domenica 25 maggio 2025

Senza prove

Dov’è la prova che tutti aspettano? - di Piero Terracina 

La Striscia di Gaza è uno dei luoghi più osservati del pianeta. È piccola, densamente popolata, sorvolata costantemente da droni, sorvegliata da attivisti, giornalisti, ONG, propagandisti di ogni schieramento. Ogni quartiere è sotto l’occhio di qualcuno. Ogni scontro, ogni movimento dell’esercito israeliano è seguito al microscopio da una comunità internazionale che non ha certo dimostrato indulgenza verso Israele. E allora la domanda è semplice, quasi ovvia: com’è possibile che, con tutto questo controllo, con milioni di occhi e telecamere puntati addosso, non esista nemmeno una singola immagine chiara, diretta, inequivocabile, che mostri un soldato israeliano uccidere deliberatamente, a sangue freddo, un civile disarmato? 
Non parliamo di morti collaterali o di esplosioni da cui emergono corpi, quelle purtroppo ci sono e nessuno lo nega, ma di un soldato che spara volontariamente, sapendo esattamente cosa sta facendo, a una donna, a un bambino, a un anziano, davanti a una telecamera. Viviamo in un’epoca in cui ogni istante viene documentato, diffuso, montato e rilanciato a tempo record. Abbiamo visto atrocità da ogni parte del mondo, in diretta. Abbiamo visto soldati americani, russi, siriani, talebani, jihadisti, poliziotti e guerriglieri fare cose orribili davanti a un obiettivo. Ma questa immagine precisa, da Gaza, continua a non arrivare. Eppure, se fosse davvero una pratica sistematica, deliberata, organizzata, dovremmo esserne sommersi. Un’aggiunta necessaria: nel diritto internazionale, un civile che prende le armi e le punta verso un soldato non è più considerato un civile. In quel momento, diventa un obiettivo militare legittimo. E a Gaza questa distinzione, purtroppo, spesso si sfuma fino a scomparire, perché tanti "civili" armati combattono in jeans e ciabatte, e si mischiano tra la popolazione. Ma questo non lo dice mai nessuno. Questo silenzio visivo fa rumore. E non è negazionismo, non è prendere posizione: è semplicemente chiedersi perché, con tutte le accuse che piovono addosso a Israele ogni giorno, la prova più potente, quella che inchioderebbe tutto il sistema, ancora non c’è. Ed è lecito chiederselo. Anzi, è doveroso.

giovedì 22 maggio 2025

Il culto della libertà

Nella nostra epoca, il culto della libertà individuale ha raggiunto toni quasi religiosi: "Io sono libero, nessuno può impormi nulla!" gridiamo, convinti di affermare un principio sacro e inviolabile. Ma cosa intendiamo davvero quando parliamo di libertà? 
La libertà assoluta è un mito. Persino le parole che usiamo per proclamarla non sono nostre: le abbiamo ereditate, interiorizzate attraverso l’educazione, la cultura, il linguaggio stesso. I nostri pensieri, poi, non sfuggono alle leggi della biologia: le sinapsi, la densità neuronale, i neurotrasmettitori plasmano ciò che chiamiamo "libero arbitrio". Eppure, continuiamo a immaginarci come esseri completamente autonomi, dimenticando che ogni nostro gesto è una risposta a stimoli esterni o a condizionamenti interni. 
In ambito sociale, la libertà non solo non esiste in forma pura, ma non la desideriamo neppure. Parliamo di "fare rete", di "comunità", di "solidarietà"—tutte metafore che evocano connessione, non rottura. Un essere umano isolato non è un eroe: è una creatura vulnerabile, destinata all’angoscia o all’estinzione. L’antropologia e la psicologia lo confermano: sopravviviamo solo perché apparteniamo a qualcosa di più grande di noi. "L’uomo è libero solo quando riconosce i suoi legami" — scriveva il filosofo Emmanuel Lévinas. "Libertà è partecipazione" — cantava Gaber. Due espressioni diverse, ma unite da una verità semplice: l’io esiste solo in relazione al tu. Senza un "voi", non può esserci un "noi". 
Il Settecento ci ha lasciato in eredità l’idea romantica del contratto sociale—un patto razionale tra individui liberi. Ma il Novecento, con i suoi totalitarismi e individualismi sfrenati, ha mostrato cosa accade quando quel patto si rompe: da un lato, la schiavitù della collettività imposta; dall’altro, la solitudine dell’egoismo assoluto. 
La vera libertà, allora, non è l’assenza di vincoli, ma la capacità di negoziarli. Cedere qualcosa all’altro—un po’ di tempo, un po’ di spazio, un po’ di potere—e ricevere in cambio sicurezza, affetto, senso. Liberi non siamo quando corriamo nel vuoto, ma quando scegliamo con chi legarci. Oggi si celebra l’uomo self-made, che si crea da solo e non deve nulla a nessuno. Eppure, persino il genio più solitario—un Nietzsche, un Emily Dickinson—ha avuto bisogno di interlocutori, reali o immaginari. 
Nessuno pensa nel vuoto. Forse, allora, dovremmo smettere di inseguire l’utopia di una libertà senza legami e iniziare a celebrare l’arte della dipendenza reciproca. Perché, come scriveva Bauman: "La libertà senza sicurezza è una condanna. La sicurezza senza libertà è una prigione. La sfida è trovare l’equilibrio."

martedì 6 maggio 2025

Stanotte la notte è seria: niente storie, fa quel che vuoi, scrivi se ne sei capace e non chiederti nulla. Si scrive per camuffare o vestire di sé l’altra scrittura, quella che ci portiamo dentro, quella che non lascia spazio a svolazzi sintattici e che non degna nessuno di benevolenze temporali. Se stanotte non mi fossi messo alla tastiera non sarebbe cambiato nulla, il mistero di questa veglia gonfia di attese e ricordi si sarebbe spiegato in maniera diversa, non potrò mai sapere dove e come sarebbe giunto ad altri da me.

Vincenzo

“Scrisse, scriveva, ritenne fin da ragazzo che fosse meglio osservare il mondo attraverso la scrittura. Poi, più grande, lesse le emozioni d...