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Modificare il racconto

Abbiamo deformato la realtà. Abbiamo parlato a senso unico. E lo abbiamo fatto per anni, fino a trasformare un conflitto complesso in una favola moralistica. L’oppressore da una parte, la vittima dall’altra. Senza contesto, senza memoria, senza cause. Il 7 ottobre 2023 ha mostrato il volto più brutale di Hamas: stragi di civili, stupri, rapimenti di ostaggi. Eppure, pochi giorni dopo, la narrazione globale aveva già compiuto il salto: Israele diventava l’unico carnefice, Gaza l’unica vittima. Le cause che hanno innescato la guerra – il rifiuto storico di riconoscere lo Stato ebraico, le guerre del ’48, ’67, ’73, il terrorismo degli anni Novanta, i missili lanciati per anni da Gaza – sono state spazzate via. Scomode, quindi cancellate. Il ruolo dell’accademia Negli atenei occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, la propaganda ha trovato il suo laboratorio. Teorie post-coloniali e decoloniali sono state piegate per trasformare Israele nel “colonizzatore bianco” e i palestinesi negli “indigeni oppressi”. Una forzatura storica e culturale, ma efficace dal punto di vista comunicativo. Insegnanti militanti hanno travestito l’attivismo da lezione, e gli studenti hanno imparato a memoria gli slogan più che i fatti. I partiti e la piazza La politica europea, soprattutto quella di sinistra, ha fatto il resto. Mozioni parlamentari, bandiere palestinesi nei congressi, manifesti di solidarietà. Un rituale identitario più che un’analisi seria. Israele come nemico serve a cementare il gruppo, non a risolvere il conflitto. Le piazze hanno amplificato. Cortei, bandiere, cori e immagini drammatiche rilanciate sui social. Un flusso continuo che colpisce al cuore e disarma il cervello. Chi vede un bambino insanguinato non chiede chi abbia lanciato il razzo, chi veda un ospedale colpito non chiede se fosse usato come deposito di armi. La narrazione funziona proprio perché spegne la domanda. La vigliaccheria delle immagini Qui entra in gioco il capitolo più sporco: la manipolazione visiva. Foto e video diventano armi. Alcuni autentici, altri ritoccati, altri ancora inscenati. È la pratica che molti hanno ribattezzato Pallywood –fusione di “Palestine” e “Hollywood”. Il concetto nasce nei primi anni Duemila, quando diversi giornalisti iniziano a segnalare casi sospetti: funerali dove il “morto” si rialza, bambini feriti che ricompaiono identici in set fotografici diversi, scene di bombardamenti che vengono rigirate per la telecamera. Non serve che tutto sia finto: basta seminare abbastanza dubbi per confondere lo spettatore. Episodi concreti di Pallywood Il caso Al-Dura (2000): la celebre sequenza del bambino Mohamed al-Dura, ripreso a Gaza dietro un barile mentre il padre cerca di proteggerlo. Per anni presentato come prova della brutalità israeliana, ma inchieste successive hanno dimostrato che la dinamica era molto più complessa e che le responsabilità non erano affatto chiare. I funerali “interrotti” (2002–2003): riprese in Cisgiordania mostrano cortei funebri in cui le bare cadono a terra e i corpi “rianimati” si rialzano e scappano. Sequenze finite nelle televisioni arabe e poi smascherate da reporter occidentali. Le foto riciclate: immagini di bambini siriani vittime della guerra civile, riutilizzate come se fossero di Gaza. Lo stesso scatto, con didascalie diverse, ha girato più volte sui social negli ultimi dieci anni. Ospedali e scuole “colpite”: immagini diffuse da Hamas mostrano crateri in cortili scolastici, ma indagini indipendenti hanno rivelato che spesso erano razzi palestinesi caduti male, mai ammessi dalla propaganda locale. Questi episodi non cancellano il dolore reale di Gaza, ma mostrano come il racconto venga usato come arma, senza scrupoli. La sofferenza vera diventa scenografia, i morti veri vengono accompagnati da morti finti, e l’opinione pubblica internazionale si trova incapace di distinguere. Distorsione sistematica La distorsione è stata scientifica. Accademia: fornisce la cornice teorica. Partiti: traducono in slogan politici. Piazze: rilanciano in immagini. Social: moltiplicano senza filtri. E la verità sparisce. Le cause storiche del conflitto, la responsabilità diretta dei gruppi armati palestinesi, le scelte suicide di leader corrotti vengono oscurate. L’unico frame ammesso è quello della vittima innocente sotto le bombe. Un frame che mobilita opinione pubblica, fondi, indignazione selettiva. Il prezzo della menzogna Il problema è che questa narrazione non avvicina la pace. La allontana. Perché senza riconoscere le cause, senza assumere tutte le responsabilità, il conflitto resta congelato in un eterno presente. Hamas resta intoccabile, l’Autorità Palestinese resta corrotta, i paesi arabi continuano a usare la causa palestinese come strumento geopolitico. E Israele resta isolato, descritto come mostro assoluto. Poco importa se i suoi cittadini sono stati massacrati, se gli ostaggi sono ancora nelle mani di Hamas, se i razzi continuano a piovere. L’unica immagine che passa è quella della vittima palestinese. Questa è la vigliaccheria più grande: non solo manipolare la realtà, ma costruire un racconto che condanna entrambi i popoli a restare prigionieri. I palestinesi, tenuti in ostaggio da un’identità vittimaria che giustifica ogni fallimento. Gli israeliani, incatenati a un ruolo di carnefici che non gli verrà mai tolto. Conclusione Il conflitto israelo-palestinese non è nato il 7 ottobre e non finirà con l’ennesima foto di un bambino insanguinato. Ma se continuiamo a raccontarlo solo a senso unico, dimenticando le cause, usando immagini truccate e slogan di partito, non ci sarà spazio per la verità. Pallywood non è solo un termine polemico: è il simbolo di un mondo in cui la propaganda ha più forza dei fatti. E finché lasceremo che la menzogna si travesta da notizia, la pace resterà una parola vuota, buona solo per i comunicati stampa.

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