Non c’era un’unica linea, ma due guerre intrecciate. La prima, convenzionale: eserciti arabi regolari, bandiere e prigionieri scambiati. La seconda, brutale: milizie palestinesi irregolari, che gridavano “Itbah al Yahoud” – “sgozzate gli ebrei” – e trasformavano la resa in un’esecuzione collettiva.
Questa differenza, spesso rimossa dalla narrazione ufficiale, è il cuore di una delle pagine più cruente del 1948.
La cifra che racconta il conflitto
I numeri sono chiari. Durante la guerra civile del 1947-48 e la guerra d’Indipendenza israeliana, 1.057 ebrei furono catturati da forze arabe.
827 dalla Giordania (Legione Araba)
220 dall’Egitto
10 tra Siria e Libano
La maggioranza, dunque, sopravvisse come prigioniero di guerra, fino agli scambi del 1949. Ma per centinaia di altri, catturati da milizie irregolari, la resa significò la morte.
Quando la Legione Araba rispettò la guerra
Gli archivi riportano episodi che confermano un comportamento relativamente “disciplinato” da parte degli eserciti statali.
Gerusalemme, 28 maggio 1948: 340 difensori e civili ebrei si arresero alla Legione. Furono trasferiti in Giordania e protetti dal comandante Abdullah el-Tell, che impedì alle bande locali di massacrarli.
Gush Etzion (escluso Kfar Etzion), 14 maggio 1948: circa 320 abitanti dei kibbutzim furono presi prigionieri e poi liberati.
Catture minori in Negev e Galilea: prigionieri detenuti in campi egiziani o siriani, trattati con durezza, ma senza esecuzioni sistematiche.
Questa condotta era influenzata da pressioni internazionali e da una volontà di mantenere una parvenza di legittimità, persino senza firme formali alle Convenzioni di Ginevra.
Dove comandava il massacro
Altro il comportamento delle milizie irregolari palestinesi e delle bande locali. Qui il codice era uno: nessun superstite.
Kfar Etzion, 13 maggio 1948: 130 difensori ebrei si arresero. Quattro furono salvati dalla Legione. Tutti gli altri – 127 uomini e donne – furono massacrati a sangue freddo, corpi mutilati con granate e mitragliatrici.
Convoglio Hadassah, 13 aprile 1948: 77 persone, tra medici, infermieri e pazienti feriti, furono bruciate vive dentro i mezzi dopo ore di sparatoria. Nessun prigioniero.
Convoglio di Yehiam, 27 marzo 1948: 47 caduti, senza possibilità di resa.
I “35” di Gush Etzion, 16 gennaio 1948: giovani combattenti circondati, uccisi fino all’ultimo, corpi sfregiati a battaglia conclusa.
Episodi che non furono eccezioni, ma parte di un pattern. Le bande irregolari trasformarono l’odio in prassi militare: eliminare chiunque si arrendesse, terrorizzare i villaggi ebraici, lasciare segni fisici sui corpi come monito.
Due guerre in una
Ecco l’anomalia che emerge. Lo stesso conflitto mostrava due volti opposti:
una guerra convenzionale, con eserciti che rispettavano – pur con limiti – le regole minime della prigionia;
una guerra di bande, dove la parola “prigioniero” non esisteva e la resa significava la morte.
Per un combattente ebreo, arrendersi a un esercito regolare poteva voler dire finire in un campo in Giordania e rivedere la libertà dopo uno scambio. Arrendersi a una milizia, invece, significava morire sul posto.
La memoria che pesa ancora
Gli storici concordano: non ci fu una politica centralizzata di sterminio dei prigionieri da parte degli Stati arabi. Ma tra le milizie palestinesi si consolidò una prassi di fatto: uccidere i prigionieri. Più di 400 le vittime documentate di massacri dopo la resa.
Questa realtà lasciò un’impronta profonda nell’immaginario israeliano. Nelle memorie dei combattenti, la regola non scritta era chiara: meglio combattere fino all’ultimo colpo che arrendersi a una milizia araba.
La guerra doppia
Il 1948 fu guerra di confini e di Stati, ma fu anche guerra civile sporca, fatta di imboscate e stragi. La doppia natura del conflitto spiega la schizofrenia dei numeri: oltre 1.000 prigionieri scambiati vivi da eserciti regolari e centinaia di ebrei giustiziati senza pietà da milizie irregolari.
Una verità scomoda, spesso rimossa, ma fondamentale: la nascita di Israele fu accompagnata non solo da battaglie convenzionali, ma anche da massacri sistematici che trasformarono il concetto stesso di resa in un atto suicida.
Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 1492...
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