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Propaganda a pagamento

Riccardo Puglisi ha scritto: “Supponiamo che uno stato straniero voglia sostenere la propaganda a suo favore da parte di un giornale. Come dovrebbe agire? Fare pagamenti estero su estero ai giornalisti e ai proprietari? Comprare tonnellate di abbonamenti online? Apriamo il dibattito.” Il dibattito, in realtà, non si apre: è già qui. È cronaca quotidiana. Mosca, Pechino, Doha, Ankara: non comprano carri armati, comprano parole. E le parole, quando vengono infilate nelle pagine di un quotidiano nazionale, hanno più potere di un missile. Come funziona? Non c’è più la valigetta con i contanti. Oggi la corruzione è raffinata. Consulenze inventate, fondazioni culturali che girano soldi, think tank generosamente finanziati che producono report pronti per essere citati come se fossero analisi indipendenti. Poi ci sono i numeri gonfiati: migliaia di abbonamenti digitali acquistati in blocco per simulare un successo che non esiste. O ancora la pubblicità camuffata, le partnership con aziende di facciata che servono da veicolo. E infine la parte più subdola: viaggi, conferenze, benefit. Non compri l’articolo, compri la gratitudine. Esempi? Russia Today e Sputnik hanno costruito in Europa una rete di giornalisti stipendiati per diffondere la linea del Cremlino. Pechino ha pagato inserti interi nei grandi giornali occidentali, presentandoli come “informazione” sulla Belt and Road. Il Qatar finanzia think tank e sponsorizza eventi per mettere la museruola alle critiche sul lavoro forzato. La Turchia infila il soft power in università, festival e riviste culturali. Non si inventa niente: è già successo, continua a succedere. La conseguenza è che il lettore non legge più notizie: legge comunicati. L’informazione diventa infiltrazione. Un giornale che accetta soldi, diretti o indiretti, smette di fare il suo mestiere. I titoli si ammorbidiscono, le domande scompaiono, certe notizie vengono diluite fino a sparire. La democrazia si ritrova con un buco nello scafo: cittadini convinti di scegliere liberamente, mentre in realtà stanno bevendo messaggi scritti altrove. E qui sta il punto. In Italia il terreno è perfetto: editori fragili, vendite in caduta, bilanci disperati. Con poche centinaia di migliaia di euro puoi già influenzare la linea editoriale di una testata. Non c’è bisogno di comprare tutto: basta infilare abbastanza denaro nei posti giusti per piegare la direzione del vento. La domanda di Puglisi – meglio pagare i giornalisti o comprare abbonamenti? La verità è che si fa entrambe le cose. E si continuerà a farle finché nessuno obbligherà i giornali a mostrare da dove arrivano davvero i soldi. La trasparenza, qui, non è un dettaglio burocratico. È il nodo cruciale per la tenuta della democrazia. Senza bilanci chiari, senza regole ferree, senza controlli veri, non c’è libertà di stampa: c’è libertà di vendita. E allora apriamo pure il dibattito, ma prima apriamo i bilanci. Perché un giornale può avere mille voci, ma se parla con quella di uno Stato straniero, non è più un giornale: è un’arma puntata contro di noi.

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