi stai lì mezzora a pensarci e a chiederti perche’,come? Queste pagine sono state progettate per vivere in rete in modo autonomo: questo significa fuori dalle intemperanze di chi legge ma anche di chi le ha progettate. Troppe volte ho pensato di cancellarle, altrettante ho eliminato intere serie di articoli mai più recuperabili; i vostri commenti spesso hanno fatto l'identica ingloriosa fine. Non sono un soggetto da blog, non mi identifico nelle maggioranza delle vostre scelte intellettuali e sociali. Non ne sono capace. Però so con certezza che a queste condizioni, senza quello che voi chiamate "confronto" ma che io chiamo in altro modo, un luogo simile finisce come blog e diventa un'altra cosa. Trovategli voi un nome. La mia amica lo sa: cerchi l’armonia che hai sentito una volta e la insegui per una vita intera…quando infine ti accorgi di essere solo in tutto questo può essere normale pensare di lasciare cadere le braccia. Sono fragile, non lo nascondo, il senso d’inutilità per gente come me è sempre in agguato. Il blog è aperto, il blog è un’altra dimensione e necessita probabilmente di un approccio diverso…sinceramente mi sento “forzato”. Io ho, per fortuna, l’età in cui molte cose perdono la loro connotazione mediocremente ideologica e acquistano invece una valenza pìù elevata e segreta. Di essa scrivo come posso, ad essa guardo come ad una liberazione.

giovedì 8 febbraio 2024

Il post più inutile del mondo

Il blog è la mia libertà espressiva in rete: ho sfruttato questa occasione offertami dalla tecnologia così come avete fatto voi. Esistono un’infinità di modi per gestire ” l’occasione”, moderazione, segnalazioni, avvertenze…anonimati: ognuna di esse rappresenta una SCELTA e avrà alcune conseguenze, io lo so bene e lo stesso vale per voi. 
Non sono un blogger facile, più digeribile comunque di quanto non lo sia come persona reale credetemi, ma questo non esclude la possibilità di restare, finchè ne ho voglia, sul web. Esiste una specie di GALATEO DA RETE che ognuno di noi adatta a se stesso come più gli aggrada: io, certamente sbagliando, dò per scontate alcune cose che non lo sono, quindi adesso le dichiaro apertamente. 
– Non ho mai avuto timori riverenziali verso chicchessia, ne dal punto di vista culturale ne da quello grammaticale e sintattico. 
– Quando una cosa mi piace lo dico apertamente e lo scrivo in modo ancor più chiaro 
– Questo blog è CASA MIA, decido io le regole comportamentali a casa mia. 
– Qui entra chi dico io e sono in molti, anche quelli che, a detta di alcuni, non dovrebbero entrare 
– Il mio Blog roll è diviso in due parti; una racchiude contatti virtuali antichi e per me preziosi in tutti i sensi. l’altra è un elenco nato alla riapertura di questa Omologazione. 
– Leggo moltissimo in rete, se non commento significa che non lo ritengo necessario e i motivi sono i più vari d'altronde mi pare che anche voi facciate lo stesso qui: arrivano mediamente più di 150 passaggi al giorno e i commenti non sono mai stati superiori alla ventina. Non è un’offesa personale, io non l’ho mai ritenuta tale, dico questo perchè guardo con attenzione la finestra delle statistiche e le origini del traffico! 
– Aborrisco quella logica che prevede il commento come un’unica chiave PER FARSI VENIRE A LEGGERE: questo è un ambiente libero e tale deve restare. Si scrive perchè se ne ha voglia, si è liberi di leggere , di commentare o rispondere ai commenti solo quando lo si ritiene utile o significativo e non c’è offesa per nessuno. 
– Il Blog roll rappresenta una mia scelta personale, sia lo starci che l’esserne depennati! Ognuno di voi tiri i suoi conti: gli equivoci, le diatribe e le incomprensioni alla fine producono i loro effetti. Lo ritengo un fatto fisiologico sul quale non serve discutere, Delle mie scelte l’unico responsabile sono io e mi sta bene così. Se osservate il blog roll vi accorgerete quanto variopinto e apparentemente contraddittorio al “mio stile” esso sia: la contraddizione per me è solo apparente, io scelgo quello che per me vale come forma e sostanza, quando tali prerogative dovessero sparire scompare anche il link, in alcuni casi con notevole dispiacere. Leggo e rifletto sugli scritti di persone lontanissime dal mio modo di pensare e, probabilmente, di vivere, lo ritengo l’unico atteggiamento mentale possibile per uno come me, non pretendo che sia anche il vostro. Questo è il post più inutile che io abbia mai scritto perchè sono convinto che molte di queste cose dovrebbero essere scontate e comunque facilmente deducibili dopo la lettura di un paio di post e alltrettante risposte ai vostri commenti… ma ricevo commenti (quelli che voi non leggete) che oltre a farmi innervosire oltre misura dimostrano come la blogosfera sia popolata da idioti o parvenu capaci solo di congratularsi tra loro di esistere.
ANNO 2010

giovedì 1 febbraio 2024

SEDUTI SU UNA BOMBA -

Nessuno esce vincitore da una guerra civile e nessun bene può venire dal sangue versato in ossequio a teorie politiche barbare e ben conosciute. Ma sento di dover dire che è incredibile come i nostri cosiddetti governanti (in questo caso nemmeno regolarmente eletti - ma è solo un dettaglio) non si rendano conto della situazione esplosiva su cui sono beatamente seduti. E' solo in un contesto devastato e senza speranza come quello odierno che l'idea rivoluzionaria prende peso e quindi forma. Monti e quelli che negli anni lo hanno preceduto e poi ancora i suoi sodali in Germania o in Francia, questi personaggi in doppiopetto grigio o in maglione falsamente scapigliato, gli adoratori dello Spread e dell'orgasmo finanziario stanno offrendo su un piatto d'argento agli eversivi di oggi quella occasione che essi non avrebbero mai costruito tanto bene.

sabato 27 gennaio 2024

IL CONCETTO DI SERVIZIO -

In ogni luogo in cui si discute della vita nazionale, del suo assetto e del suo futuro il concetto di "servizio" dovrebbe essere la guida fondamentale di ogni gesto politico. Nessuno dei politici e dei partiti operanti in Italia negli ultimi 60 anni ha mai rispettato questo principio e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Noi non siamo capaci di ragionare e decidere per logiche di grandi principi, dimentichiamo (maliziosamente?) i fondamenti delle questioni generali e costruiamo sulle sabbie mobili del pensiero debole castelli destinati fatalmente a crollare rovinosamente assieme ai suoi occupanti.

martedì 23 gennaio 2024

Fantasmi

Scrivo come se tutti i miei fantasmi avessero vita vera, le maschere che porto mi illudo di averle costruite io: ho una password, una tastiera e il sipario si è già alzato. Scrivo "come se", vivo allo stesso modo. L'orgoglio mi pesa. Lo tengo a distanza ma lui si avvicina e, a volte, mi morde con sorprendente ferocia. La mitezza non è mai stata il mio forte, tengo duro, cerco di dimenticare, prego Dio tutti i giorni di farmi dimenticare, di darmi il dolce assenzio dell'oblio ma non vengo ascoltato. E' la mia pena costante. Sapere e aver saputo, leggere e aver letto e poi studiato...

martedì 2 gennaio 2024

Difficile

Mai detto che scrivere sia facile: è assai complicato, in alcuni casi ti impone scelte di fondo che possono isolarti dal consesso umano che frequenti. Siamo esseri fragili, il gruppo ci difende, ci serve, ci ipnotizza, ci blandisce...in fondo molti di noi pensano perchè andare controcorrente? Perchè dare voce alla nostra idea intima per infilarci in discussioni spinose, perchè rinunciare alle carezzine dell'ego che in fondo ci fanno un gran bene? Per diventare conformi alla nostra solitudine intellettuale di cui non frega niente a nessuno? Molto meglio glissare, tenere per noi stessi le nostre verità profonde, meno che mai scriverle pubblicamente se sappiamo che non coincidono con quelle in uso nei salotti che frequentiamo, molto più comodo metterci una maschera e continuare a recitare una parte che conosciamo bene. Dietro la delusione e l’agitarsi di questa sciocca apparenza a me è rimasta una quiete profonda, quella di certe sospensioni notturne adesso che la sera allungandosi regala più tempo per riconsiderarmi. Lo so che probabilmente state valutando queste parole come la quintessenza di un estetismo inutile e barocco ma non m’importa più. Capire, capirsi, mischiarsi, amarsi…dire finalmente. E dire basta senza nessuna specificazione perché una stagione è finita e le prossime saranno di altri ma non più mie. Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare, talmente perfetti da lasciarti sbigottito. In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste. constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità diventa infine l’inevitabile conclusione. Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati, mi rende solo più ridicolo. Non so perché scrivo: mi sono inventato tante ragioni ma erano altri giorni. Questa notte non posso e non so. Il narcisismo non basta, la cultura non serve, restano solo i desideri ma sono contorti e senza parole: situazione paradossale, ho un bisogno disperato di parole ed esse si annullano ma mano che nascono. Cerchi l’armonia che hai sentito una volta e la insegui per una vita intera...quando infine ti accorgi di essere solo in tutto questo può essere normale pensare di lasciare cadere le braccia. Sono fragile, non lo nascondo, il senso d’inutilità per gente come me è sempre in agguato. Sono anche un peccatore, l’orgoglio è la mia malattia ed è una malattia grave. Cosa intendo fare? Niente, voglio anzi accentuare la separazione tra quello che ritengo di essere e quello che viene interpretato di me: non sono buono, non sono disponibile e sono meridionale. Mi piace esserlo nella misura in cui mi viene rinfacciato esserlo. Ho sempre considerato la scrittura il viatico verso una sorta di eternità personale, un modo per restare anche dopo fuori dai contesti quotidiani in cui ci agitiamo. Ho anche immaginato che più di 10 anni siano un lasso temporale, virtualmente parlando, così grande da ripulire chi ha scritto dalle innumerevoli sciocche questioni che lo hanno ossessionato prima. Detto in altro modo vorrei che il web si dimenticasse di me! Vorrei anche che si dimenticasse di voi, almeno di alcuni di voi, perché a questo ambiente e a quest'uomo niente avete dato se non mediocrità e fastidi. Dovessi giudicare da quello che leggo sui giornali e nel web dovrei dire che l’ignoranza e una parte di analfabetismo è ubiquitariamente diffuso su tutto il territorio nazionale...e mi fermerei lì perchè i luoghi comuni non meritano altri onori secondo me. La libertà di lettura avrebbe un valore maggiore se fossero presenti due componenti fondamentali: varietà di opinioni e misura e civiltà nell'esporle. Mi pare che siamo lontani da questo obiettivo, i social nel loro insieme hanno aggravato il problema invece di mitigarlo. Penso che la misura civile cui io faccio riferimento sia finora possibile solo sul cartaceo e non in modo assoluto. Ti chiedi dove sei finito? Sei sul blog di un uomo che ha passato i 70 anni e che scrive in rete da 20 anni, prima scribacchiava su blog notes e pensa seriamente di tornare a quella dimensione. Che il termine libertà sia da sempre abusato, mistificato, usato in modo improprio è sotto gli occhi di tutti ma io sono stanco, stanchissimo di discussioni, le lascio ad altri e mi tengo questi testi frutto di anni di vita mentale.

Vincenzo

“Scrisse, scriveva, ritenne fin da ragazzo che fosse meglio osservare il mondo attraverso la scrittura. Poi, più grande, lesse le emozioni d...