martedì 30 settembre 2025

IL TEMPO NUOVO -

Siamo finiti tutti e facciamo finta di niente: alcuni di noi continuano a rassettare il proprio universo, io tra loro, a cullare con gli occhi il segno del proprio peso sull’esistenza. Ma è tempo perso perchè ci aspetta il tempo nuovo, le nuove stagioni della nostra maturità assoluta che prenderà il posto di questa finta giovinezza disordinata e ci inchioderà al sapore perfetto di quello che siamo stati.

lunedì 29 settembre 2025

Leggere

Dovete leggere giovani blogger, qui o meglio altrove (anche sull'ormai desueto cartaceo) dovete leggere. Non è detto che sia lì la vostra salvezza, la gangrena montante di cui quelli della mia età sentono il puzzo più di voi per un semplice fatto di anagrafe non è certo che vi risparmierà per il fatto di aver letto. Ma creperete più dignitosamente e non è cosa da poco. Leggendo imparerete cosa siete, come ci siete arrivati e cosa vi aspetta; amerete l'eleganza naturale, fisiologica direi, della trasmissione scritta del pensiero perchè non sempre funziona all'inverso, non sempre ad una parola detta corrisponde un retro pensiero, anche il web è strapieno di inutili zucche vuote! Dovete leggere se volete amare da esseri umani maschietti dalla virilità incipiente e pulsante e fanciulle su cui posare il desiderio nascosto di essere eterni attraverso le vostre vagine. Dovete leggere, dovreste farlo e invece non lo fate! Aggiungo che dovreste leggere FUORI dai vostri limiti territoriali, sociali e ideologici, cosa difficilissima e scomoda. Sono combattuto tra il narcisismo intellettuale di continuare a propormi in rete e il timore che esso mi porti ad una condizione di presenzialismo che credo di non saper gestire. Ho nostalgia del cartaceo, le mie capacità di socializzazione sono scarse su questo non ho dubbi… Sono nato sul cartaceo, ho mosso lì i primi passi, quindi sono passato sulla vera letteratura complice la fornita libreria di casa. Infine sono approdato in questo ambiente, sull’ipertesto con contatto immediato scrittore-lettore dei blog. Mi affascina ma non mi ha mai convinto fino in fondo, credo sia una questione di anagrafe. E’ un dualismo che io personalmente non ho mai risolto. Il salone grande vista mare c’è già ma lo abito solo io da molto tempo: esiste l’indicazione stradale e ci si può arrivare senza problemi ma non lo fa praticamente nessuno. Raramente qualcuno suona il campanello ma…non ci incontriamo. Purtroppo.

domenica 28 settembre 2025

IL CARDINALE

Matteo Zuppi è oggi il volto più esposto della Chiesa italiana. Presidente della CEI, mediatore in missioni diplomatiche delicate, figura amata dai media progressisti. Ma dietro l’immagine di pastore sorridente si nasconde una frattura che interroga tanto i fedeli quanto la politica vaticana. Zuppi parla di pace, ma non nomina mai l’aggressore. Va a Mosca, a Pechino, a Washington: viaggi presentati come storici e risolti in comunicati prudenti, in dichiarazioni generiche. Da mesi è il “cardinale del dialogo”, ma il dialogo non produce risultati. Il punto non è la buona fede. Il punto è l’ambiguità. In Ucraina c’è chi invade e chi subisce. In Israele c’è un terrorismo che colpisce civili. Eppure le parole di Zuppi sembrano disegnate per non incrinare rapporti, per non disturbare nessuno. Una neutralità che, a lungo andare, appare come debolezza. Dentro la Chiesa la percezione è duplice. Da un lato, c’è chi lo vede come il futuro: aperto, inclusivo, in sintonia con il Papa. Dall’altro, cresce la sensazione che sia lontano dai problemi reali delle parrocchie italiane, più a suo agio negli incontri diplomatici che nei quartieri dove i fedeli si riducono e le vocazioni crollano. Non è solo questione di politica estera. È questione di credibilità. Un cardinale non può trasformarsi in ministro degli Esteri senza rischiare di perdere il suo ruolo di guida spirituale. E Zuppi, con la valigia sempre pronta, rischia di sembrare un protagonista in cerca di palcoscenico, più che un riferimento saldo per il cattolicesimo italiano. È questa la sua contraddizione più profonda: voler essere al tempo stesso pastore e negoziatore, guida dei fedeli e uomo di apparati, voce morale e diplomatico prudente. Due ruoli che raramente convivono, e che in lui finiscono per annullarsi a vicenda. Zuppi rimane dunque sospeso. Troppo politico per essere solo cardinale, troppo cardinale per diventare vero politico. Una figura che affascina ma non convince, che sorride ma non incide. Un cardinale delle ambiguità, più che della chiarezza.

sabato 27 settembre 2025

L'addestramento dei bambini a Gaza- dedicato a F. Albanese

Mentre a Gaza si studia il martirio e si gioca alla guerra, gli attivisti con la kefiah parlano di pace senza mai guardare in faccia la verità. Un’educazione che produce carne da cannone, non cittadini. 
GAZA CITY – Se nasci a Gaza, la tua giornata non comincia con “cosa vuoi fare da grande?”, ma con “chi devi odiare per primo?”. Non è retorica, è didattica applicata. Il nemico ha un nome scolpito sui banchi, una bandiera bandita dai libri di geografia e un destino già assegnato: distruggere Israele o morire provandoci. Questa è la vera lezione che Francesca Albanese, la madrina ONU degli attivisti pro-Palestina, finge di ignorare mentre distribuisce accuse di genocidio a Israele. Perché se solo sfogliasse i libri di testo delle scuole di Gaza, approvati dall’Autorità Palestinese e benedetti da Hamas, scoprirebbe che Israele non esiste nemmeno sulle mappe. Tutto è Palestina, dal Giordano al Mediterraneo. E tra una poesia che glorifica il martirio e una biografia di Dalal Mughrabi – quella che massacrò 38 civili israeliani – il bambino di Gaza impara che il sacrificio non è un rischio, è un onore. 
Dalla matematica alla ginnastica: si muore per esercizio, che si parli di storia o di educazione civica, il copione è lo stesso: la “Nakba” è il trauma fondativo, la vendetta è la terapia collettiva. Persino i problemi di matematica vengono usati per contare martiri anziché mele. E quando arriva l’ora di educazione fisica? Niente salto in alto o staffetta: si marcia con fucili giocattolo, si strisciano nei fossati, si prova l’assalto al “nemico” tra anelli di fuoco. I documenti ci sono
I rapporti dell’IMPACT-se, gli archivi di MEMRI, i video dei campi estivi di Hamas raccontano tutto questo senza bisogno di aggettivi. Solo che ai santoni del “Free Palestine” questa parte della storia non conviene raccontarla. 
La tv dei bambini: Topolino insegna a uccidere Su Al-Aqsa TV, l’emittente di Hamas, i bambini di Gaza hanno il loro “Sesame Street”. Si chiama Tomorrow’s Pioneers, ed è il varietà dell’odio: un Topolino palestinese insegna che l’ebreo è un porco, che il martirio è una promozione sociale, e che morire per la causa è l’unico diploma che conti davvero. Lo stesso pupazzo muore in onda, crivellato dagli israeliani: spettacolo educativo, versione Hamas. 
E la preghiera? Un rito per ricordare chi bisogna odiare Anche la preghiera, a scuola, non è solo un momento religioso. È il rito quotidiano per invocare la benedizione sui martiri, ripassare gli slogan e ricordare chi si deve odiare per primo. Intanto il controllo islamista verifica che le bambine siano già velate come si deve e che nessuno esca dal codice imposto. 
Per capire come funziona davvero l’educazione a Gaza, abbiamo ricostruito - sulla base di fonti internazionali e reportage - una giornata tipo sui banchi di scuola. Non un orario ufficiale, ma una sintesi che mostra quanto l’ideologia del martirio sia presente in ogni materia, ogni attività, ogni pausa. E Francesca Albanese? Niente, silenzio. Sugli insegnanti affiliati a Hamas, sull’indottrinamento, sulle mappe senza Israele, sulle divise militari per bambini di dieci anni... non una parola. Preferisce dire che tutto questo è “resistenza culturale”. Una scusa più fragile di un tunnel di Hamas. Gli attivisti che oggi sfilano nelle piazze europee con la kefiah ben piegata e i cartelli #FreePalestine dovrebbero dirlo chiaro: quale Palestina volete liberare? Quella che insegna ai bambini a vivere o quella che li prepara a morire? Nessuna pace senza scuole libere La verità è che la pace non si firma a tavolino. Si costruisce sui banchi di scuola. E finché a Gaza il curriculum ufficiale sarà una call to action per il jihad, finché la bandiera israeliana sarà un bersaglio e non una realtà da riconoscere, la parola pace rimarrà un gadget per ONG e attivisti in carriera. La vera tragedia è qui: Hamas non ha solo usato i civili come scudi umani. Ha usato i bambini come scudi mentali, educandoli all’odio prima ancora di insegnargli a leggere bene. E Albanese, tra un tweet e l’altro, dovrà prima o poi rispondere a questa domanda: come si costruisce la pace su una scuola che insegna a morire? 
Fonti: IMPACT-se Report on Palestinian Curriculum 2021 MEMRI TV Archive Times of Israel - Hamas Summer Camps UN Watch - UNRWA textbooks controversy .

venerdì 26 settembre 2025

SCONFITTE ANNUNCIATE

Di chi è la colpa se la sinistra continua a perdere? Di chi l’ha resa irriconoscibile. Di chi l’ha trasformata da forza popolare a club di privilegiati, da motore di riscatto a macchina ideologica. E soprattutto: di chi ha scelto di difendere l’indifendibile solo per andare contro il nemico di turno. Dalla Palestina all’Iran, dal finto pacifismo al nuovo antisemitismo, ecco perché milioni di elettori – anche storici – stanno voltando le spalle. Difendere Hamas “per solidarietà” È il capolavoro dell’ipocrisia: si dice di lottare per i diritti, ma si difende un gruppo terrorista che opprime donne, perseguita omosessuali, militarizza scuole e ospedali. Se fosse un regime cristiano e bianco, la sinistra ne chiederebbe l’embargo. Ma Hamas è “resistente”, e quindi tutto è giustificato. Anche i bambini armati. Femminismo selettivo (versione sparita) Per le donne iraniane, afghane, arabe? Silenzio. Niente convegni, nessun flash mob. L’Occidente progressista chiude gli occhi pur di non sembrare “islamofobo”. Ma così ha abbandonato milioni di donne che lottano – davvero – per i diritti fondamentali. Inclusività repressiva La nuova sinistra parla di libertà, ma ti cancella se non ripeti lo slogan corretto. Chi difende le donne biologiche è transfobico. Chi denuncia l’immigrazione incontrollata è fascista. Chi osa difendere Israele è colonialista. Non è progresso, è una nuova forma di censura. Ecologismo da passerella Transizione sì, ma non a colpi di proibizioni ideologiche. Mentre vietano auto e caldaie ai lavoratori, i leader “verdi” volano in jet, investono in litio africano e firmano bonus ecologici inapplicabili. La sinistra che parlava di “terra” è finita a parlare solo di “carbon credit”. Pacifismo filorusso L’ossessione anti-NATO ha partorito un pacifismo selettivo. Niente condanne a Mosca, nessun appoggio reale all’Ucraina. Solo “cessate il fuoco”, “negoziati”, “non provocate Putin”. La guerra imperiale va bene, purché non sia americana. L’antisemitismo del terzo millennio Chi critica Israele è legittimo. Chi nega il suo diritto a esistere, che riscrive la Shoah o giustifica il 7 ottobre… no, non lo è. Eppure oggi la sinistra ha aperto le porte a un antisemitismo mascherato da “diritti umani”. Una mutazione inquietante, che isola chi difende il popolo ebraico. Popolo? Solo se radical chic La sinistra parlava di periferie. Ora ci passa col SUV. Difende migranti e ONG, ma ignora chi vive accanto ai centri di accoglienza. Snobba gli operai che votano a destra, e chiama “populismo” il disagio sociale. Così perde territori. E voti. ONG, convegni e supercazzole La sinistra non è più partito, ma network di fondazioni, attivisti stipendiati e laureati in “diritti globali”. Parla in inglese, scrive report, cambia i pronomi… ma non cambia una vita. Sa tutto di Palestina, ma non sa indicare Rocca di Papa su una mappa. Conclusione: il conto è servito Oggi la sinistra occidentale: combatte il colonialismo… ma difende teocrazie armate parla di “pace”… ma dimentica gli ostaggi predica giustizia… ma censura le opinioni scomode E mentre la destra cresce – perché ascolta, osserva e intercetta rabbia e concretezza – la sinistra si chiude in convegni, tweet e accademia. Il risultato? Perde voti. Perde credibilità. E perderà ancora.

La mia guerra, la mia fine e la verità sempre più lontana - anno 2025

Vi lascerò presto e non sarà indolore per il sottoscritto: ho sempre scritto per i fatti miei, non sono mai stato in nessun gruppo, l'omologazione non fa per me, la solitudine che cerco di addolcire da quando avevo quindici anni mi ha azzannato definitivamente in questi ultimi mesi della mia esistenza. 
Non voglio pietismi di alcun genere non mi interessa blandirvi, non voglio visibilità, non voglio gradimenti da riutilizzare al momento giusto. Ho studiato sempre da solo, se non mi convinco per mia riflessione l'istinto mi porta sempre fuori dai consessi abituali. 
Ci sono vari modi per chiudere i rapporti in un ambiente come questo, si può eliminare il blog oppure eliminare i commenti, oppure smettere di frequentare chi abita questo mondo virtuale. C'è infine il modo più snob, dire senza peli sulla lingua la propria opinione su argomenti che già sai come vengono trattati dalla totalità dei tuoi contatti... e non dare alcuna importanza alle conseguenze di tale atteggiamento. Voglio che sappiate che se sarà possibile il  resto degli articoli presenti in questo blog sarà pubblicato a seguire dopo questo sulla questione israelopalestinese; sono mesi che mi sento squassato dalle notizie che appaiono sulla stampa e in TV, che vengo tirato per la giacca dai pochissimi che mi conoscono per scrivere o partecipare a marce, eventi, stendimenti di lenzuola bianche etc etc. Mi parlano ma mi osservano con un certo ansioso sospetto...non piaccio, non concordo. E' la storia della mia vita. 
Non credo al termine genocidio usato a proposito della questione palestinese. Usare a sproposito la parola genocidio è stato ed è un grave errore della propaganda pro-pal, perché se da una parte ha scosso emotivamente molte le persone, dall’altra si sta rivelando una mistificazione che fa perdere credibilità. Ogni persona con un minimo di capacità di comprensione della realtà dovrebbe rifiutare di usarla. A Gaza è in atto una guerra terribile, nella quale una forza di occupazione, Hamas, sta deliberatamente usando il martirio dei civili per i suoi obiettivi, che sono lontani anni luce dalla protezione della popolazione. Se non si capisce questo non può esserci discussione. Questo non significa che gli Israeliani siano senza responsabilità, o sempre nel giusto, anzi. In una guerra come questa sono convinto che molte nefandezze si compiano anche dalla loro parte, e molte sono state fatte negli anni passati, ma rimane un’asimmetria fondamentale tra le ragioni che spingono i due contendenti: Israele lotta per proteggere i propri cittadini, Hamas no. Potrebbe farlo con meno vittime civili? Forse, ma la vera domanda è: il fatto che Hamas si faccia deliberatamente scudo dei civili deve costituire uno stop all’azione militare israeliana? E nel caso, quali alternative ha Israele per eliminare Hamas, garantire la protezione dei suoi cittadini e della nazione stessa, che vive da 75 anni in assetto di guerra per difendersi dai paesi vicini? A questa domanda bisogna dare risposte concrete, perché riposte generiche o non praticabili portano a una sola conseguenza: la messa in discussione dell’esistenza dello stato di Israele, e questo assomiglierebbe molto più a un genocidio di quello di cui blaterano i pro-pal. 
Poi accade che mentre ragioni e ti contorci in riflessioni sul tuo essere umano e occidentale e magari anche cristiano ti capita di ascoltare un certo Alessandro Di Battista, è un’esperienza sconcertante! Alcune sue affermazioni ricordano retoriche che persino le televisioni di Stato tedesche nel 1935 avrebbero esitato a trasmettere, per quanto intrise di un odio antisemita quasi grottesco. Ma è nel dialogo con Rula Jebreal che la propaganda raggiunge vette parossistiche: entrambi attingono a un repertorio di topoi antiebraici secolari, rendendo esplicito ciò che altrove si insinua solo tra le righe. Di Battista, da giorni, insiste su immagini degne del "blood libel", l’antica accusa rituale secondo cui gli ebrei rapirebbero bambini per compiere sacrifici: oggi trasformata in narrazione di "caccia al bambino" da parte di Israele. Jebreal, da parte sua, rilancia l’immaginario del complotto ebraico globale, evocando scenari che sembrano tratti direttamente da Mein Kampf, dove la nascita dello Stato ebraico era dipinta come premessa per la sottomissione del mondo intero. Non meno inquietanti sono le sue parole sull’“espansione virale” del pensiero israeliano, sulla “gazizzazione” dei conflitti mondiali – metafore biologiche e totalizzanti che disumanizzano e colpevolizzano collettivamente un popolo. La guerra, secondo questa narrazione, sarebbe condotta da Israele per il “gusto di distruggere”, mentre Hamas – che governa Gaza – viene descritto come un soggetto passivo, o addirittura eroico, nonostante le evidenze di una strategia fondata sul sacrificio della propria popolazione. 
Oggi, a Gaza, l’idea che un gruppo dirigente possa sacrificare l’intera società civile pur di mantenere il potere e la legittimità della propria lotta armata sembra non scandalizzare nessuno. E così, mentre la stampa italiana finge equilibrio, Di Battista e Jebreal possono portare avanti indisturbati una forma aggiornata di propaganda antiebraica, mascherata da attivismo umanitario. Ma certe immagini, certe parole, certe analogie hanno una storia, e chi le usa sa benissimo quali nervi vuole toccare. 
L'errore più grande, fatale, definitivo, che il cosiddetto popolo palestinese abbia compiuto nella sua breve storia, è quello di credere che potesse esserci "più Palestina" come corrispettivo di "meno Israele" o di "zero Israele". Errore reiterato da otto decenni. Il secondo errore altrettanto fatale, è quello di un Occidente che ha sostenuto e continua sostenere il primo clamoroso errore, presso i palestinesi e l'Occidente stesso. Forse si è ancora in tempo o forse no. Che hamas sia annientato. Che venga distrutto dal cuore, dalle carte e dalla mente delle persone quell'articolo che vuole Israele cancellato. Che palestinesi e israeliani comincino a collaborare. Israele non vede l'ora. Leggiamo tonnellate di notizie, siamo bombardati da video di grande violenza: immagini orribili che grondano sangue: ci crediamo veramente? E' un girandola tremenda. Ma io mi sono fermato e sono andato a leggere anche altro, ho riletto la storia e i suoi documenti, ho riflettuto sui personaggi che ostentano sui media e in Parlamento un'indignazione alta e nobile. Disinteressata? Assolutamente no, 
Hamas fabbrica dati anti-Israele che vengono riportati dal “Ministero della Salute di Gaza” e amplificati senza verifica dall’ONU, dai media e nei social. L’obiettivo? Diffondere l’odio verso Israele e verso gli ebrei. I morti palestinesi ci sono e sono dolorosi per tutti, falsificare i fatti e i numeri non ferma la guerra: alimenta l’odio e la catena di violenza. Penso che Israele si è trovata in una guerra che non ha cercato. Una guerra scatenata da Hamas il 7 ottobre 2023, invadendo Israele, uccidendo in poche ore 1200 israeliani innocenti e rapendone 250. Questo è il FATTO,  I terroristi di Hamas usano la popolazione come scudo umano per proteggersi. Ma non solo: incentivano il sacrificio dei civili (come dichiarato da uno dei leader di Hamas, Sami Abu Zuhri, pochi giorni fa in un’intervista). Per loro è un’arma di guerra. Insieme alla produzione di notizie false, rientra in una strategia ben lubrificata e ormai infiltrata nel sistema di informazione occidentale. Come fermare la catena dell’odio? Verificando le notizie e pensando criticamente. Osservando con attenzione le foto e non prenderle come oro colato...esiste il foto montaggio e la AI . 
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala come altri personaggi più o meno noti della politica , dello spettacolo dello sport  ha deciso in questi giorni di appendere un lenzuolo bianco sulla facciata di Palazzo Marino. Il titolo di questa  buffonata è: "Un sudario per Gaza". C'è una fila lunghissima che spinge per partecipare e farsi notare. Ad accompagnare il messaggio anche la cifra dei "morti" spacciata da Hamas. Si tratta dell'ennesimo caso in cui la propaganda dei terroristi islamici riceve la benedizione istituzionale di un politico di sinistra. Chi è pratico di estasi e misticismo potrebbe anche vedere in questo sudario il volto di un nuovo Gesù Cristo. È un falso anche questo, ma poco importa. Allah lo vuole. Un paio di giorni fa il redivivo Romano Prodi ha indossato il saio per dirci che "Siamo di fronte alla strage di un popolo, sarà per secoli sulla coscienza di Israele e dell'Occidente". Tanto valeva citare direttamente il Vangelo di Matteo: "E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli"". Amen. Secondo 
Giuseppe Conte la versione jihadista della "strage degli innocenti" metterebbe a rischio la vita di "oltre un milione di bambini" nella striscia di Gaza ( per inciso nella striscia vivono circa 2 milioni di persone  come fanno a esserci una metà di minori?). Siamo all'eucarestia: da "Gaza, prigione a cielo aperto" a "Gaza, asilo nido di Hamas". Si potrebbe continuare a lungo. Al netto del ruolo da utili idioti - consapevoli e convinti - della propaganda jihadista che  viene recitata da oltre un anno, la  liturgia è quantomeno miope. Sala si rifiutò di mostrare un minimo di umanità per le vittime israeliane (persino per la famiglia Bibas, trucidata a mani nude dai terroristi islamici di Gaza). Prodi non prevede alcun peso per le coscienze dei figli e dei nipoti dei terroristi di Gaza o per le coscienze dei figli e dei nipoti del popolo arabo. Conte, bè, Conte è quello che è: dal "modello Italia" che contribuì a causare quasi 200.000 morti durante la pandemia al "modello Gaza" in cui muoiono solo civili, rigorosamente donne e bambini, e zero terroristi. 
Ma non sono dei mediocri rappresentanti della banalità dell'antisemitismo di oggi. Guai a pensarlo. Una persona di sinistra non può essere antisemita, è ontologicamente impossibile. Non lo era Marx, non lo era il comunismo, non lo era l'Unione Sovietica, non lo era il PCI. Non lo sono nemmeno loro. 
Perchè non confessarlo sinceramente? Israele ci disturba Perché ci impedisce di crogiolarci nell’illusione di un mondo perfetto, dove la guerra è stata cancellata. Quella piaga millenaria, che ha accompagnato l’uomo da sempre, noi l’abbiamo relegata al passato, eliminata. E poi arriva Israele. Ci ricorda che, a volte, la guerra è inevitabile. Che serve coraggio per assumersi la responsabilità di uccidere l’altro, quando la propria sopravvivenza è in gioco. Israele ci disturba perché non è politically correct. Non fa tutte le cose a modo. D’altra parte, quando sei grande come la Lombardia e sopravvivi per 70 anni in una regione dove sei costantemente sotto attacco, non stai ancora lì perché giochi pulito. La sopravvivenza impone di sporcarsi le mani. Il cane che viene azzannato, se non salta alla gola dell’aggressore, di solito viene sbranato. Israele ci disturba Perché è realista, non idealista. E questo proprio non va giù a chi si è messo in testa che se sei una democrazia e sei un “giusto”, devi rispettare le regole sempre; stare lì a subire davanti a chi le regole non sa che sono, e all’occorrenza farsi anche divorare. Meglio morto e pulito che vivo e dannato. Ma nella realtà, le cose non funzionano così. Gli Stati suicidi non fanno la storia, spariscono e basta. 
Israele ci disturba perché se sei di sinistra, farselo piacere è del tutto fuori moda. Lo devi odiare per forza o sei messo al bando. Perché la sinistra è idealista e crede nella giustizia universale; nella difesa dei deboli; in quel mondo politically correct fatto di giusti e sbagliati. In quel mondo tanto puro quanto inesistente, perché alla resa dei conti (e lo dice la storia), quell’idealismo ha portato a più morti di qualsiasi porcheria realista. Israele ci disturba Perché ci sbatte in faccia la nostra ipocrisia. Quella del pensare di essere migliori perché stiamo con i “deboli”, anche quando quei deboli fanno stragi, si fanno esplodere sugli autobus, stuprano, sequestrano, lanciano razzi e missili. Allora i deboli li chiamiamo “resistenza” e accettiamo che per loro è normale non avere regole. Israele invece dovrebbe averne. Ma Israele se ne sbatte. Se non vuoi farti ammazzare, i moralisti li chiudi in cantina e butti la chiave. Negano il massacro veramente genocida del 7 ottobre, dicono che non è successo come viene raccontato, negano di aver assassinato civili israeliani, dicono che erano tutti soldati, negano lo stupro di donne, dicono che non ci sono prove, negano la decapitazione di bambini, dicono che è una fake news, negano che cittadini palestinesi "non coinvolti" hanno partecipato al massacro genocida, nonostante i filmati che lo dimostrano. 
Negano l'esistenza dello Stato d'Israele, negano che Israele sia una democrazia, accusano Israele di genocidio, accusano Israele di Apartheid, accusano Israele di crimini di guerra, definiscono Israele uno Stato fascista, uno Stato nazista, uno Stato illegale. Prendono l'organizzazione terroristica di Hamas come una fonte di notizie, definiscono i terroristi palestinesi come "legittima resistenza", "partigiani", "combattenti della libertà"... Però pretendono di essere ascoltati da Israele e che Israele debba fare quel che ordinano LORO! Mi pare evidente che sia assolutamente necessario un lungo e complesso processo di rieducazione nell''umanità che combatte in Palestina perché il martirio è radicato in una visione religiosa fondamentalista. Basti pensare che il verbo usato per indicare qualcuno che decide di fare l’attentatore suicida è “sposarsi”. Non usano mai il termine “suicidio”, che sarebbe proibito dall’Islam, ma quello di matrimonio e martirio. Non so da dove cominciare con ragazzi che sono nati e cresciuti a questa scuola di odio! Lo penso da tanti anni e l'ho scritto varie volte: illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica è impossibile su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo. 
Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo. Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile. Dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensate all'India o all'Indonesia. Se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai. 
Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq. 
A eccitare la sensibilità umanitaria verso le vittime di Gaza e invece ad ottunderla rispetto, ad esempio, a quelle ucraine (si potrebbero fare mille altri esempi) non è una particolare predilezione per la causa palestinese, ma uno speciale odio nei confronti di Israele, di molto precedente a tutto ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. L’infamia di personaggi come Conte e di tutto il cucuzzaro sedicente progressista che addebitano a Israele pure l’uccisione dei funzionari israeliani in Canada è appunto questa: di odiare Israele (anche l’Israele che manifesta contro Netanyahu) e di nascondere quest’odio dietro il lacrimevole amore per le vittime palestinesi, come se queste non fossero in primo luogo, e aldilà di tutte le contestabili responsabilità del governo israeliano, vittime di Hamas, programmate da Hamas per affogare la legittimità di Israele nel sangue dei martiri e per legittimare la caccia agli ebrei in tutto il mondo.
La soluzione alla questione palestinese? Non è complicata, ma nessuno la vuole. La soluzione al conflitto israelo-palestinese non è tecnicamente difficile. Il problema è che, per troppi attori in gioco, una soluzione non è conveniente. Servirebbe una road map realistica (e ignorata) 
1. Una coalizione di Stati musulmani moderati (Arabia Saudita, Emirati, Marocco, Indonesia) si fa carico della stabilizzazione di Gaza e del WestBank, sotto mandato internazionale. 
2. Regole di ingaggio ferree: smantellamento di Hamas e della Jihad Islamica, disarmo dei gruppi armati, epurazione dell’indottrinamento jihadista dalle istituzioni. 
3. Denazificazione mirata: eliminazione dell’apparato terroristico, ma senza pulizie etniche - al contrario di quanto Hamas vorrebbe fare con gli ebrei. 
4. Piano Marshall per la rieducazione: scuole che non insegnino il martirio, economia che non dipenda dagli aiuti internazionali, infrastrutture che servano ai civili, non ai tunnel dei miliziani. 
5. Elezione di un governo legittimo, non un regime che usa i bambini come scudi umani. 
Non è colonialismo è realismo. Hamas è la longa manus della Fratellanza Musulmana, finanziato da Iran e Qatar, che ha trasformato Gaza in un buco nero di fanatismo. L’Egitto stesso tiene chiuso il valico di Rafah: sa bene che importare jihadisti è un suicidio. 
Perché nessuno agisce? Perché il conflitto è utile. 
- Alla sinistra radicale: demonizzare Israele è un sostituto del marxismo fallito, un modo per sentirsi moralmente superiori senza doversi sporcare le mani con soluzioni pratiche. 
- Ai regimi arabi: la "causa palestinese" è un parafulmine per distrarre dalle dittature locali. L’Iran ci costruisce un’egemonia regionale, il Qatar ci compra influenza mediatica. 
- All’industria degli aiuti umanitari: ONG e agenzie dell’ONU hanno creato un sistema in cui i fondi per i palestinesi finiscono troppo spesso in corruzione o, peggio, in armi. 
- A Hamas e agli estremisti: un popolo disperato è più facile da controllare. La guerra perpetua giustifica la loro tirannia. 
Il conflitto non è irrisolvibile perché "complesso". È irrisolvibile perché troppi ci guadagnano. E finché la vita dei palestinesi varrà meno dei vantaggi politici che la loro sofferenza genera, nulla cambierà.

giovedì 25 settembre 2025

Galateo da rete

Mai detto che scrivere sia facile: è assai complicato, in alcuni casi ti impone scelte di fondo che possono isolarti dal consesso umano che frequenti. Siamo esseri fragili, il gruppo ci difende, ci serve, ci ipnotizza, ci blandisce...in fondo molti di noi pensano perchè andare controcorrente? Perchè dare voce alla nostra idea intima per infilarci in discussioni spinose, perchè rinunciare alle carezzine dell'ego che in fondo ci fanno un gran bene? Per diventare conformi alla nostra solitudine intellettuale di cui non frega niente a nessuno? Molto meglio glissare, tenere per noi stessi le nostre verità profonde, meno che mai scriverle pubblicamente se sappiamo che non coincidono con quelle in uso nei salotti che frequentiamo, molto più comodo metterci una maschera e continuare a recitare una parte che conosciamo bene. Dietro la delusione e l’agitarsi di questa sciocca apparenza a me è rimasta una quiete profonda, quella di certe sospensioni notturne adesso che la sera allungandosi regala più tempo per riconsiderarmi. Lo so che probabilmente state valutando queste parole come la quintessenza di un estetismo inutile e barocco ma non m’importa più. Capire, capirsi, mischiarsi, amarsi…dire finalmente. E dire basta senza nessuna specificazione perché una stagione è finita e le prossime saranno di altri ma non più mie. Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare, talmente perfetti da lasciarti sbigottito. In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste. constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità diventa infine l’inevitabile conclusione. Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati, mi rende solo più ridicolo. Non so perché scrivo: mi sono inventato tante ragioni ma erano altri giorni. Questa notte non posso e non so. Il narcisismo non basta, la cultura non serve, restano solo i desideri ma sono contorti e senza parole: situazione paradossale, ho un bisogno disperato di parole ed esse si annullano ma mano che nascono. Cerchi l’armonia che hai sentito una volta e la insegui per una vita intera...quando infine ti accorgi di essere solo in tutto questo può essere normale pensare di lasciare cadere le braccia. Sono fragile, non lo nascondo, il senso d’inutilità per gente come me è sempre in agguato. Sono anche un peccatore, l’orgoglio è la mia malattia ed è una malattia grave. Cosa intendo fare? Niente, voglio anzi accentuare la separazione tra quello che ritengo di essere e quello che viene interpretato di me: non sono buono, non sono disponibile e sono meridionale. Mi piace esserlo nella misura in cui mi viene rinfacciato esserlo. Ho sempre considerato la scrittura il viatico verso una sorta di eternità personale, un modo per restare anche dopo fuori dai contesti quotidiani in cui ci agitiamo. Ho anche immaginato che più di 10 anni siano un lasso temporale, virtualmente parlando, così grande da ripulire chi ha scritto dalle innumerevoli sciocche questioni che lo hanno ossessionato prima. Detto in altro modo vorrei che il web si dimenticasse di me! Vorrei anche che si dimenticasse di voi, almeno di alcuni di voi, perché a questo ambiente e a quest'uomo niente avete dato se non mediocrità e fastidi. Dovessi giudicare da quello che leggo sui giornali e nel web dovrei dire che l’ignoranza e una parte di analfabetismo è ubiquitariamente diffuso su tutto il territorio nazionale...e mi fermerei lì perchè i luoghi comuni non meritano altri onori secondo me. La libertà di lettura avrebbe un valore maggiore se fossero presenti due componenti fondamentali: varietà di opinioni e misura e civiltà nell'esporle. Mi pare che siamo lontani da questo obiettivo, i social nel loro insieme hanno aggravato il problema invece di mitigarlo. Penso che la misura civile cui io faccio riferimento sia finora possibile solo sul cartaceo e non in modo assoluto. Ti chiedi dove sei finito? Sei sul blog di un uomo che ha passato i 70 anni e che scrive in rete da 20 anni, prima scribacchiava su blog notes e pensa seriamente di tornare a quella dimensione. Che il termine libertà sia da sempre abusato, mistificato, usato in modo improprio è sotto gli occhi di tutti ma io sono stanco, stanchissimo di discussioni, le lascio ad altri e mi tengo questi testi frutto di anni di vita mentale.

La mai libertà

Ricredersi non è una cattiva cosa ma il quesito resta, soprattutto in questo ambiente dove la relazione tra chi scrive e chi legge e commenta sembra sia fondamentale. Lo è, impossibile negarlo e così diventa scontata l'influenza che l'altro può esercitare su chi scrive ma io personalmente mi sono sempre comportato diversamente: l'ho ripetuto molte volte, scrivo per una forma di liberazione intima e personale, è sempre stato così, scrivo perchè l'espressione scritta riempie il mio immaginario mentale fin da ragazzino. Ovviamente entrato nel mondo dei social le cose sono rapidamente mutate: se scrivi sinceramente di te e del tuo mondo prima o poi arrivano le batoste, non le interlocuzioni, le batoste che lasciano basiti. Non credo esistano posizioni e ideologie sempre e comunque confrontabili, non è mai successo nella storia dell'umanità che questo accadesse, se sei convinto se hai analizzato, se hai cercato una misura fatalmente incontri qui qualcuno che agisce in modo diametralmente opposto. Non si tratta di scindere " le due facoltà" di castrarne una a favore dell'altra, di glissare su alcune posizioni e appoggiarne altre ( magari falsamente pur di non perdere alcuni contatti); si tratta di dover ammettere che l'uomo non è capace di leggere se non quello che vuole leggere, che non è capace di riflettere in silenzio su realtà lontane da sè e tutto ciò infine ti esaurisce. Se a tale condizione che direi fisiologica si aggiunge un'indole come la mia l'unica soluzione diventa tornare a scrivere come all'inizio, liberare il proprio mondo intellettuale, disinteressarsi dell'audience, dare un calcio al do ut des tipico del mondo dei blog e lasciare in rete questi articoli per il solo gusto di averli pensati e scritti. Io scrivo per me stesso se altri leggono non mi dispiace affatto ma gli interlocutori ormai li scelgo solo io. Quando scrivo sono fuori da tutto, non scrivo per nessuno in particolare apro il cuore e l’intelletto e mi lascio andare. Scrivere è la mia libertà non la baratterò con niente altro al mondo vorrei fosse anche quella di chi mi legge nell’attimo perenne dello sguardo che passa sulle parole. Ero così già a dieci anni, solo mia madre lo aveva capito, a lei riusciva facile seguire il filo che si dipanava dai miei occhi di bambino alla grande libreria di casa. Ho avuto questa sensazione con te, per questo ti scrivo, per questo provo un gran piacere pensando che tu mi leggi. Di attentati al pensiero degno di essere chiamato tale in rete ne ho incontrati molti; certo in alcuni casi e in alcuni incontri devi possedere una "lingua" adeguata e, al contrario, se usi tale lingua ovunque, resti inevitabilmente isolato (uso un eufemismo). Ciò che scrivo vive anche della lettura di altri, altrimenti morirà con me: sono certo di questo e l'essere defilati non mi aiuta. So dalla mia età matura che più che la blogosfera e i social in generale mi si addice il silenzio, al suo interno una voce anonima come la tua risuona in modo smagliante. Mi fai un grande regalo, leggermi equivale a leggersi, è un canto all'eternità della parte migliore di noi stessi.

mercoledì 24 settembre 2025

La scrittura resta

La scrittura resta, i mei sogni restano, la mia vita non muta per i desideri superficiali di altri, Enzo è vivo nel suo intelletto e nelle cose che scrive. Che sia letto, accettato, conta meno. Lasciare una traccia di me era importante. L’unicità è un grande pregio, non deve diventare arroganza ( il rischio è alto); chi scrive qui è un campione di imperfezioni vi assicuro e ci convivo.

martedì 23 settembre 2025

L'ODIO NASCOSTO

L’odio non è esploso con Netanyahu. È solo uscito dal seminterrato dove lo tenevate a riposo. C’è chi giura che tutto sia cambiato con l’ascesa della destra. Che la solidarietà sia evaporata perché “Israele è diventato un Paese reazionario, integralista, oppressivo”. Che il mondo, prima di Ben Gvir e Netanyahu, avesse un rapporto equilibrato con Israele. Fandonie. L’odio contro Israele non è nato con questo governo. È tornato di moda. È stato sdoganato, rispolverato, legittimato. Ma era già lì. Covava sotto la superficie, come una brace in attesa di ossigeno. E voi – intellettuali, attivisti, giornalisti, accademici – gliel’avete concesso. Il pretesto perfetto: “Colpa della destra” Per anni la sinistra europea ha cercato di mettere a tacere il disagio: come si fa a difendere i diritti umani e sostenere Israele? Come si giustifica la sopravvivenza di uno Stato che ha il coraggio di difendersi? Poi è arrivato Netanyahu. E con lui Ben Gvir, Smotrich, la riforma giudiziaria. Il pretesto è servito su un vassoio d’argento: ecco perché possiamo odiarlo senza sembrare antisemiti. “Non è Israele che detestiamo, è il suo governo.” Ma la verità è che non avete mai digerito l’idea che gli ebrei avessero smesso di morire in silenzio. L’odio dormiente L’ossessione anti-israeliana non nasce da un’analisi politica. Nasce da una deformazione morale: l’incapacità di accettare che le vittime di ieri possano diventare un popolo forte, armato, capace di vincere. Finché erano ebrei sopravvissuti, vi commuovevano. Quando sono diventati ebrei combattenti, vi hanno spaventato. Per questo il mantra è sempre lo stesso: “non è l’ebraismo, è il sionismo”. Ma non è vero. Il problema è che il sionismo ha funzionato. Israele è viva, moderna, tecnologica, resiliente. E per chi ha bisogno di un’oppressione da denunciare – è insopportabile. L’intellighenzia e il tradimento della realtà Università, giornali, ONG: tutti si sono affrettati a prendere le distanze. Non dalla violenza – quella è perdonabile se diretta “contro l’oppressore”. Ma da Israele, il popolo che ha osato vincere. Israele ha un governo che si può criticare? Sì. Ma quanti governi in Medio Oriente sono peggio – eppure vengono difesi, ignorati o addirittura coccolati? Dove sono gli editoriali sulle carceri egiziane? Dove le manifestazioni contro i gay impiccati a Teheran? No, il problema siete voi. Siete diventati esperti nel criticare Israele, ma ciechi davanti a tutto il resto. Israele, specchio che non vi piace Israele è un Paese diviso, litigioso, democratico. Ha un’opposizione interna feroce, una stampa libera, manifestazioni settimanali. Ma non vi basta. Perché in fondo, voi non volete che Israele si migliori. Volete che si arrenda. E se non lo fa, allora lo disumanizzate: “genocidio”, “apartheid”, “regime coloniale”. Tutti termini svuotati di significato, usati come clave per silenziare chi non si inginocchia alla narrazione dominante. La verità che vi brucia Non è Israele ad aver cambiato il mondo. È il mondo che non sopporta più Israele. Non per i suoi errori, ma per i suoi successi. Perché ha resistito a guerre, intifade, boicottaggi, terrorismo, isolamento diplomatico. E oggi è ancora lì. Più viva che mai. Più odiata che mai. L’antisemitismo non si è mai estinto. Ha solo cambiato maschera. Oggi si traveste da attivismo umanitario. E la sinistra, che avrebbe dovuto combatterlo, gli ha steso il tappeto rosso. No, Israele non è odiata perché ha scelto la destra. È odiata perché non si è lasciata distruggere. Perché ha scelto di vivere, e di farlo a modo suo. Se Netanyahu vi dà fastidio, è legittimo. Ma se Hamas vi sembra accettabile, allora il problema siete voi. E se l’unico Stato ebraico del mondo vi disturba più di 50 Stati islamici, non è più politica. È ossessione.

PRIMA E DOPO

In ogni guerra, la prima vittima è la verità. Ma nel caso del conflitto israelo-palestinese, la verità è stata giustiziata, sepolta e riesumata a comando. Una delle narrazioni più tossiche – ripetuta come un mantra nelle piazze, nei talk show e nelle università – è questa: “I palestinesi sono i veri abitanti originari della Palestina. Gli ebrei sono arrivati dopo, da fuori.” Falso. Clamorosamente, storicamente, documentabilmente falso. Vediamo i fatti. Con nomi, date e fonti. Non con slogan da corteo. Gli ebrei in Israele: 3.000 anni prima del “Palestinese” Il popolo ebraico nasce nella regione di Canaan-l’attuale Israele e Territori circostanti – già nel XII secolo a.C. Lì si formano i regni di Israele e Giuda, con capitale a Gerusalemme. Re Davide, Salomone, i profeti biblici, il Tempio di Gerusalemme: tutto accade lì. Non a Damasco. Non al Cairo. Non a Istanbul. Lì. La Torah e l’identità ebraica non nascono in esilio: nascono in patria. Quella terra non è un luogo simbolico: è l’origine geografica e spirituale degli ebrei. La Palestina? Un’invenzione imperiale Nel 135 d.C., dopo la rivolta di Bar Kochba, l’imperatore romano Adriano cambia il nome della provincia da “Giudea” a “Syria Palaestina”, per cancellare la memoria ebraica e umiliare i vinti. Il termine “Palestina” è quindi: una denominazione imposta dall’oppressore, non dal popolo locale, ispirata ai Filistei (popolo del mare, scomparso 700 anni prima), mai usato dagli arabi per definirsi “palestinesi” fino al Novecento. Fino a tardi, perfino gli arabi locali usavano il termine “filastin” per indicare una regione sotto dominio ottomano o britannico, non una nazione autonoma. E gli arabi? Arrivano dopo Gli arabi – etnicamente e culturalmente -non erano presenti nella Palestina antica. Arrivano nella regione solo nel VII secolo d.C., con la conquista islamica del Califfato Rashidun, dopo la morte di Maometto. Ciò significa: 1700 anni dopo la nascita dell’ebraismo nella regione. Durante i secoli successivi: la regione è governata da potenze straniere: omayyadi, abbasidi, crociati, mamelucchi, ottomani, gli arabi si mescolano con popolazioni locali, ma non formano mai uno Stato chiamato “Palestina”, la popolazione è eterogenea: musulmani, cristiani, ebrei -tutti sudditi imperiali. Non esiste un regno, uno Stato, una monarchia o una repubblica chiamata “Palestina” prima del 1988 (quando Arafat lo proclama unilaterale). Nemmeno sotto il dominio arabo o ottomano. L’identità palestinese è moderna La definizione di “popolo palestinese” emerge nel XX secolo, in risposta a due fattori: Il sionismo: il ritorno degli ebrei in Terra d’Israele con ondate migratorie (Aliyot) tra il 1882 e il 1948. Il colonialismo britannico: che usa il termine “Palestina” per designare il Mandato su una regione precedentemente ottomana. Il concetto moderno di “popolo palestinese” come entità nazionale distinta nasce solo nel secondo dopoguerra, con la fondazione dell’OLP nel 1964. Ma attenzione: fino agli anni ‘50–60, molti arabi locali si definivano semplicemente “arabi”, non “palestinesi”. Al contrario, perfino i giornali ebraici sotto il Mandato si chiamavano “Palestine Post”, e i passaporti britannici con scritto “Palestinian” erano spesso rilasciati a ebrei. Quindi, chi c’era prima? Gli ebrei vivono nella Terra d’Israele da oltre 3.000 anni. Sono stati espulsi, perseguitati e sterminati, ma mai sradicati del tutto. Gli arabi arrivano con le conquiste islamiche nel VII secolo. La definizione di “popolo palestinese” nasce in risposta politica al sionismo, non prima. I documenti parlano chiaro. Chi mente lo fa per costruire una narrazione tossica che nega al popolo ebraico la sua storia, la sua patria e la sua dignità. Oggi quella menzogna uccide Oggi, questa falsificazione storica è usata come pretesto ideologico per: negare il diritto di Israele a esistere, giustificare massacri come quello del 7 ottobre, riscrivere la storia a colpi di slogan e cartelli. Ma la storia è più testarda della propaganda. E a chi dice che “i palestinesi c’erano prima degli ebrei”, va risposto così: I palestinesi sono arrivati dopo. La Palestina era già Israele. Non ve lo dice la politica. Ve lo dicono i secoli.

COLONI

Storia, ipocrisie e verità scomode sull’insediarsi dove vivevano altri C’è stato un tempo in cui essere coloni era un vanto. Poi è diventato un crimine. Ma nessuno, nessun popolo sulla faccia della Terra, può dire di non esserlo mai stato. Il termine “colono” oggi è carico di accuse. In certi contesti è sinonimo di oppressore, usurpatore, invasore. Un’accusa che divide, condanna, polarizza. Ma nel corso della storia, essere colono era normale. Anzi, era una delle poche strade per sopravvivere, crescere, espandersi. Tutti, prima o poi, abbiamo preso terra da qualcun altro. Da Roma all’America: la storia è una lunga marcia di coloni I Romani colonizzavano territori conquistati e ci mandavano famiglie per stabilire ordine e romanità. I Greci fondavano polis nel Mediterraneo, “civilizzando” coste che oggi sono italiane, turche, libiche. Anche i popoli germanici, gli arabi, i mongoli, i bizantini: tutti coloni, ciascuno a modo suo. E poi i moderni: Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Olanda. L’Europa ha disseminato il pianeta di coloni. In nome di Dio, della bandiera, del commercio o della razza. Ma sarebbe falso credere che solo l’Occidente abbia colonizzato. L’Impero ottomano lo ha fatto, l’Impero cinese anche. E oggi? Anche la Cina in Africa. Anche la Russia nel Donbass. Anche il Marocco nel Sahara Occidentale. Colono non è solo chi prende la terra, ma chi la cambia Essere coloni non significava solo occupare. Significava trasformare. Nuovi villaggi, nuove strade, nuove religioni, nuove lingue. Ma anche: sradicamenti, cancellazioni, disuguaglianze. Nel tempo, la figura del colono è passata da eroe pionieristico a imputato storico. Da chi apriva la frontiera a chi violava i confini. È cambiato lo sguardo, non il gesto. Il diritto internazionale ha cambiato la percezione. Ma non la realtà. Dopo il 1945, con la nascita dell’ONU, la decolonizzazione e i processi anticoloniali, nasce un nuovo dogma: nessun popolo ha diritto di insediarsi dove ne vive un altro senza consenso. Nasce così il concetto giuridico di “colono illegale”. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta il trasferimento di popolazioni civili nei territori occupati. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale qualifica il trasferimento come crimine di guerra. Ma questa norma si applica selettivamente. E con memoria corta. La memoria selettiva del colonialismo Quando si accusa Israele per gli insediamenti in Cisgiordania, è giusto discutere. Ma diventa ipocrita farlo da paesi che hanno colonizzato per secoli e non hanno mai chiesto scusa veramente. L’Europa che oggi si indigna per i coloni israeliani è la stessa che ha distrutto interi popoli, dal Congo al Sud America, e ha lasciato in eredità frontiere tracciate col righello, guerre etniche, cicatrici aperte. Persino i paesi arabi, che condannano la colonizzazione sionista, hanno represso minoranze, annesso territori, islamizzato tribù e lingue autoctone. Coloni anche senza saperlo Quando una città cresce e ingloba campagne o villaggi antichi, non è forse una forma moderna di colonizzazione? Quando si insediano imprese occidentali in Africa, costruendo quartieri esclusivi per espatriati, scuole internazionali e hotel di lusso, non è anche quella una colonizzazione economica? Quando un gruppo dominante impone lingua, cultura e religione, non sta forse colonizzando l’altro? Siamo tutti coloni, oppure nessuno lo è più Il punto è questo: nessuno ha diritto di riscrivere la storia scegliendo chi può abitare dove. Se condanniamo i coloni oggi, dobbiamo farlo per tutti, sempre. Ma se ammettiamo che la storia è una catena di insediamenti, di conquiste, di contaminazioni, allora bisogna essere onesti: tutti siamo stati coloni. Anche se non ci piace. La verità non è comoda. Ma è l’unico terreno su cui possiamo davvero costruire qualcosa di nuovo.

pensiero unico

Il potere, inteso come ideologia dominante del periodo è sempre esistito ovunque e in qualsiasi contesto espressivo e, devo tristemente dire, che gli artisti ne sono malati da sempre. Le accademie in senso concettuale le ritrovi ovunque, a dx a sn, al centro, in basso in alto di lato davanti e dietro. Fanno comodo, proteggono, danno audience e regalano una pigrizia intellettuale micidiale. Spesso contagiano anche l'aspetto sintattico e linguistico del discorso, segno evidente che i nuovi scrittori leggono poco e male, la scrittura decente nasce dalla lettura senza gabbie ideologiche e da una libertà interiore mal sopportata dagli ambienti di riferimento.

DUE STATI

Tutti dicono di volere la pace. Tutti ripetono “due popoli, due Stati” come un mantra diplomatico. Ma se guardi i fatti – non le conferenze stampa – solo una parte ha davvero detto sì. Israele ha accettato la soluzione a due Stati più volte, nero su bianco. Dall’altra parte? Solo rifiuti, silenzi e fughe. 
Chiunque conosca la storia lo sa: il vero ostacolo non è Netanyahu. È il “no” sistemico palestinese. Le occasioni mancate (tutte per colpa loro) 1947 – Piano di Partizione ONU – Israele accetta. – Il mondo arabo rifiuta. – Scoppia la guerra. 2000 – Camp David – Israele offre quasi tutta la Cisgiordania, Gerusalemme Est, smantellamento insediamenti. – Arafat dice no. Nessuna controproposta. 2008 – Piano Olmert – 93% della Cisgiordania, compensazioni territoriali, spartizione di Gerusalemme. – Abu Mazen non firma. 2014 – Piano Kerry – Netanyahu accetta trattative dirette. – I palestinesi si alzano e se ne vanno. Ogni volta che la pace era lì, pronta, c’è stato un solo rifiuto costante: quello palestinese. E non per difendere la dignità. Ma per non perdere il potere. L’ambiguità è una strategia 
I leader palestinesi recitano due copioni: – Ai diplomatici: “Vogliamo due Stati” – Ai bambini: “Dal fiume al mare” – Ai media: “Resistenza” – Alla folla: “Martirio” È una trappola semantica. Parlano di pace mentre sognano una vittoria totale. Il “ritorno” di milioni di profughi non è un gesto umanitario: è una bomba demografica per cancellare Israele dall’interno. Due Stati? No. Due fasi per arrivare a uno solo. Chi governa davvero? – Hamas: controlla Gaza con pugno islamista. Lo statuto dice chiaramente: “Liberare tutta la Palestina”. Nessun due Stati. Nessun compromesso. – Fatah / Autorità Palestinese: – Non governa Gaza. – Il mandato di Abu Mazen è scaduto dal 2009. – Nessuna elezione. Nessuna legittimità. Nessuna roadmap. 
Con chi dovremmo trattare, esattamente? Israele ha fatto errori, sì. Ma ha anche: – Accettato tutte le proposte USA – Ritirato l’esercito da Gaza (2005) – Offerto negoziati anche sotto razzi e attentati E ha chiesto solo una cosa: “Riconosceteci come Stato ebraico. Rinunciate alla guerra. Parliamo.” La risposta? No. O peggio: il silenzio. La pace è un pericolo per chi vive di guerra Per Hamas, il conflitto è la linfa: – Potere – Fondi – Legittimazione come “resistenza” Per l’Autorità Palestinese, la tensione è comoda: – Niente elezioni – Niente riforme – Solo aiuti da incassare e potere da conservare In questo sistema la pace non conviene a nessuno. Perché la guerra paga. Non è Israele a bloccare la pace. È chi non ha mai accettato che gli ebrei potessero avere una patria. Finché non verrà riconosciuto il diritto all’esistenza sovrana dello Stato ebraico, parlare di “due Stati” è una farsa da salotto europeo. La pace esiste già – dove c’è riconoscimento reciproco. Tutto il resto è rumore, propaganda, e un’enorme paura: quella di dover rinunciare alla guerra come mestiere.

Politica

Di recente, parlando con un amico della crescente ondata di antisemitismo nel dibattito pubblico, mi ha colpito una sua osservazione: "Mi pare che l’odio antisemita oggi sia particolarmente forte tra le persone politicizzate, e molto meno diffuso nel resto della popolazione." 
Per "politicizzati", intendeva coloro che fanno attivismo, che si muovono dentro le dinamiche ideologiche del presente, spesso iperconnessi, immersi nei codici simbolici del loro gruppo. E qui sorge un problema più ampio: anche la parola "politicizzato" sta subendo una torsione semantica, sintomo di una trasformazione più profonda nel modo in cui concepiamo la politica stessa. 
Cosa significa davvero "politica"? La parola politica deriva dal greco politikós, cioè “relativo alla pólis”, la città-stato. Il suo corrispettivo latino è civicus, da cui "civico". In origine, dunque, la politica era l’arte della convivenza civile, dell’organizzazione del vivere comune, dello spazio condiviso. Era il luogo in cui i cittadini discutevano, deliberavano e agivano per il bene collettivo, non solo per affermare sé stessi o il proprio gruppo. Ma oggi, sempre più spesso, la parola “politica” è svuotata del suo significato civico e riempita di appartenenza ideologica. Essere politicizzati non significa più partecipare alla vita pubblica in modo critico e responsabile, ma identificarsi con una fazione e ripeterne fedelmente i dogmi. Una religiosità secolarizzata. 
Quel che vediamo in molte aree del discorso pubblico non è un’autentica coscienza politica, ma una religione laica: con i suoi dogmi (le verità non negoziabili del proprio campo), i suoi riti (gesti, parole, hashtag, schieramenti da esibire pubblicamente), i suoi santi e demoni (leader intoccabili e nemici assoluti), e la sua morale (che non si fonda più sul bene comune, ma sulla purezza ideologica). In questo contesto, l’antisemitismo — come altre forme di odio — non nasce tanto dall’ignoranza, quanto dalla narrazione binaria del mondo: una visione che divide tutto in buoni e cattivi, in vittime assolute e carnefici eterni, dove chi è identificato come "nemico" va demonizzato, isolato, cancellato. Questo meccanismo, che Spinoza avrebbe forse definito come una passione triste, produce una politica fatta non di responsabilità, ma di risentimento. Non di progetto, ma di esclusione. 
Recuperare il senso civico della politica se vogliamo contrastare questa deriva: dobbiamo ribadire un principio semplice e potente: la politica non è una fede, ma un metodo. Non è un’identità tribale da esibire, ma uno strumento per affrontare problemi reali. Essere politicizzati non dovrebbe significare allinearsi a un’ideologia, ma impegnarsi per la città, intesa come spazio condiviso di dialogo e di responsabilità. Forse, allora, il vero antidoto all’odio — antisemita o di altra natura — non è meno politica, ma più politica nel suo senso autentico: quella del confronto razionale, del pluralismo, della mediazione. Quella che costruisce ponti, invece di alzare muri. Quella che riconosce l’altro non come un nemico, ma come un concittadino con cui è ancora possibile parlare. In tempi in cui la politica si confonde con la fede e la militanza con l’identità, ricordare il valore civile della polis è un atto controcorrente. Ma forse è proprio da lì che può ripartire una politica capace di includere senza idolatrare, di criticare senza odiare, di dissentire senza disumanizzare.

lunedì 22 settembre 2025

controsensi

Rimescolare le carte in ossequio a tendenze e ideologie imposte da una pseudo cultura da web pilotate da un europeismo a senso unico non fa per me. Non mi piacciono coloro che dopo decenni di lotta per la laicità dello Stato e dei cittadini, dopo prese di posizione durissime nei confronti del Vaticano e della idea cristiana di società, dopo anni di scrittura sulla liberazione femminile, non alzano un dito, non scrivono un rigo non cantano una canzone contro il mondo islamico ma invece scrivono in rete felici e beati del suicidio intellettuale verso cui stanno precipitando. O sono pazzi o sono ipocriti: li disprezzo in entrambi i casi.

domenica 21 settembre 2025

il pensiero nascosto

Il pensiero nascosto Vive di una riflessione serissima e sofferta, essa non potrebbe sopravvivere se entrasse continuamente in contatto con interlocutori fasulli. Intendo dire persone che hanno già in tasca tutte le ragioni e tutte le risposte preconfezionate: in genere sono ragioni e risposte cresciute all'ombra di ideologie feroci e non discutibili. Sono le peggiori e, se ci pensi bene, quelle che ti "proteggono" meglio. Entri in un circolo virtuoso, in una tendenza perfetta che ti regala l'accesso a gratificazioni continue e visibilità diffuse. Dentro questo circolo godi persino di una onorabilità etica che non devi discutere ad ogni piè sospinto, è un vantaggio innegabile, una comodità enorme. Io non ne ho mai goduto, non ne ho mai voluto godere, ho un'indole diversa, ostica, contraddittoria, sono un isolato e soprattutto sono molto stanco. Di tutto ciò che importa a chi frequenta il web mi importa poco, vivo per dare spazio a altre dinamiche, ho interessi diversi e scrivo per non scordarmi di esistere. E' il massimo che posso dare ma tu credo lo abbia chiaramente inteso. Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile, non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere. Scelgo con un’attenzione estrema e sottile perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio e diventa prigioniero di sé stesso. Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli solo due volte nella mia vita. Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro. Non scivola via che l'apparenza, il tempo breve, l'immediato, tutta la somma delle emozioni vitali di quel momento.  Non c'è un do ut des, non è uno scambio commerciale, è qualcosa di talmente forte da cambiare la percezione della nostra vita. Il replay al contrario infine ci riporta a ciò che siamo stati. alla bellezza che nascondiamo per sconfiggere la morte, la dimensione potente e segreta della nostra essenza affettiva resta per sempre: ci racconta di un patrimonio avuto tra le mani da ricordare, un bene prezioso in sè, la prova che siamo capaci di elevarci sopra le colorate mediocrità del quotidiano, che siamo capaci di amare. Stanotte non c’è che la tua ombra che resiste al fuoco, e questa parete bianca. Le spalle sono vuote in queste stagioni senza misura: fa freddo ovunque. Il freddo ha il suono che sento farsi ampio nelle fessure, mentre raccolgo la mano che mi passasti nei capelli, il tempo è come tempo dell’amore, stanco quando arriva. Quando scompari dietro l’angolo che hai costruito chissà dove, le stanze hanno altre stanze, puoi prendere appunti ma ora è necessario dimenticare, poi scriverai appunti di me fermati in qualche nodo della voce Ti saluto, è necessario dimenticare, per chiudere l’assenza. E così poi potremo dire che stiamo andando in un’altra direzione. Il tuo vecchio impermeabile è un vuoto che frana questa notte, chi sono gli angeli adesso? Chi sono i peccatori? Accarezzami la ruga che ho sulla fronte. -Ti ho lasciato qualcosa di me a ricordarti dallo specchio che siamo st qui - Siamo stati qui. - e che sono sempre un altro che non riesco più a ricordare.

Opinioni


Questo non è un blog d'opinione, che significato ha questo termine? IO HO UN'OPINIONE, l'ho su molte cose ma non faccio opinione! Non pretendo di farla, me la studio, la vivo e la analizzo. Non la vendo ma la difendo aprioristicamente se essa viene attaccata gratuitamente, l'ideologia di altri non può valere più della mia per partito preso. Avere una opinione, scriverla in rete significa nella gran parte dei casi suicidarsi per contatti e audience; nei blog decenti da un punto di vista letterario l'opinione è UNICA, una dittatura del pensiero che nasce da molto lontano, dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla egemonia ideologica della sinistra che pretese di fondare questo straccio di Repubblica delle banane su una guerra civile. Ma io per fortuna ho superato da tempo l'imbarazzo di dover piacere per forza a qualcuno, di dover cinguettare su testi e concetti falsi e vuoti. 
Da quando scrivo in rete ho contatti speciali con blogger che ritengo abbiano opinioni molto diverse dalle mie se non contrastanti; ho ben capito che esprimere con chiarezza le proprie idee in aperto contrasto con quelle di tendenza nell'ambiente frequentato ti espone a un isolamento mediatico potente e progressivo. Devo francamente confessare due cose: la prima è che chi è in asse con le mie opinioni mediaticamente e culturalmente è spesso una nullità mentre dalla riva opposta ci sono fior di esecutori. La seconda è che non mi importa dell'isolamento io non faccio compravendita di contatti e non sono disponibile a compromessi a qualunque costo. Io sono un uomo libero sarà questo che vi disturba. A ventanni la mia fede marxista aveva subito un duro colpo proprio nell’ambiente che frequentavo: c’entrava una ragazza (c’entrano sempre) e la sua vagina ideologicamente avanzata; da quella ero poi passato ad una revisione critica delle posizioni politiche del movimento. Insomma non ero più un fervente e cieco compagno ma quella prima idea sul Capitale di Marx era ancora profondamente valida per me: i soldi c’entrano sempre… le donne pure.

sabato 20 settembre 2025

UNA SERENITA' LONTANA -

Non c’è nulla che mi piaccia e mi intrighi più dello scrivere, non c’era bisogno dei blog per capirlo: tutta la mia vita lo racconta da quando ero solo un ragazzino con i pantaloncini corti. Io non chiedo comprensione, il web finora è un largo spazio apparentemente libero, in cui vige la legge della selezione naturale darwiniana: solo una parte di blogger resiste a lungo e, a mio parere ed escludendo me, non sempre la migliore. Non sarò certo io a cambiare questo andazzo comune tra l’altro ad altri mezzi di comunicazione di massa. Io cerco una serenità lontana.

venerdì 19 settembre 2025

occidentale

Occidentale. Stanco di scrivere al vento e di far finta di condividere. Ucciso dalla inutilità di aver studiato e letto per decenni, di aver confrontato fonti diverse. Di aver amato il silenzio dopo la chiusura di un libro. Occidentale del Sud, più vicino alla Grecia che a Berlino conosciute bene entrambi. Da Lampedusa ho lasciato sul confine del mare una lunghissima carezza, l’ultima che mi ricordi di me e di te amore mio. Stanco e guardo a oriente dove sorge ogni giorno la speranza. Occidentale. C’è una luce particolare oggi sullo jonio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre. Respiro a fondo il senso di attesa di questo luogo e mi domando quanto io sia imprigionato dentro la parte mia di vita, quante battute ho pronunciato dentro l’ombra di questa rappresentazione; ma sono stato sempre attento, la mia parte e la vostra parte legate da una placenta vitale, preciso nei tempi e nei modi perché una battuta fuori posto e il teatro andrebbe in rovina. Questa è la forma signori miei, l’unica scelta possibile per un artista, la forma partorita da te, dalla tua arte, la tua visione dentro alla quale ti muovi come un’ombra. Le recite a soggetto sono possibili solo qui; nella vita concreta questo non è concesso, lì siamo solo marionette mosse dal vento con un canovaccio imposto misteriosamente e sempre nuovo e crudele per noi. Vorrei poteste sentire sul viso la carezza del lieve scirocco che sale dal mare e il grande silenzio che si allarga sul cuore.

Palestina chi sei e dove sei

La Palestina non è mai stata una nazione. Non aveva lingua distinta, non aveva tradizioni uniche, non aveva uno stato. Era un pezzo di Levante come tanti, popolato da arabi che parlavano lo stesso dialetto dei siriani e dei giordani, che vivevano di clan, villaggi e qualche città mercantile. 
Nessuno, prima del 1948, parlava di “palestinesi” come popolo politico. È la nascita di Israele a creare la Palestina. O meglio: è la sconfitta araba del 1948, la Nakba, a trasformare un insieme di comunità in un’identità nazionale. Senza Israele, la parola Palestina sarebbe rimasta una denominazione geografica sulle mappe del mandato britannico. Il paradosso si vede subito. Gli stati arabi si lanciarono in guerra proclamando che avrebbero annientato Israele. Furono sbaragliati. Israele non solo sopravvisse, ma vinse. Ma poiché ammettere il fallimento era politicamente impossibile, si scelse un’altra via: ribaltare la narrazione. Israele non aveva sconfitto cinque stati arabi incapaci e divisi, ma aveva cacciato un popolo inerme dalle proprie case. Ecco la Palestina, partorita dalla disfatta, utile come alibi e come bandiera. La guerra fredda trasformò questa invenzione in mito. L’Unione Sovietica, dopo aver inizialmente favorito la nascita di Israele per indebolire Londra, abbracciò la retorica antisionista e fece della Palestina il simbolo di una lotta anticoloniale globale. Poco importava che non fosse mai esistita come nazione: serviva un Davide contro il Golia occidentale. Così Israele, che aveva vinto sul campo, divenne sulla carta un mostro coloniale, mentre i palestinesi, mai stati un popolo politico, si trasformarono in vittime eterne, buone per i cortei studenteschi in Occidente e per la propaganda sovietica. Qui arriva l’unicum storico: l’assistenza perpetua delle Nazioni Unite. Nel secolo degli esodi, milioni di persone furono sradicate: tedeschi dall’Est Europa, greci e turchi scambiati, indiani e pakistani divisi col sangue, ebrei cacciati dai paesi arabi. Tutti, in un modo o nell’altro, furono integrati altrove. Non i palestinesi. Per loro, l’ONU creò un’agenzia speciale, l’UNRWA, che da 75 anni perpetua lo status di rifugiato e lo trasmette di generazione in generazione. Campi che dovevano essere provvisori sono diventati città permanenti, incubatori di rancore e di militanza. Nessun altro popolo ha avuto questo privilegio: un’assistenza infinita, trasformata in una condanna. E non finisce qui. Perché miliardi di dollari di fondi ONU e occidentali, destinati a scuole, ospedali e infrastrutture civili, sono stati regolarmente dirottati da Hamas per scavare tunnel, accumulare armi, costruire arsenali. Gaza, uno dei territori più sussidiati del pianeta, è anche il luogo dove gli aiuti umanitari si trasformano in missili e cemento per basi sotterranee. Il denaro che avrebbe potuto dare un futuro a una generazione intera è stato usato per blindare il presente nella guerra eterna. Così la Palestina resta sospesa: popolo reale ma al tempo stesso mito politico, nazione senza stato e senza tratti distintivi, congelata da decenni di assistenza che non risolve, ma alimenta. Israele ha vinto tutte le guerre, ma i palestinesi hanno vinto la battaglia del racconto: sono rimasti le vittime sacre, indispensabili per salvare la faccia dei regimi arabi, per la propaganda sovietica di ieri, per il senso di colpa occidentale di oggi. Vittime funzionali, mai liberate, mai integrate, sempre mantenute in un limbo. Ecco il vero scandalo: non è Israele a condannare i palestinesi a un destino senza fine, ma l’uso politico e perverso della loro condizione. I fondi che dovrebbero emanciparli li tengono prigionieri. Le guerre che dovevano liberarli li hanno resi pedine. La Palestina è l’unico caso della storia moderna in cui un popolo non vive per sé, ma per alimentare una narrazione che serve a tutti gli altri.

qualcosa di nuovo

Quando accade di buttar giù qualcosa di nuovo è sempre a a causa di un evento eccezionale, di un interlocutore particolare.. in quel caso invece di scrivere un post personale mio scrivo un commento o una risposta. Tutto resta per fortuna confinato in un grande riserbo senza strilli, polemiche sciocche, sottintesi pruriginosi e minchiate di questo tipo. Tutto somiglia di più ad un libro e al cartaceo da cui naturalmente sono nato.

giovedì 18 settembre 2025

LA SECONDA SHOAH

Cos’è accaduto davvero nel giorno più nero per gli ebrei dopo la Shoah Il 7 ottobre 2023 non è solo una data. È una cesura storica, uno spartiacque, un ritorno all’orrore che il mondo giurava di non voler più vedere. Quello che è accaduto in Israele quel giorno non è un’operazione militare. Non è nemmeno una semplice strage. È un crimine contro l’umanità pianificato, filmato e celebrato. È uno sterminio etnico e ideologico con intenti dichiarati e prove documentate. Altro che “resistenza”: il 7 ottobre è stato genocidio in diretta. I fatti, senza giri di parole Nelle prime ore dell’alba, Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti: oltre 3000 miliziani sono penetrati in territorio israeliano, via terra, aria e mare, uccidendo a sangue freddo più di 1200 civili, rapendo circa 250 persone, tra cui donne, bambini e anziani. Le immagini delle bodycam e dei cellulari rubati dagli stessi terroristi mostrano bambini decapitati, famiglie bruciate vive, stupri su donne e ragazze, mutilazioni di cadaveri. I video non li ha prodotti Israele. Li ha diffusi Hamas, con orgoglio. Per mostrare che non c’è confine morale, non c’è distinzione civile/militare. Solo odio. Cos’è uno sterminio? Secondo la Convenzione sul Genocidio dell’ONU (1948), un atto genocidario si configura quando: “si compiono atti violenti con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso.” Il 7 ottobre: le vittime sono state scelte in quanto ebrei o israeliani, l’obiettivo era terrorizzare, cancellare, umiliare un intero popolo, l’azione era sistematicamente organizzata, con supporto logistico e mediatico. Non è solo un massacro. È uno sterminio su base identitaria. Chi minimizza, collabora Dal giorno dopo, si è attivata la seconda ondata dell’attacco: quella della narrazione. “È stato un atto di resistenza”: no, resistere è colpire obiettivi militari, non bambini addormentati. “Israele uccide di più a Gaza”: è un’altra guerra, un altro tema. Non giustifica un crimine deliberato. “Ci sono anche fake news”: sì, ma i crimini certi sono troppi e documentati. E nessuno li ha mai smentiti seriamente. Il fatto che oggi, in molte piazze occidentali, si neghi o si giustifichi l’orrore del 7 ottobre è il vero sintomo della malattia morale dell’Occidente. Una parte del mondo sta dicendo, di nuovo: “Se uccidi un ebreo, forse hai le tue ragioni.” Il giorno dopo la Shoah Per gli ebrei, il 7 ottobre è stato il peggior massacro dalla Shoah. Non per i numeri (che già bastano), ma per il ritorno della logica del pogrom: l’uccisione come punizione collettiva, la distruzione come messaggio politico, lo stupro come strumento ideologico, la gioia della morte come atto di fede. Non è un’eccezione. È un manifesto. E Hamas lo ha rivendicato così: “Ripeteremo il 7 ottobre ancora e ancora, finché Israele non sarà cancellato.” Chi ha il coraggio di chiamarlo col suo nome? Non l’ONU, che ha impiegato giorni a reagire. Non l’Europa, che ha oscillato tra il silenzio e il “ma anche”. Non una parte della stampa, che ha aperto con “Israele bombarda Gaza” il giorno in cui Israele contava i cadaveri bruciati nelle case. E adesso? Chi osa dire “genocidio” per Gaza, ma tace sul 7 ottobre, ha perso il diritto di parlare di diritti umani. Chi difende l’indifendibile, non ha più scuse né alibi. Non è guerra. È sterminio. Il 7 ottobre non è un episodio isolato. È la manifestazione più brutale di un’ideologia che predica la morte degli ebrei, la distruzione dello Stato d’Israele e la legittimità della violenza su civili come atto di giustizia divina. Chiamarlo in un altro modo è collaborare. Giustificarlo è complicità. Perché oggi bisogna scegliere Non tra Israele e Palestina. Ma tra verità e menzogna, tra giustizia e barbarie. E se ancora non riesci a capire cos’è successo il 7 ottobre, c’è solo una cosa da fare: guardare negli occhi le vittime. E poi smettere di mentire.

GIORNALISMO VERO

Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, ha dichiarato che l’esposto disciplinare non deve essere usato per “mettere a tacere voci sgradite”. Sembra un principio nobile. Ma è un’operazione retorica perfetta: trasformare ogni critica documentata a un giornalista in un atto eversivo. Chi presenta un esposto, secondo Bartoli, non cerca giustizia. Cerca di “intimidire”. Chi chiede rigore, trasparenza, correttezza, diventa un nemico del pluralismo. Come se pluralismo significasse poter raccontare balle impunemente, purché con penna autorevole. E invece no, presidente. Qui il problema è un altro. Il problema è che il giornalismo italiano è pieno di voci che non sbagliano per distrazione, ma per convinzione politica. E i casi sotto gli occhi di tutti lo dimostrano: Alcuni errori clamorosi (e mai puniti): Francesca Albanese parla all’ONU di genocidio israeliano senza citare Hamas, né il 7 ottobre. I giornali italiani rilanciano le sue parole senza contestualizzazione, senza critica, senza fac-checking. TG1 e TG3 titolano “Israele colpisce ospedale”, rilanciando la bugia di Hamas sull’attacco all’Al-Ahli. Solo 24 ore dopo si scopre che l’ospedale era integro e la strage era causata da un razzo fallito della Jihad Islamica. Nessuno chiede scusa. Nessun richiamo. Nessuna rettifica in prima serata. Reporter da Gaza parlano di “bambini uccisi” senza dire che molti avevano 16–17 anni, armati, arruolati, usati da Hamas. Ma guai a distinguere. L’importante è alimentare la narrazione. Editorialisti da salotto parlano di “apartheid israeliano”, ma non menzionano mai che a Gaza non si vota dal 2006, che l’opposizione viene repressa, che le donne vengono lapidate e gli omosessuali torturati. Il punto non è l’esposto. Il punto è l’intoccabilità ideologica. Bartoli non si chiede perché così tante persone stiano presentando esposti. Forse – dico forse – perché il giornalismo è diventato un’arma politica, mascherata da cronaca. Perché chi scrive per testate militanti può insultare Israele, distorcere i fatti, ignorare gli ostaggi -e poi piangere censura se qualcuno glielo fa notare. Eppure, se un giornalista avesse minimizzato gli stupri del 7 ottobre o ironizzato sulla Shoah, sarebbe stato crocifisso in pubblico. Ma se fa lo stesso con le vittime israeliane, diventa un “pluralista coraggioso”. Il pluralismo non è dire tutto. È dire tutto quello che è vero, anche quando non conviene alla propria parte politica. Un giornalista che mente, omette o distorce per militanza ideologica, non è una “voce scomoda”. È una minaccia alla credibilità dell’informazione. E chi lo segnala, con strumenti legittimi come l’esposto, non è un censore. È un cittadino che pretende giustizia. In un Paese dove l’Ordine difende solo chi ha la tessera giusta.

COMPAGNI CHE SBAGLIANO

PCI, intellettuali e compagni che sbagliavano: sono la zona grigia che ha protetto il terrorismo. In Italia ci sono parole che non si possono dire. Puoi dire “strage fascista” anche quando le prove non reggono, ma prova a dire “terrorismo comunista” e scatterà subito la difesa d’ufficio, il relativismo storico, la retorica della complessità. Eppure, la storia parla chiaro e grida. Le Brigate Rosse non sono comparse all’improvviso, non sono state un virus alieno nella società italiana. Sono nate, cresciute e si sono armate dentro l’ecosistema ideologico della sinistra radicale. Molti dei loro quadri venivano da ambienti universitari, sindacali, intellettuali dove il Partito Comunista Italiano aveva egemonia, influenza, controllo. Renato Curcio, Mario Moretti, Alberto Franceschini: nomi oggi scoloriti nei manuali, ma un tempo ospiti fissi dei collettivi, delle federazioni giovanili, delle redazioni militanti. Prima del passamontagna, c’era la tessera, prima della clandestinità, c’erano le riunioni e nessuno può dire di non sapere. Eppure, quando partì la lotta armata, il PCI scelse la linea del silenzio e del distacco apparente, nessuna condanna netta, nessuna presa di posizione brutale, solo una frase usata come scudo morale: “Compagni che sbagliano.” Mentre le BR uccidevano magistrati, politici, poliziotti, il Partito Comunista faceva il gioco sporco dell’equidistanza: denunciava la violenza, ma rifiutava di ammettere la matrice comunista del terrore rosso e intanto evitava di collaborare davvero con lo Stato nella repressione delle cellule. Era questione di sopravvivenza politica. Se il PCI avesse ammesso che il terrorismo armato si era sviluppato all’interno del proprio bacino ideologico, avrebbe perso la verginità istituzionale. E allora meglio fingere distanza, meglio parlare di “deviazioni”, meglio lasciare che fosse la DC, la polizia, i magistrati a sporcarsi le mani. Nelle università, nelle redazioni, nei festival della cultura alternativa, si continuava a simpatizzare, a giustificare, a non espellere. Molti terroristi hanno trovato rifugio nei circoli della sinistra “pensante”, molti professori hanno insabbiato contatti, coperto fiancheggiatori, ridimensionato violenze. Il terrorismo rosso aveva la protezione morale dell’élite culturale. E quella protezione è durata fino a oggi, sotto forma di oblio selettivo. Ma guai a dirlo, chi oggi prova a collegare le BR al comunismo viene accusato di revisionismo, fango, provocazione. Ma nessuno si scandalizza se ogni bomba nera viene ancora etichettata come “strage fascista” anche in assenza di sentenze definitive o responsabilità dirette. Due pesi, due misure. Una sola narrazione. Le BR uccidevano in nome del socialismo, firmavano i volantini con la stella rossa. Citavano Mao, Lenin, il Che ma non c’è mai stata una “giornata della memoria per le vittime del comunismo italiano”. Perché non si può dire, non si deve dire. E così il nostro Paese resta sospeso nella mezza memoria che è anche mezza verità. E quindi mezza giustizia.

GIACOMO MATTEOTTI

16 agosto 1924 Il corpo di Giacomo Matteotti, deputato socialista, viene ritrovato più di due mesi dopo la sua scomparsa, avvenuta il 10 giugno. Il 30 maggio Matteotti, in un appassionato discorso alla Camera dei Deputati, aveva denunciato i brogli elettorali e la violenza delle squadre fasciste, che agivano nell’impunità, dato che il partito fascista era già al governo da due anni. Dopo quel discorso, Mussolini disse: «Dopo quello che ha detto, quell’uomo non dovrebbe più essere in giro». Non so se Mussolini abbia dato l’ordine o se forse alcuni dei suoi servi ottusi lo abbiano interpretato come un “ordine diretto” (è molto probabile che quel pezzo di merda di Mussolini abbia pronunciato quelle parole contando sul fatto che alcuni dei suoi stupidi e ottusi scagnozzi lo interpretassero come un ordine “camuffato” da sfogo personale). E così, nel pomeriggio del 16 giugno, un gruppo di criminali, i cui nomi è giusto riportare come marchio eterno di infamia: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo rapirono il deputato Matteotti, picchiandolo e pugnalandolo a morte. Un assassinio in pieno stile fascista, un gruppo di codardi che aggredisce una persona pacifica e innocente. Per non dimenticare. Mai....Oggi qualcuno direbbe - se l'è cercata-

CONTRADDIZIONI SULLE CURE

Mentre il mondo parla solo di guerra e occupazione, c’è un dato che rompe la narrazione: decine di migliaia di palestinesi, ogni anno, trovano cure negli ospedali israeliani. Sessant’anni di conflitti, accuse, intifade e negoziati falliti. Eppure, nel mezzo di questo campo minato politico, c’è una storia che non entra mai nei cortei, non passa nei talk show, non diventa hashtag. La storia dei palestinesi che si curano in Israele. Non stiamo parlando di casi isolati, ma di numeri enormi. Ogni anno, circa 100 mila pazienti palestinesi accedono a cure specialistiche negli ospedali israeliani o in quelli di Gerusalemme Est. Non solo emergenze: cardiologia, oncologia, pediatria, trapianti. Dal 2011 al 2015, oltre 42 mila pazienti hanno ricevuto trattamenti in Israele, con un incremento del 37% rispetto agli anni precedenti. Nel 2016 le autorizzazioni furono quasi 94 mila, a cui vanno aggiunti i familiari che accompagnavano i malati. Numeri che raccontano una realtà ignorata: nel Paese dipinto solo come “occupante e carnefice”, centinaia di migliaia di palestinesi hanno trovato la possibilità di sopravvivere. Il paradosso di chi accusa e chi cura È la contraddizione che nessuno ama affrontare. Da un lato, piazze e campus urlano al “genocidio”. Dall’altro, gli ospedali israeliani che aprono le porte a malati provenienti da Gaza e Cisgiordania. Non si tratta di propaganda, ma di cartelle cliniche. Bambini con malformazioni cardiache, donne sottoposte a chemioterapia, pazienti dializzati. Il programma “Save a Child’s Heart”, ad esempio, ha salvato migliaia di bambini palestinesi affetti da gravi patologie cardiache. Storie che raramente fanno notizia perché incrinano la narrazione monolitica: Israele come nemico assoluto, i palestinesi solo come vittime passive. Il silenzio dell’indignazione Chi parla di apartheid non spiega come mai ogni giorno centinaia di ambulanze palestinesi attraversino i checkpoint per raggiungere ospedali israeliani. Chi accusa Israele di praticare una “politica di sterminio” evita di citare che proprio lì, a Tel Aviv o a Gerusalemme, migliaia di palestinesi hanno trovato la cura che nei loro territori non esiste. La realtà è che l’indignazione è selettiva. Le morti fanno notizia, le guarigioni no. Il dolore è utile per la politica, la vita salvata no. E così questa verità scomoda rimane ai margini. Un dato che pesa come un macigno Se mettiamo insieme decenni di permessi umanitari, ricoveri, terapie e interventi, la cifra diventa enorme: centinaia di migliaia di palestinesi in settant’anni. Forse un milione. Un fiume di vite attraversate dal paradosso: chiedere aiuto a chi, sul piano politico, viene additato come nemico. È il segno di una realtà che non si piega agli slogan. Israele non è solo carri armati e operazioni militari. È anche corsie di ospedali, reparti pediatrici, chirurghi che operano senza chiedere passaporto politico. La verità che non conviene Questa è la parte della storia che non entra nei cortei. Perché complica le semplificazioni. Perché mette in crisi la narrazione del male assoluto. Perché costringe a guardare a Israele non solo come Stato militare, ma come Paese che cura anche i figli dei suoi nemici. È una verità che pesa come un macigno e che nessuno vuole maneggiare. Perché ammetterla significherebbe riconoscere che, anche dentro un conflitto feroce, c’è uno spazio di umanità che non si lascia ridurre a slogan. E allora meglio il silenzio. Meglio ignorare. Meglio continuare a gridare alla piazza che Israele uccide, dimenticando che Israele, ogni giorno, salva.

IL CATTOCOMUNISTA

Il cattocomunista italiano, quando si parla di Israele, con un occhio finge di vedere i missili su Tel Aviv, con l’altro sceglie di restare cieco davanti ai tunnel di Hamas. Da un lato predica pietà per Gaza, dall’altro è un fascista in purezza quando invoca il boicottaggio degli ebrei. Da un lato si veste da altruista, dall’altro è un classista di prim’ordine che decide chi merita diritti e chi no. In sostanza, è la contraddizione vivente in tutto quello che fa. E quanto a tolleranza e dialogo, ha il busto di Mussolini al posto del cuore, solo che stavolta lo copre con la kefiah.

LE SORPRESE DELLA STRISCIA

Sei fatti sorprendenti su Gaza che scommetto non avete mai saputo. 1) Sapevate che Gaza ha il tasso più alto al mondo di interventi chirurgici di riassegnazione transgender? Ogni volta che 500 terroristi armati vengono uccisi, secondo tutti i resoconti dei media diventano immediatamente donne. 2) Sapevate che la carestia a Gaza rende le persone sovrappeso? Per 22 mesi, giorno dopo giorno, le Nazioni Unite hanno denunciato “fame” e “carestia”, anche quando ogni indagine e rapporto indipendente ha dimostrato il contrario, inclusa l’indagine delle stesse Nazioni Unite. Il consumo medio di calorie a Gaza è tre volte superiore a quello della popolazione della maggior parte dei grandi paesi industrializzati messi insieme. 3) Sapevate che Gaza ha la più grande rete di informazione del mondo? Letteralmente, a Gaza sono tutti “giornalisti”. 4) Sapevate che la Gaza sotterranea è grande il doppio della Gaza in superficie? A quanto pare, Hamas è così ossessionato dalla morte che ha costruito un’intera città sotterranea in cui seppellirsi. 5) Sapevate che il “genocidio” a Gaza, a differenza del gen*cidio in qualsiasi altra parte dell’universo, significa che la sua popolazione aumenta in modo significativo? 6) Viviamo certamente in un mondo capovolto… e Gaza è il mondo immaginario dove tutto è possibile.

UNA DOMANDA SCOMODA

La domanda è scomoda ma inevitabile: come fa la propaganda di Hamas a penetrare in Italia, filtrando nelle piazze, nelle università e perfino nelle aule parlamentari? L’inchiesta de Il Tempo (serie di articoli pubblicati tra il 29 luglio e il 21 agosto 2025) ha provato a rispondere. I tasselli compongono un quadro inquietante: una rete di associazioni, eventi istituzionali e contatti politici che riproducono la narrazione del gruppo islamista. 1. L’evento alla Camera (29 luglio 2025) Come documentato da Il Tempo il 29 luglio, nella Sala della Camera dei Deputati si è tenuta la presentazione del rapporto della relatrice ONU Francesca Albanese, dal titolo “Da un’economia di occupazione a un’economia di genocidio”, promossa dall’on. Stefania Ascari (M5S). Alla conferenza, riporta il quotidiano, erano presenti anche attivisti collegati a sigle filo-palestinesi. Tra i nomi citati: Suleiman Hijazi, figura già nota nel circuito associativo. (Il Tempo, 31 luglio 2025). 2. Le associazioni finite sotto la lente Il 9 agosto, Il Tempo pubblica un articolo dal titolo “I compagni di Hamas” dove mette in evidenza i rapporti tra alcune associazioni italiane e i vertici del movimento islamista. Viene ricordato che il Dipartimento del Tesoro USA (OFAC) ha sanzionato Mohammad Hannoun, presidente dell’ABSPP di Genova, accusata di aver convogliato almeno 4 milioni di dollari verso Hamas in dieci anni. Il 16 agosto, lo stesso quotidiano aggiunge un altro dettaglio: anche l’associazione Cupola d’Oro (Golden Dome Charity Association), attiva in Italia, è stata inserita dall’OFAC nella lista delle entità “linked to Hamas”. 3. La rete “moschee – ONG – politica” Il 10 agosto, in un pezzo dal titolo “Associazioni filo Hamas, moschee e politici di sinistra: come funziona la rete”, Il Tempo descrive il meccanismo con cui i messaggi partiti da Gaza arrivano nelle piazze italiane. Non con i simboli dell’islamismo militante, ma rivestiti di parole chiave “progressiste”: diritti, apartheid, genocidio. Una traduzione culturale che permette di trasformare il linguaggio jihadista in slogan accettabili nelle università e nei sindacati studenteschi. 4. Le reazioni politiche Il 14 agosto, Il Tempo pubblica un articolo su Alessandro Di Battista, accusato di rapporti ambigui con figure collegate a Hannoun. L’ex parlamentare si difende parlando di “strumentalizzazione del suo nome”. Il quotidiano ribatte mostrando foto e riferimenti a una missione in Libano del 2023. Il 20 agosto, scoppia lo scontro con Gaetano Pedullà, che accusa il giornale di “alimentare odio”. Ma il direttore Tommaso Cerno replica su Il Tempo: “Nessuna paura. I legami tra Hamas e politica passano per eventi istituzionali, ed è nostro dovere raccontarli”. 5. Il caso dei farmaci gettati Sempre il 20 agosto, Il Tempo dedica un editoriale a un video diventato virale: due dottoresse italiane gettano medicinali “perché prodotti in Israele”. Cerno lo definisce “propaganda vincente di Hamas”, spiegando che il gesto non è casuale ma perfettamente coerente con la strategia comunicativa del movimento: indignare, radicalizzare, spaccare l’opinione pubblica. 6. Il punto fermo: le sanzioni USA Al di là delle polemiche, restano i documenti ufficiali. Il Dipartimento del Tesoro USA (OFAC) ha messo nero su bianco due cose: che Mohammad Hannoun e l’ABSPP hanno inviato milioni di dollari verso Hamas; che la Cupola d’Oro è legata al gruppo islamista. Sono atti pubblici e verificabili. Su questo, la politica italiana non può far finta di nulla. In sintesi L’inchiesta de Il Tempo ha fatto emergere un nodo che non può essere liquidato come “polemica estiva”: associazioni sanzionate dagli Stati Uniti che operano in Italia, presenze istituzionali contestate, politici che riprendono slogan nati a Gaza e diffusi da Hamas. La domanda finale è la stessa che pone Cerno dalle colonne del giornale: “Può il Parlamento concedere legittimità a chi viene collegato a un’organizzazione terroristica internazionale? Può la politica italiana permettersi di ignorare verifiche minime sui rapporti istituzionali?” Finché non ci saranno risposte, la propaganda di Hamas continuerà a camminare anche nei corridoi della politica italiana.

UN TEMPO LONTANO

C’era un tempo in cui la sinistra si presentava come avanguardia culturale, intellettuale, emancipatrice. Oggi, in pieno scontro geopolitico, la sua immagine è capovolta: non più il faro del pensiero critico, ma la caricatura di sé stessa. Un miscuglio di populismo urlato e fanatismo ideologico, che non costruisce alternative ma smonta ogni complessità con slogan da corteo e indignazione a comando. Il populismo in salsa “progressista” Populismo di destra e populismo di sinistra hanno la stessa radice: la divisione manichea tra un “popolo puro” e un’“élite corrotta”. Ma la sinistra di oggi ha perfezionato l’arte della semplificazione. Non si limita a denunciare diseguaglianze, le trasforma in narrazione totale: ogni problema è colpa della “casta”, del “neoliberismo”, dell’Occidente. Così, nei cortei e nei talk show, il linguaggio è identico a quello dei demagoghi che un tempo detestava: “il 99% contro l’1%”, “noi contro loro”, “il popolo contro i padroni”. Nessuna analisi economica, nessuna proposta strutturata: solo etichette e nemici simbolici. In un contesto globale fatto di guerre ibride, terrorismo, manipolazioni mediatiche, questo schema diventa benzina sul fuoco. Il fanatismo che divora il pensiero Accanto al populismo c’è il fanatismo. La sinistra non si limita più a interpretare il mondo, pretende di imporre una sola verità morale. Chi non la condivide diventa fascista, reazionario, servo dell’imperialismo. Non esiste più il confronto: esiste solo la scomunica. E qui sta il salto di qualità negativo: il fanatismo di sinistra oggi giustifica regimi e movimenti che incarnano tutto ciò che un tempo avrebbe combattuto. Perché? Perché “anti-occidentali”. Si può chiudere un occhio sulle prigioni iraniane, sulle repressioni cubane, sui massacri di Hamas: tanto basta essere contro Washington e Bruxelles per guadagnarsi indulgenza plenaria. La geopolitica come campo minato Nel mezzo di un conflitto globale, con Israele sotto attacco, con la Russia che smonta l’ordine europeo, con la Cina che insidia i mercati e con l’Iran che finanzia reti terroristiche, la sinistra occidentale cosa fa? Si aggrappa a slogan stantii. Su Israele: urla “apartheid” ignorando il 7 ottobre, le vittime civili, gli ostaggi. Su Gaza: dimentica che l’Egitto chiude i confini, che Hamas usa i civili come scudi, che i miliardi di aiuti evaporano nei tunnel. Su Mosca: condanna tiepida, spesso accompagnata dal “ma anche la NATO…”. Su Teheran: silenzio totale, come se l’impiccagione di dissidenti fosse folklore locale. Il risultato è devastante: una narrazione a senso unico che indebolisce l’Occidente e regala legittimazione ai suoi nemici. Populismo da talk show Accendete un talk politico e il copione è identico: politici e opinionisti di sinistra brandiscono parole come spade, senza costi né responsabilità. “Tagliamo le spese militari”, “apriamo i porti”, “stop alle sanzioni”. Tutto pronunciato come se vivessimo in un mondo neutro, senza Putin, senza Xi, senza terrorismo islamista. È populismo puro: promesse facili, soluzioni impossibili. Non si governa più con la realtà, ma con il sogno urlato a beneficio del pubblico. Il resto lo fanno i social. In piena guerra informativa, la sinistra diventa il megafono inconsapevole delle campagne straniere. Dai meme pro-Hamas agli hashtag contro Israele, dalle campagne anti-NATO ai thread che ripetono argomenti russi parola per parola. Tutto travestito da “coscienza critica”. Il fanatismo si esprime in modo binario: o sei con loro o sei un nemico. Nessuna sfumatura, nessun dubbio. Un pensiero che assomiglia sempre di più a quello che un tempo definivano “reazionario”. Così oggi la sinistra è diventata il volto elegante dell’ipocrisia. Difende i diritti, ma solo quando a calpestarli è l’Occidente. Difende i deboli, ma tace quando a massacrarli sono regimi amici. Predica la pace, ma applaude chi lancia razzi e rivendica attentati. È il paradosso del nostro tempo: chi doveva rappresentare la razionalità critica si è trasformato nella fabbrica di giustificazioni ideologiche per chi combatte l’Occidente. Siamo in piena malattia terminale: la sinistra non è più l’alternativa al populismo: è diventata essa stessa populismo, condito da fanatismo morale. Non costruisce, ma distrugge. Non difende, ma distorce. Non cerca soluzioni, ma nemici. In un mondo attraversato da conflitti e manipolazioni, questa deriva non è solo una caricatura: è un pericolo. Perché indebolisce dall’interno, regalando ai veri avversari dell’Occidente – Russia, Cina, Iran, terrorismo islamista – la sponda perfetta. Il progressismo ridotto a slogan è la nuova malattia terminale della politica. E la sinistra, oggi, ne è il paziente zero.

Vincenzo

“Scrisse, scriveva, ritenne fin da ragazzo che fosse meglio osservare il mondo attraverso la scrittura. Poi, più grande, lesse le emozioni d...