lunedì 30 giugno 2025

Anche in Iran c'è un'opposizione

GLI IRANIANI ANTI REGIME CHE RISCHIANO LA VITA OGNI GIORNO HANNO UNA OPINIONE BEN DIVERSA DAI PACIFISTI IN POLTRONA DI CASA NOSTRA. QUALCUNO SI DOMANDERÀ PERCHÉ?
 «Il mio cuore sanguina per il nostro popolo, non per un regime fondato sul sangue». Non piangono certo la morte dei pasdaran, gli oppositori del regime di Teheran. In molti casi fanno silenziosamente il tifo per Israele, comunque sono pronti a fare la loro parte, per la spallata definitiva al regime oppressivo degli ayatollah. È un passaggio drammatico per le sorti del loro Paese. E i dissidenti, gli esponenti della vasta e articolata diaspora iraniana, lo vivono con lucida speranza. La speranza è che la guerra appena scatenata possa segnare finalmente anche uno storico passaggio di regime. Sanguina e spera, il cuore di Masih Alinejad, attivista nel mirino del regime fanatico di Khamenei, da tempo in esilio negli Usa. Protagonista della campagna contro il velo obbligatorio, negli anni è diventata un volto simbolo della protesta delle donne iraniane. E oggi non ha remore. «L'eliminazione di un terrorista - sentenzia - è un passo verso la giustizia per tutte le vite innocenti che ha distrutto». Ha troppo sofferto, il popolo iraniano, per sentirsi tenuto a formule dettate dall'ipocrisia. Il capo delle Guardie della Rivoluzione Hossein Salami è morto? Masih sa bene chi fosse: «Non era un difensore dell'Iran. Era direttamente responsabile dell'uccisione, della tortura e dell'incarcerazione di manifestanti pacifici. Guidava una forza che incarcerava donne per aver ballato, per aver mostrato i capelli, per il semplice fatto di esistere liberamente». 
Dietro il paravento della teocrazia, gli esponenti del regime per anni hanno lucrato sugli iraniani, impoveriti. E ora? «Hanno intimato alla gente comune di resistere - li inchioda Masih - dai loro lussuosi attici con piscine sul tetto». E pubblica le foto: «Le bugie vengono a galla, un attico alla volta». La Repubblica islamica - ricorda - si è dedicata a «esportare terrore, provocare guerre e perseguire armi nucleari invece di rispondere alle richieste del suo stesso popolo». La stessa responsabilità dell'attacco israeliano viene addebitata al regime. Chiarissime le dichiarazioni di Reza Pahlavi, figlio maggiore dell'ultimo «scià» di Persia: «Nella loro sconsiderata ricerca di armi nucleari - dichiara - Ali Khamenei e i suoi scagnozzi incompetenti e criminali hanno trascinato l'Iran in una guerra e messo in pericolo il popolo iraniano. Sono responsabili». «Ma il regime è debole e diviso - avverte - Potrebbe cadere. Come ho detto ai miei compatrioti: l'Iran è vostro». Il figlio dell'ultimo monarca di Persia lancia un appello «alla polizia e alle forze di sicurezza». «Rompete con il regime - dice - Onorate il giuramento di ogni militare onorevole. Unitevi al popolo». E alla comunità internazionale: «Non gettate un'altra ancora di salvezza a questo regime terrorista morente. Questo è ciò che chiede il popolo iraniano ed è nel migliore interesse della pace». Anche in Italia, la comunità iraniana si schiera con pochi dubbi. «Il conto alla rovescia per Khamenei e la sua Repubblica Islamica è iniziato» osserva Ashkan Rostami, membro dell'«Iran Transition Council», che avverte: «È il momento per gli oppositori al regime di unirsi ovunque siano. Unità Nazionale per la transizione dalla Repubblica Islamica». In un momento simile, la sola possibilità che qualcuno a sinistra, manifestando contro Israele, possa puntellare il regime fanatico degli ayatollah, è vista come un clamoroso abbaglio. «Noi iraniani - dice Rayhane Tabrizi - non abbiamo bisogno che voi facciate le manifestazioni per noi mettendo la bandiera schifosa del regime della Repubblica islamica nella vostra locandina. Ridicolo. »

GENOCIDIO

Un grido che fa rumore. Ma non verità. “Genocidio.” 
È la parola che da settimane rimbalza tra talk show, piazze, post social e aule occupate. Una parola devastante, che dovrebbe essere usata con cautela, pesata sul filo del diritto internazionale. E invece, in Italia, è diventata uno slogan da applauso facile. 
Genocidi riconosciuti o storicamente accertati 
Genocidio degli Armeni 
Olocausto (Shoah) 
Holodomor (carestia in Ucraina sotto Stalin) 
Genocidio in Cambogia 
Genocidio del Ruanda 
Genocidio di Srebrenica (Bosnia) 
Genocidio degli Yazidi (da parte dell’ISIS) 
Genocidio degli Uiguri (Cina) 
Il copione è pronto. Basta recitarlo. Negli studi televisivi, lo schema è collaudato: giornalisti ideologicamente allineati, ospiti selezionati, una lacrima sul volto e la condanna è servita. Chi prova a raccontare il 7 ottobre? Zittito. Chi osa nominare Hamas? Ignorato. 
La complessità non ha spazio tra una indignazione programmata e un collegamento da Gaza filtrato da chi controlla tutto: Hamas. 
I numeri fanno audience, non domande. 
Il Ministero della Salute di Gaza diffonde bilanci quotidiani. Li rilanciano testate italiane e politici progressisti come se fossero dati neutrali. Ma sono redatti da un organo controllato direttamente da Hamas, lo stesso gruppo che ha usato ospedali, scuole e ambulanze per nascondere armi e uomini. Eppure, nessuno si chiede perché i “bambini uccisi” abbiano spesso 16, 17 anni, in zone dove i combattenti non portano uniforme. Nessuno mette in discussione quei numeri. Perché servono. Perché colpiscono. Perché indignano. 
Israele non ha commesso un genocidio. A dirlo non è solo il buon senso giuridico, ma anche l’assenza di qualsiasi sentenza internazionale in tal senso. La Corte Internazionale di Giustizia non ha mai condannato Israele: ha aperto un procedimento su richiesta del Sudafrica e chiesto misure precauzionali, senza accertare l’intento genocidario. 
Il termine “genocidio” implica la volontà di sterminare un popolo in quanto tale. Israele, pur conducendo operazioni militari devastanti a Gaza, ha dichiarato come obiettivo la distruzione di Hamas, non del popolo palestinese. Le azioni – avvisi ai civili, corridoi umanitari, pause nei combattimenti – lo dimostrano. Le vittime civili, tragiche e numerose, non bastano a qualificare un genocidio. I numeri diffusi da Hamas sono opachi, gonfiati, e includono spesso combattenti tra i civili. 
Usare il termine “genocidio” a cuor leggero non aiuta la causa palestinese: la trasforma in strumento di propaganda e disinformazione. L’ipocrisia ha sempre la stessa firma La sinistra italiana – parlamentare e universitaria – è la prima a sventolare lo stendardo del “mai più”. Ma se le vittime sono israeliane? Silenzio. Se gli aguzzini sono miliziani islamisti? Deviazione. 
E così si arriva al paradosso: proteste per Gaza nelle città italiane dove si bruciano bandiere d’Israele ma non si nomina mai l’Iran, non si condanna mai la Cina, non si tocca mai la Russia. Tre regimi che: armano Hamas, inquinano più dell’intero Occidente, reprimono ogni libertà. Ma disturbano la narrazione. 
E allora: invisibili. Le università occupate: ideologia contro pensiero Negli atenei italiani, gli studenti hanno preso i chiostri in nome della Palestina. Striscioni, boicottaggi, proclami. Ma zero riferimenti alle vittime israeliane. Zero domande sulla sorte delle donne e dei dissidenti sotto il controllo di Hamas. Non è militanza: è recitazione politica. 
Una parodia tragica della coscienza. Chi paga davvero il prezzo? Il boicottaggio colpisce le aziende israeliane dove lavorano anche palestinesi. L’indignazione contro il gas israeliano sposta i contratti verso il petrolio russo. L’attacco all’“apartheid” israeliano rafforza la presa di Hamas sui civili di Gaza. Il risultato? La sinistra voleva aiutare i più deboli. Ha aiutato i più pericolosi. 
Il dolore non è una bandiera Le guerre vere non si combattono a colpi di post, né con i titoli a effetto. Chi ha trasformato il conflitto in una campagna ideologica ha scelto di usare i morti come strumento, non come motivo di riflessione. E mentre si grida al genocidio con leggerezza, mentre si applaude chi piange solo da un lato, la verità affonda nel fango della retorica. 
Il vero danno non lo fa chi sbaglia. Lo fa chi finge di sapere tutto, e invece recita. E oggi, in troppe redazioni, la guerra è solo il pretesto per l’ennesima rappresentazione della solita ideologia.


Luigi Giliberti


Israele come democrazia fallita?

In questi giorni sento ripetere con troppa leggerezza che "Israele è un esperimento fallito di democrazia perché non ha una costituzione", e che questa "mancanza" dimostrerebbe una volontà di espansione colonialista. Prima di lanciare giudizi categorici, forse varrebbe la pena fermarsi su due punti: 1. L’Italia è davvero così diversa? 2. Perché Israele non ha una costituzione? (E il motivo non è l’espansionismo). 1. L’ipocrisia italiana: la nostra "democrazia zoppa" Pasolini, già negli anni ’70, denunciava le contraddizioni dell’Italia post-fascista: una magistratura ancora piena di ex fascisti, un sistema politico in cui il Partito Comunista – pur maggioritario tra i lavoratori – non poteva vincere le elezioni, grazie al combinato disposto di Democrazia Cristiana, CIA e Guerra Fredda. Eppure, nessuno si sogna di definire l’Italia una "democrazia fallita". Anzi, oggi ci permettiamo di pontificare su Israele, ignorando comodamente: Il nostro deficit costituzionale: la Costituzione italiana è un feticcio più che un faro. L’articolo 3 sull’uguaglianza? Sistematicamente disatteso. Le riforme elettorali? Cucite su misura delle maggioranze di turno. La continuità col fascismo: fino agli anni ’90, settori cruciali dello Stato — dai servizi segreti alla pubblica amministrazione — erano in mano a vecchie élite autoritarie. Se vogliamo parlare di Israele, facciamolo. Ma senza rimuovere le travi conficcate nei nostri occhi. 2. Israele senza costituzione: motivi più complessi di un semplice "espansionismo" Sì, l’assenza di una costituzione è motivata anche dall'assenza di definizione dei confini ( ma chi ha interrotto il processo di pace?). Ma fermarsi qui è riduttivo. La questione è più sfaccettata: A) Lo scontro tra sionismi I sionisti laici, come Ben-Gurion, volevano una costituzione secolare, sul modello occidentale. Gli ultraortodossi (Haredim) rifiutavano qualsiasi legge "umana" che potesse entrare in conflitto con la Torah. Il risultato? Nel 1950, la Decisione Harari rinviò la stesura della costituzione, optando per un sistema di "Leggi Fondamentali". B) L’eredità coloniale britannica Israele eredita il common law dal Regno Unito, che pure non ha una costituzione scritta. C) La paura di definire l’identità nazionale Una costituzione obbligherebbe Israele a rispondere a una domanda cruciale: è uno "Stato ebraico" o una "democrazia per tutti i suoi cittadini"? Rispondere potrebbe significare, nei fatti, escludere ufficialmente gli arabi israeliani (circa il 20% della popolazione), creando una realtà di discriminazione. Se vogliamo criticare Israele, facciamolo su basi solide, senza slogan superficiali. E, nel farlo, guardiamoci anche allo specchio: prima di distribuire patenti di "democrazia fallita", sarebbe utile ricordare i nostri scheletri nell’armadio.

domenica 29 giugno 2025

L'offensiva

A poche ore dall'inizio dell’offensiva di Israele contro il regime iraniano – una guerra difensiva, se mai ve ne fu una, considerando che la Costituzione dell’Iran prevede esplicitamente l’eliminazione di Israele e che Teheran ha costruito una "cintura di fuoco" di milizie ostili attorno allo Stato ebraico – le reazioni di una certa sinistra non sorprendono, ma restano moralmente inaccettabili. 
Oggi, una parte del cosiddetto "antimperialismo" si è trasformata in un’apologia dei peggiori regimi reazionari: sostiene Putin, difende Assad e, in questo caso, giustifica l’Iran, ribaltando la realtà in una chiave grottesca. Per non vedere chi sia davvero l’aggressore in questo conflitto, bisogna essere accecati da anni di propaganda ideologica. 
La "Rivoluzione" iraniana è stato un colpo di Stato reazionario Innanzitutto, è necessario smettere di definire "Rivoluzione" il colpo di Stato del 1979 in Iran. Una rivoluzione autentica implica un progresso storico, un’emancipazione sociale o politica; quella iraniana fu invece una svolta oscurantista, paragonabile alla Marcia su Roma del 1922, che il fascismo chiamò pomposamente "Rivoluzione". L’ascesa del regime degli ayatollah ha significato: 
1. La pulizia etnico-religiosa della Persia: l’espulsione o l’oppressione del 10% della popolazione, tra cui ebrei, bahá’í, curdi e altre minoranze. 
2. Un regresso dei diritti umani, soprattutto per le donne, private di libertà fondamentali e ridotte a cittadine di seconda classe. 
3. Un progetto imperialista: l’Iran non è uno Stato "resistente" all’imperialismo, ma un impero in espansione. Dopo aver destabilizzato l’Iraq (approfittando degli errori statunitensi), oggi controlla gran parte della Siria, del Libano e finanzia Hamas. Chi conosce la storia sa che questa è l’antica strategia persiana: l’egemonia regionale attraverso milizie e alleati proxy. Definire l’attacco di Israele come "aggressione imperialista" è un capovolgimento della realtà. L’Iran è un regime che: Sostiene il matrimonio infantile (in Iraq e Iran, uomini cinquantenni possono sposare bambine di 9 anni). Minaccia apertamente di "cancellare" Israele dalla carta geografica. Sogna un califfato globale, obiettivo condiviso con gruppi come l’ISIS. La sinistra che oggi si schiera con Teheran, in nome di un "antimperialismo" distorto, tradisce i suoi stessi principi. Se un tempo la lotta era contro l’oppressione, oggi questa corrente sostiene chi opprime donne, minoranze e nazioni vicine. È una deriva reazionaria che va chiamata con il suo nome: complicità con il fascismo islamista. Israele agisce in legittima difesa contro un regime che ne minaccia l’esistenza. La vera sinistra dovrebbe stare dalla parte dei diritti umani, non dei dittatori. Smettiamola di usare due pesi e due misure: l’antifascismo non può essere selettivo.

giovedì 26 giugno 2025

Fascisti

Il problema non è che sono fascisti, il problema è che non lo sanno, questo nella migliore delle ipotesi è ciò che ci dicono. Diciamo fascisti, chiaramente, per semplificare. Perché potremmo fare riferimento a quell'altro schifo che fu il comunismo. O al fondamentalismo religioso, che loro credono tanto lontano dai loro schemi di pensiero. O ancora potremmo usare un'espressione-ombrello definendoli "totalitari"
Questa, a ben vedere, è quella che più si attaglia. Il fascismo, il comunismo, il fondamentalismo religioso e tutte le schifezze che derivano dalla combinazione di questi fattori hanno una cosa in comune. Credono di avere trovato una qualche "verità" fondamentale, sentono la missione di conformare la realtà che li circonda a questa rivelazione e lo fanno "senza se e senza ma". Poveri idioti. 
Considerano uno spreco di tempo e persino una forma di ingiustizia consentire ad una idea diversa dalla propria di esprimersi. Se esiste una verità, la loro, una forma di amore, che consiste nel conformarsi ai loro desideri, e persino un solo modo di essere "umani", che consiste nell'avere i loro stessi pensieri ed emozioni, ogni deviazione da questo ideale non può che essere espressione del Male. E questa è infatti la seconda loro disgrazia. Il manicheismo. Non capita mai che chi si differenzia da loro sia, per caso, un "conservatore", o un "moderato", o un soggetto, poniamo, "autoritario". No. Sono tutti fascisti, fanatici, "estremi", "messianici", "golpisti". Eccetera. E il racconto diventa tanto più sanguinolento e spaventoso quanto più le vicende sono lontane, complesse e fuori dalla possibilità di verifica del pubblico. Non conoscono mezze misure. Anche una pista ciclabile può essere "imperialista", "colonialista" o "genocida", per loro. Perché vivono in un delirio, si confermano l'un l'altro di essere buoni, giusti e moralmente superiori e questa droga gli consente di vivere in un mondo di cui ignorano praticamente ogni cosa. 
Benigni ha scoperto per esempio che gli israeliani "non sono umani". Ha detto che "continuano ad uccidere i bambini". Che "non sentono il dolore". Cosa gli si può dire? Povero scemo. Uno scemo da Oscar. Bisognerebbe crearne uno apposta per lui. L'Oscar della vergogna.

mercoledì 25 giugno 2025

Antispecismo contemporaneo

Ieri discutevo di veganismo con alcune persone e, avendo fatto attivismo a lungo, mi sono trovato a riflettere su un problema che cercherò di sviluppare qui. 
L'antispecismo contemporaneo, così come molte altre forme di moralismo ideologico, si basa su un'adesione acritica a un "obbligo morale" astratto - un imperativo categorico di stampo kantiano dove l'azione viene giustificata da un dovere universale, svincolato dalle conseguenze concrete. Il punto critico, analizzato attraverso Nietzsche e Stirner, è che questo approccio trasforma l'agire umano in una sottomissione a "spettri" - entità metafisiche come la Morale con la maiuscola, il Dovere Assoluto, il Bene trascendente - che si antepongono all'individuo reale, annullandone l'autonomia nel nome di un principio superiore. 
In questo schema, i movimenti sociali e persino le religioni diventano facilmente strumentalizzabili, come dimostra il caso di Hamas o, su un altro versante, certe derive dell'attivismo vegano: quando l'azione si fonda su imperativi morali assoluti ("non uccidere mai un animale", "la liberazione nazionale come dovere sacro").
Chi si autoproclama portavoce di una "vittima mitologica" (un popolo oppresso, una specie sfruttata) può rivendicare un "credito morale" inestinguibile, giustificando qualsiasi mezzo in nome del fine. Il moralismo così diventa il carburante del populismo contemporaneo, trasformando il dibattito in una guerra tra bene e male assoluti, dove il dissenso è eresia e il pragmatismo è tradimento. La soluzione, seguendo Stirner ("L'Unico e la sua proprietà") e Nietzsche, richiede un radicale cambio di prospettiva: 1. Rifiuto degli imperativi categorici a favore di scelte consapevoli e contingenti: non "devi essere vegano perché è giusto in astratto", ma "scelgo di esserlo perché riconosco la sofferenza animale e valuto le conseguenze delle mie azioni"; 
2. Un'etica dell'empatia concreta, che sostituisca i doveri assoluti con la capacità di entrare in relazione con l'altro (umani e non-umani), evitando sia la trappola del relativismo ("tutto è uguale") sia quella del fondamentalismo ("solo la mia verità conta"); 
3. Un approccio utilitarista critico (alla Bentham o Singer): anche senza dogmi, possiamo valutare le azioni in base alla riduzione della sofferenza effettiva, mantenendo però la flessibilità che i principi astratti negano. Questo quadro offre un antidoto tanto al veganismo moralistico quanto ai nazionalismi identitari. Nell'attivismo per i diritti animali, evita la trappola del proselitismo aggressivo (che aliena invece di persuadere), puntando su un coinvolgimento emotivo e razionale: mostrare le condizioni degli allevamenti invece di predicare colpe universali. Nelle questioni politiche, impedisce la sacralizzazione di qualsiasi causa: la Palestina, come qualsiasi altro conflitto, va analizzata attraverso le sofferenze reali delle persone, non attraverso mitologie identitarie. 
La differenza cruciale con l'utilitarismo classico sta nel rifiuto di ogni calcolo universalizzante: non esiste una "formula morale" da applicare meccanicamente, ma solo individui che prendono posizione caso per caso, accettandone la parzialità. In questo senso, l'alternativa al moralismo non è l'amoralità, ma un'etica del confronto diretto con le conseguenze delle proprie scelte - dove la responsabilità nasce dalla consapevolezza, non dalla sottomissione a un dovere. Solo così si può sfuggire alla doppia trappola del fondamentalismo e del nichilismo, che oggi dominano il dibattito pubblico.

martedì 24 giugno 2025

Un blog siciliano

Un mondo fatto di parole, qualche immagine e della musica, aria… aria e immaginazione. Io posso metterci qualunque cosa dentro, anche quello che chi scrive non si è mai sognato di dire…e questa è una cosa terribile. E’ l’aria, la mancanza di identità che ci fa volare via, ci svena, ci esalta, ci stupra ci inganna e ci affascina. Qualcuno invoca i doppi sensi, perchè non i tripli o i quadrupli dico io? Proviamo a ritornare elementari. Minimi. O ci fidiamo di quello che siamo e non rivendichiamo sovrastrutture che non ci servono, oppure muoviamoci circospetti come una belva assediata dai cacciatori. Ho fatto la belva per qualche tempo e sono pieno di cicatrici, però mi fido del mio intuito: c’è del marcio in Danimarca ma non bisogna prendersi troppo sul serio, sono in pochi a saper recitare il monologo “essere o non essere”. Io per esempio mi sono stancato: ho scelto sono e chi s’è visto s’è visto. Lo dico senza orgoglio ma con pacata rassegnazione, ho piena coscienza dei miei limiti. Resterebbero tali anche se venissi colonizzato da una febbre nuova e trascinante. Giungere alla conclusione che è impossibile salvarsi, ecco il concetto primordiale che si stampa alla fine della risma di fogli che la mia mente ha prodotto in questi anni.I Blog sono un vezzo e una necessità culturale, sfruttano le possibilità dell'odierna tecnologia ma non sono poi migliori di un buon carteggio o della pagina scritta di carta. Sono soltanto più immediati. A furia di essere immediati sono anche diventati più stronzi e volgari, una pletora di oscenità letterarie e mentali, lo specchio fedele di questa società da basso impero o la logica conseguenza di certe premesse sociali e culturali presenti già 60 anni fa. Scrivere col tempo ho scoperto significa porre la nostra dimensione esistenziale davanti a noi, farci guardare in faccia dalle cose che viviamo, portarle fuori e riprovare a meritarcele con la forza del pensiero. E’ un diventare adulti senza dimenticare il ragazzo libero che vive dentro di noi. Ma è anche un gioco pericoloso perchè esalta la verità intima di ciò che siamo e la verità è un confronto scomodo, la verità pubblica lo è ancora di più. A mio parere abbiamo già detto tutto, quelli come me possono al massimo ripetersi, passando dal ridicolo all'agiografico o dallo storico appassionato all'incisivo sintetico (vedi twitter); in pratica abbiamo fregato le nuove leve della blogosfera e l'unica cosa che possiamo fare è sparire per dar loro l'illusione che ci sia veramente aria nuova in giro. Quando scrivo sono temerario, oso con una certa arroganza di fondo di cui mai sono riuscito a liberarmi, divento prudente solo se vedo di fronte a me smarrimento…in quei casi divento prodigo e disponibile. La parsimonia non mi appartiene sono fondamentalmente uno sciupone e ho un pessimo rapporto col danaro: con i sentimenti invece non scherzo mai e li tengo gelosamente riservati, ad essi riservo il mio trattamento migliore, a loro dedico tutta la mia fantasia. Non amo gli stereotipi, li uso con malcelata irritabilità, la prudenza e la capacità di glissare le ho imparate per educazione familiare e le immolo ogni giorno sull'altare della mia indole accesa. Sono tranquillo e attento, non sospettoso, come un greco. Ti sembro abbastanza siciliano?

lunedì 23 giugno 2025

Esportazioni

Parte inevitabile la solita obiezione moralista: "Ma allora non abbiamo imparato nulla dall’Iraq e dall’Afghanistan? Esportare democrazia con la forza non funziona!" 

Bene, questa retorica è non solo sbagliata, ma profondamente disonesta. 
1) Israele non è l’Occidente, e non sta "esportando" nulla L’equiparazione tra Israele e le guerre occidentali in Medio Oriente è un falso storico. L’Occidente intervenne in Iraq e Afghanistan con ambizioni egemoniche, spinte da calcoli geopolitici e (in alcuni casi) da ingenuità ideologica. Israele, invece, non è un impero: è uno Stato sovrano circondato da entità che negano apertamente il suo diritto a esistere. Chi parla di "lezione dell’Iraq" dimentica che Israele non confina con la Svizzera o il Belgio, ma con Hezbollah, Hamas e un Iran che finanzia milizie per annientarlo. Non si tratta di "esportare democrazia", ma di sopravvivere. Se altri popoli oppressi dal fondamentalismo islamico (come le donne iraniane, i curdi o i baha’i) vedono in Israele un alleato, ben venga; ma anche se non lo facessero, la priorità di Israele rimarrebbe la propria sicurezza, non un’astratta "missione civilizzatrice". 
2) Israele è un Paese mediorientale, non un avamposto occidentale.  C’è una tendenza a proiettare su Israele narrazioni che non gli appartengono. Israele non è un’estensione degli USA o dell’Europa: è uno Stato mediorientale che agisce in un contesto mediorientale. Le sue scelte vanno lette attraverso la logica della regione, non con gli occhi di chi vive in Paesi al riparo da minacce esistenziali. 
3) La democrazia non si impone con la guerra, ma il relativismo non è la soluzione.  Criticare l’"esportazione della democrazia" in Iraq e Afghanistan è giusto, ma da lì a sostenere che nessun popolo sia pronto per la libertà il passo è lungo. Il problema non era la democrazia in sé, ma il modo in cui fu imposta: senza costruire istituzioni solide, senza coinvolgere le comunità locali, senza contrastare seriamente il fondamentalismo. Esempi positivi esistono: il Giappone del dopoguerra, la Corea del Sud, il Rojava (prima dell’abbandono internazionale) dimostrano che, se accompagnata da educazione e riforme strutturali, la transizione democratica è possibile. Il vero errore non è volere la fine delle teocrazie, ma credere che basti un intervento militare senza un progetto a lungo termine. 
E qui arriva il punto cruciale: il relativismo culturale che giustifica dittature e jihadismo in nome del "rispetto delle differenze" è una trappola mortale. Se i popoli mediorientali meritano libertà (e la meritano), allora dobbiamo smetterla di fingere che Hamas o gli ayatollah siano "espressioni culturali legittime". Sono regimi oppressivi, punto. Israele non sta facendo il gioco dell’Occidente: sta difendendo la propria esistenza in un contesto in cui la guerra è imposta, non scelta. Chi lo accusa di "imperialismo" dovrebbe spiegare perché, allora, nessuno protesta quando l’Iran arma milizie in mezzo mondo. La verità è semplice: per alcuni, gli ebrei non hanno mai il diritto di difendersi.

Strategia americana

Col senno di poi la strategia di Donald Trump è stata perfetta. Presa la decisione (giusta) di intervenire militarmente al fianco di Israele per eliminare i principali siti nucleari iraniani ancora operativi, ha lanciato una cortina fumogena. In questo breve lasso di tempo ha posizionato le navi da guerra, messo in movimento gli aerei militari e permesso al personale americano presente nell'area di allontanarsi in relativa sicurezza. Come bonus aggiuntivo ha anche dimostrato la folle inutilità dei leader europei, disposti - ancora e nonostante tutto - a trattare con uno dei regimi più brutali della storia recente il cui unico obiettivo era ottenere un'arma di distruzione di massa. Le superbombe e i missili che hanno cancellato i siti nucleari di Fordow, Natanz ed Esfahan (questi ultimi due già duramente bersagliati dagli israeliani) passeranno alla Storia. Non solo cambieranno (in meglio) il Medio Oriente, ma certificano in maniera definitiva i nomi degli unici leader in grado - oggi - di guidare e ispirare il mondo Occidentale: Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Checché ne capiscano odiatori e ignoranti. Oltre ai tre siti nucleari, nella notte è stata distrutta definitivamente anche la folle visione mediorientale di Barack Hussein Obama, dell'UE, di Federica Mogherini e di tutti i sostenitori dell'ideologia brutale, millenarista e genocidaria degli ayatollah. Quella pagina è stata archiviata, il loro retaggio è polvere. Tante volte, ripensando alla Shoah, ci si è chiesto: ma come è potuto accadere? Alla luce dei tanti neo-nazisti mascherati da "democratici" che scendono in piazza per Gaza e per ogni regime antisemita e anti-occidentale, urlando calunnie e oscenità (e che oggi abbaieranno più che mai contro il piccolo e grande Satana), ha forse più senso porsi un'altra domanda. Cosa ha impedito che accadesse di nuovo? La risposta è semplice: l'esistenza di Israele.

domenica 22 giugno 2025

Ancora una guerra

L'attacco preventivo contro il programma nucleare iraniano iniziato questa notte dall'IAF non rappresenta una semplice azione difensiva, ma l'inizio di una lunga offensiva i cui preparativi (militari e di intelligence) sono durati anni. L'Iran, come prevedibile, ha già risposto all'attacco lanciando su Israele oltre 100 droni (non ancora arrivati a destinazione, nel momento in cui scrivo). Non è più tempo per azioni fini a se stesse, per indorare la pillola di fronte all'opinione pubblica, l'Iran ha risposto subito per la stessa ragione per cui Israele ha colpito i siti nucleari. Persino l'ONU nei giorni scorsi ha messo in guardia il mondo: l'Iran ha oggi sufficiente uranio per costruire almeno dieci bombe atomiche. Non c'è più margine d'errore: quando gli attacchi cesseranno o non esisterà più speranza per il futuro di Israele (e non solo) o non esisterà più il programma nucleare iraniano. Nonostante i rischi concreti della guerra in corso, credo valga la pena fare almeno tre osservazioni. 
 1) Gli Stati Uniti non hanno nemmeno provato a convincere Israele a non attaccare: coloro che credevano che Trump remasse contro Gerusalemme sbagliavano. Sono abbastanza convinto che, al netto dei tentativi diplomatici di rito (e d'inganno, ma è l'Iran ad aver ingannato il mondo intero), mettere una pietra tombale sulla follia partorita da Obama rappresenti una priorità anche per Washington. Tanto più se il problema viene risolto da altri. 
 2) Sarà interessante vedere quante e quali nazioni arabe sunnite aiuteranno, direttamente e indirettamente, Israele nella guerra contro l'Iran. Anche qui, qualcuno dovrà farsene una ragione: l'Iran degli ayatollah - e le organizzazioni terroristiche che finanzia oggi quel regime islamico - rappresenta un problema per tutti, in Medio Oriente e non solo. 
3) Checché ne dicano e scrivano sottomessi e utili idioti, rimane una certezza: il 7 ottobre 2023 ha cambiato definitivamente il Medio Oriente. Chi ancora non l'ha capito - di nuovo - se ne faccia una ragione. Provi ad usare quella frase infilata un po' dappertutto, spesso a sproposito, negli ultimi anni: niente sarà più come prima. Ecco, per quanto riguarda il criminale massacro compiuto da Hamas, è proprio così. A bamboccioni e provincialotti le bandierine, gli slogan obsoleti e le utopie, agli adulti il compito di provare a pianificare un futuro migliore per l'intera regione.

sabato 21 giugno 2025

BLACK LIVES MATTER?

BLACK LIVES MATTER? NO, DIREI PROPRIO CHE LE VITE DEI NERI NON CONTANO SE NON SI PUO' ATTACCARE L'OCCIDENTE.
Durante la prima presidenza Trump esplosero le rivolte contro il razzismo USA. Lo slogan principale fu "Black Lives Matter", ovvero "le vite dei neri contano". Ero un po' perplesso sul fatto che il movimento fosse solo statunitense, e non si occupasse delle vite dei neri fuori dagli USA, a partire dall'Africa e Haiti dove i morti sono numerosissimi. Oggi vediamo che il movimento di indignazione progressista si è spostato sui palestinesi. E ancora una volta, l'Africa è dimenticata. Non solo, le tante ONG sono concentrate sempre di più solo su Gaza, e i fondi vengono tolti all'Africa (anche da parti dei governi occidentali). Un abominio, se pensiamo a come in Africa muoiono 3 milioni di bambini all'anno sotto i 5 anni (dati di Save the Children). Di fronte a questi numeri, che per capirci sono 8219 bambini morti al giorno, capite bene che a una persona normale dovrebbe saltare all'occhio la sproporzione di attenzione. Dunque la domanda bisogna porla, anche se fa male: perché tutti quelli che piangono per Gaza ignorano completamente l'Africa? Perché le vite dei neri non interessano? O per essere più precisi, perché questi movimenti scattano solo se c'è come motore l'odio antioccidentale? Se non ci sono da contestare USA e Israele, l'indignazione non scatta. Dunque questi finti antirazzisti altro non sono che odiatori dell'occidente e della democrazia. Si ammantano di nobili pensieri antirazzisti, ma se gratti sotto trovi odio, odio e ancora odio. Ma soprattutto, indifferenza verso quei neri che soffrono e muoiono non per mano dei bianchi.

venerdì 20 giugno 2025

La superiorità

Il presupposto di una superiorità morale intrinseca della sinistra rispetto alla destra – spesso dipinta in modo caricaturale come fascista e retrograda – merita una decisa messa in discussione. Questo mito, radicato in una narrazione autoassolutoria, non regge a un esame serio della realtà, soprattutto quando si osservano le alleanze e le contraddizioni della sinistra contemporanea. Prendiamo un esempio emblematico: mentre la destra italiana, con Giorgia Meloni, si schiera senza ambiguità a fianco dell’Occidente e di Israele di fronte all’aggressione jihadista del 7 ottobre, una parte della sinistra europea (e non solo) ha mostrato simpatie per cause che poco hanno a che fare con la libertà. Si pensi a chi, in nome di un antimperialismo distorto, difende Putin – l’aggressore di Kiyv – o giustifica gli ayatollah iraniani, i talebani, o persino Hamas, movimento terrorista che opprime tanto gli israeliani quanto i palestinesi. 
La retorica della sinistra si fonda su un suprematismo morale: si autoproclama custode del bene assoluto, mentre bolla l’avversario come intrinsecamente malvagio. Eppure, questa presunta purezza ideologica si traduce spesso in complicità con i peggiori oppressori della storia recente. Se la moralità si misura dalla coerenza nella difesa della libertà e della dignità umana, allora è paradossale vedere certi intellettuali o politici di sinistra inneggiare a regimi teocratici o dittatoriali, pur di opporsi all’"imperialismo occidentale". Meloni, con tutti i suoi limiti, rappresenta un governo che – almeno sulla scena internazionale – sostiene la democrazia liberale contro i suoi nemici. Al contrario, quanti nella sinistra hanno applaudito alle brigate di Hamas, definendole "resistenza", o hanno taciuto di fronte alla repressione delle donne in Iran? La vera immoralità sta nel relativismo che equipara vittime e carnefici, nascondendosi dietro a un antifascismo di facciata mentre si stringono mani sporche di sangue. La sinistra dovrebbe abbandonare la retorica manichea del "noi buoni, voi cattivi" e fare un esame di coscienza. La moralità non si misura dall’etichetta politica, ma dalle scelte concrete: e se la destra oggi sbaglia su molti fronti, la sinistra non può ignorare di aver tradito i suoi stessi ideali progressisti ogni volta che ha scelto di fiancheggiare i nuovi fascismi del XXI secolo.

Capovolgimento

In queste settimane, mentre Israele risponde all’aggressione iraniana – una guerra strisciante che dura da 46 anni – i suoi alleati italiani stanno sperimentando ogni possibile linea di difesa per giustificare il regime degli ayatollah. La più patetica è quella che dipinge l’Iran come vittima innocente e Israele come bullo aggressore. 
Oltre all’assurdità storica del considerare Israele Occidente (Israele è un paese composto in larga parte da ebrei espulsi dai Paesi musulmani nel 1948, con 850.000 profughi dimenticati dal mondo), questa tesi ignora un principio fondamentale: essere deboli non significa avere ragione. Tempo fa guardavo un documentario. Un macaco, incurante del pericolo, provocava ripetutamente un leopardo: gli tirava la coda mentre dormiva, per poi fuggire sull’albero. Dopo tre o quattro volte, il leopardo – stanco e infastidito – lo uccise con un solo movimento. Il macaco era una vittima? In termini umani, forse parleremmo di eccesso di legittima difesa, ma la verità è semplice: se sfidi un predatore, non puoi poi lamentarti delle conseguenze. L’Iran non è una vittima, è un aggressore fallito.  L’Iran oggi fa una pessima figura non perché sia innocente, ma perché è militarmente ed economicamente debole – una debolezza auto-inflitta. Per decenni, il regime ha sperperato ricchezza in corruzione e proxy terroristici (Hezbollah, Hamas, Houthi). Investito in odio anziché in sviluppo (dai discorsi genocidari dell’ayatollah Khamenei ai finanziamenti alla Jihad). Provocato Israele con mille casus belli, nascondendosi dietro a milizie e attacchi indiretti. Ora che la guerra è arrivata in casa sua, l’Iran gioca la carta della vittima, ma la verità è chiara: la debolezza non è una giustificazione quando sei tu stesso l’artefice della tua rovina. C’è un’ulteriore ipocrisia in questa strategia: l’Iran non è un underdog, ma un regime che: 
1. Minaccia apertamente di "cancellare Israele dalla carta geografica" 
2. Sfrutta il vittimismo quando le sue provocazioni hanno conseguenze 
3. Si nasconde dietro alla retorica anti-colonialista, pur essendo un oppressore del suo popolo (vedi le proteste del 2022-23 represse nel sangue). 
Se la forza di Israele è frutto di investimenti in tecnologia e democrazia, la debolezza iraniana è il risultato di scelte deliberate: preferire la guerra alla prosperità, l’odio alla stabilità. Sì, è brutto dire "te lo sei meritato", ma quando un paese: Incita alla guerra per decenni, finanzia il terrorismo in tutto il Medio Oriente, rifiuta ogni dialogo, salvo poi invocare pietà quando la situazione gli si ritorce contro… …allora la viltà e la debolezza non sono scuse. Sono colpe.

giovedì 19 giugno 2025

Domani

Io guardo il cielo sopra di me e voglio aspettare che questa sera smaltata e sensuale si spenga e mi lasci il tempo di capire e giudicare. La mia vita dorme nell’altra stanza, qui si sente solo il ronzio del ventilatore di raffreddamento del Pc. Silenzio, che meraviglia, così sembra tutto lontano. Anche la rabbia politica e quella esistenziale. E’ il senso della vita che mi sfugge o forse non la so raccontare? Domani mi impegnerò, domani quando questo silenzio imbarazzante sarà terminato.

martedì 17 giugno 2025

Barba e massacri

Andateci voi con questi Barbuti massacratori di donne. Andateci voi con questi maniaci sessuali camuffati da agnelli da padri di famiglia benevoli. 
Andateci voi con questi sostenitori degli impalatori di Gaza. Ripeto impalatori. 
Andateci voi da questi miserabili costruttori di tane sotterranee da cui avrebbe dovuto partire l'ultima definitiva rivolta per il massacro degli ebrei. 
Andateci pure voi. 
Io me ne sto qui, saldamente al fianco di una delle cose più belle che l'umanità abbia mai partorito. Io me ne sto qui al fianco di Israele in difesa della nostra civiltà. Voi fate quello che vi pare. 
L'Iran degli Ayatollà, Hamas, Hezbollah e tutti i mosconi lerci che ci girano attorno teneteveli voi. Io sto con la bellezza, la civiltà, l'evoluzione. Am Israel Chai.

lunedì 16 giugno 2025

La guerra israele-Iran e il diritto internazionale

Due frasi si stanno ripetendo come un mantra in questi giorni, da quando Israele ha avviato operazioni contro il regime iraniano: 
1. “Oddio, Israele sta operando al di fuori del diritto internazionale! Un insieme di equilibri che ha retto il mondo fino a ieri, ohibò, ma dove andremo a finire?” 
2. “Quindi se la guerra preventiva la fa Israele va bene, ma se la fa la Russia no?” Entrambe meritano una risposta, ma iniziamo dalla seconda, che è logicamente la più debole. La seconda è una falsa equivalenza. Se Zelensky avesse dichiarato, come Khamenei, la volontà di distruggere Mosca e avesse circondato la Russia con un “anello di fuoco” – milizie armate, droni, finanziamenti a gruppi terroristici – allora Putin avrebbe potuto invocare una qualche forma di legittima difesa preventiva. Ma la realtà è opposta: è la Russia ad aver invaso un paese sovrano che non minacciava Mosca, e lo ha fatto per riaffermare un dominio imperiale. L’Ucraina combatte per la propria libertà, non per l’eliminazione della Russia. Il paragone è semplicemente scorretto. 
Sulla prima affermazione – Israele e il diritto internazionale – varrebbe la pena aprire un dibattito serio. Ma bisogna partire da una constatazione: l’idea che il “diritto internazionale” sia una sfera neutra, razionale e imparziale è una pia illusione. Per decenni, le Nazioni Unite hanno operato con un bias sistematico contro Israele, reso evidente sia dal numero sproporzionato di risoluzioni contro lo Stato ebraico, sia dalla natura delle stesse. Basti pensare che: La Cina ha annesso il Tibet e represso brutalmente minoranze come gli uiguri, ma le risoluzioni ONU a riguardo si contano sulle dita di una mano. La Giordania aveva annesso la Cisgiordania nel 1948 – senza alcun riconoscimento internazionale – e nessuno protestò. Ma quando Israele, in seguito a una guerra difensiva nel 1967, conquistò quegli stessi territori, improvvisamente fu cucita su misura una nuova norma: “il divieto di annettersi territori conquistati militarmente”. Curiosamente, questa norma non fu retroattiva per altri casi storici, ma si applicò con precisione chirurgica solo a Israele. 
Nel 1975 l’Assemblea Generale approvò una delle risoluzioni più vergognose della storia dell’ONU: quella che definiva il sionismo una forma di razzismo. Un atto ideologico voluto dall’URSS e dai paesi arabi per ribaltare la narrazione dopo la sconfitta militare del 1973, convertendo la guerra sul campo in una guerra simbolica e diplomatica. 
A questo punto, la domanda è lecita: Che cos’è, davvero, il “diritto internazionale”? Una norma universale e oggettiva, o piuttosto il prodotto delle forze geopolitiche dominanti, delle alleanze contingenti e dei compromessi fra blocchi contrapposti? Il regime iraniano, per esempio, quanto ha beneficiato della protezione sovietica e russa nel mantenere la propria posizione all’ONU? Quanto delle sue violazioni dei diritti umani, della sua politica espansionista, della repressione interna è stato sistematicamente ignorato dai paladini del “diritto internazionale”? E perché Israele è l’unico Stato al mondo al quale si chiede continuamente di giustificare la propria esistenza? Il diritto internazionale non è un oracolo neutro, ma un campo di battaglia dove si combattono narrazioni, interessi, egemonie. Non esiste una bilancia immacolata che pesi le azioni di ogni Stato con la stessa misura. E chi oggi grida allo scandalo perché Israele “viola il diritto”, spesso tace – o ha taciuto – di fronte a ben più gravi violazioni commesse da altri attori internazionali.

sabato 14 giugno 2025

Da che parte stare

Il miglior venerdì e Shabbat di sempre. Sembra quasi Natale anticipato. Pace attraverso la forza,concetto difficile da digerire Scegliete da che parte stare. Il bene o il male. Non c'è via di mezzo. I rapporti confermano che Israele ha lanciato un chiaro avvertimento al regime islamico iraniano: se reagite, il leader supremo Khamenei, il suo malvagio figlio, i suoi consiglieri e l'intera leadership del vostro regime saranno eliminati entro una settimana. Questo è un momento storico. State dalla parte dell'umanità, non degli attivisti antisemiti della Fratellanza Musulmana che stanno contaminando l'Occidente. State dalla parte dei leoni che si stanno risvegliando... non dei mostri che hanno rapito bambini, violentato donne e bruciato vivi gli anziani, che impiccano i gay e le ragazze che non mettono il velo Gli islamisti di Teheran non hanno preso di mira solo Gerusalemme. Prima hanno puntato i loro missili sulla Mecca. Ancora una volta... Questo è quello che sono. Scegliete da che parte stare. Il bene o il male. Non c'è via di mezzo.

mercoledì 11 giugno 2025

Io sono stanco di discorsi memorabili, di contorsioni storiche per adeguare il proposito enunciato alla sua mancata attuazione. Sono stanco di questo paese e di molti suoi orpelli (anche la blogosfera lo sta diventando) sono stufo e nauseato anche di aver scritto quello che state leggendo. Io non ho praticamente più nulla cui attaccarmi ma non so come, rimango italiano: così come leggete, senza una vera speranza, con una tastiera, la lingua che conosco e tutto il resto. Sarò franco: per questa Repubblica ho ormai un interesse molto limitato, è andato progressivamente decrescendo negli ultimi 20 anni e recentemente si è ulteriormente ridotto.

martedì 3 giugno 2025

Però in certe mattine silenziose e assenti come questa, quando apro la mia pagina mi sento pulito; non devo dire a nessuno da dove vengo e dove mi dirigo. Quello che ho scritto mi sta davanti ed io lo guardo con grande serenità. Svaniscono le discussioni, le incomprensioni, gli asti, resto io solo e pulito, senza alcuna altra specificazione. Enzo, così com'è.

Vincenzo

“Scrisse, scriveva, ritenne fin da ragazzo che fosse meglio osservare il mondo attraverso la scrittura. Poi, più grande, lesse le emozioni d...