giovedì 11 giugno 2026

Ieri a Herat

Se avessi voglia di scherzare, farei il verso a Andrea Tosa – il blogger, l'attivista, il palestinista – e scriverei un post che inizia come iniziano sempre i suoi post: "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo". Ma io adesso non ho voglia di scherzare. Non ho voglia di ironizzare. Non ho voglia di fare il verso a nessuno. Perché un post che inizi così – "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo" – e che parli delle donne afghane, non esiste. Non lo scrive Tosa. Non lo scrive la sinistra. Non lo scrive nessuno. 
Eppure – ieri è successo davvero qualcosa di terribile ad Herat, in Afghanistan. E se avete abbastanza anima – se non siete ancora diventati insensibili di fronte al dolore del mondo – potete cercare voi stessi. Le notizie sono lì. Frammentarie, ignorate, sepolte. Ma ci sono. 
Ecco cosa è successo. Si era appena svolta una manifestazione di donne afghane. Una folla di donne – nonostante il burqa, anzi, col burqa – ha riempito le strade di Herat. Centinaia, forse migliaia. Hanno chiesto – attenzione – non i diritti che abbiamo in Occidente (il diritto di voto, il diritto di abortire, il diritto di indossare una minigonna). Hanno chiesto neppure pari diritti. Hanno chiesto il minimo. Hanno chiesto l'istruzione – che in Afghanistan, per le donne, significa anche accesso alla sanità (perché nella legge afghana, una donna può essere visitata solo da una donna; ma se le donne non possono studiare, allora le donne non possono essere curate). Hanno chiesto di poter lavorare – di guadagnare un minimo, per non morire di fame, per non vedere i propri figli morire di fame. Hanno chiesto meno dei diritti che noi in Europa concediamo a un cane o a un gatto. Perché i nostri amici a quattro zampe – possono essere visitati da un medico (di qualsiasi sesso) se stanno male. Possono essere curati. Possono essere salvati. Le donne afghane – se stanno male – non possono essere visitate da un medico uomo. E se il medico uomo è l'unico disponibile, muoiono. Se – dopo un terremoto – si trovano sotto le macerie delle loro abitazioni, non possono essere estratte, perché un uomo non può toccare una donna. E muoiono sotto le macerie. Mentre ascoltano i soccorritori che non possono soccorrerle. È l'inferno. È l'orrore. È la follia. 
E la risposta dei talebani a questa manifestazione di donne che chiedevano solo di non morire – è stata la violenza. Hanno sparato sulla folla. Al momento si parla di una ventina di vittime, ma le notizie sono frammentarie, non verificate, forse peggiori. 
La notizia – come tutte le notizie che riguardano l'Afghanistan – è stata sepolta. Ignorata. Dimenticata. E penso che oggi i telegiornali dovrebbero essere pieni di queste immagini. Che le piazze dovrebbero essere colme di gente – specie di donne arrabbiate – che esaltano l'eroismo delle donne afghane, che denunciano la brutalità dei talebani, che chiedono sanzioni, interventi, aiuti. Che parlano – sì – anche della loro disperazione. Della loro solitudine. Del loro abbandono. E invece – credo di essere uno dei pochi che ne stanno parlando. Uno dei pochi. Non perché io sia speciale. Perché gli altri hanno deciso di tacere e si indignano solo per Gaza. Perché – come dice Fausto Bertinotti – "Gaza è l'ombelico del mondo". Almeno per la sinistra. Gaza – e solo Gaza – merita attenzione. Gaza – e solo Gaza – merita indignazione. Gaza – e solo Gaza – merita che si riempiano le piazze. Il resto – l'Afghanistan, lo Yemen, la Siria, il Sudan, la Nigeria, il Congo – non esiste. O esiste come rumore di fondo, come fastidiosa eccezione. Perché la sinistra – la sinistra palestinista – adora guardarsi l'ombelico senza alzare lo sguardo. E se alzasse lo sguardo – se alzasse lo sguardo oltre Gaza – vedrebbe un mondo in fiamme. Un mondo che brucia. Un mondo in cui il jihadismo – la stessa ideologia che anima Hamas – uccide, devasta, distrugge. E bisognerebbe anche chiedersi quanto sia casuale che la propaganda per Gaza copra mille altri orrori. Quanto sia casuale che proprio Gaza – il luogo in cui Hamas comanda – sia diventato l'ombelico del mondo. Visto che Hamas è una derivazione della Fratellanza Musulmana – l'organizzazione che ha come obiettivo la creazione di un Califfato globale – visto che la Fratellanza vuole imporre la sharia in tutto il mondo, vuole cancellare i diritti delle donne, vuole sottomettere “gli infedeli”– è proprio casuale che Gaza e la sua propaganda impediscano di vedere ciò che il jihadismo sta facendo nel mondo?

Belfast e l'inevitabile

Belfast brucia non perché un immigrato sudanese ha tentato di decapitare un bianco in mezzo alla strada. Brucia perché il Corriere scrive “l’attacco con coltello è attribuito ad un migrante” nonostante l’inequivocabile video. 
Brucia perché Huffpost scrive che Londra ormai è piena di fascisti ed Henry Nowak scompare da ogni equazione. Scrive perché milioni di italiani affermano, mentendo, che preferirebbero trovarsi da soli, di sera, in strada con un maranza e non con un influencer che dice “scimmia” ad un criminale che gira a petto nudo in centro come fosse a caccia di selvaggina. 
Brucia perché il diritto di vivere serenamente e persino di vivere e basta è stato soppiantato dall’esigenza del parastato di ingrassare immettendo costantemente carne nuova da Paesi sottosviluppati nel tessuto sociale, dicendo a chi è obbligato ad accogliere: “rassegnati e sopravvivi mentre io mi arricchisco grazie ai tuoi futuri carnefici”. 
Brucia perché in Polonia una ragazzina può passeggiare senza essere violentata, a Milano no, a Torino no, a Barcellona no, a Londra no, a Parigi no, a Lione no, a Bruxelles no, ad Amsterdam no, a Stoccolma no, a Belfast no. 
Brucia perché un magistrato che ha la possibilità di stabilire se un immigrato stupratore sia i non sia pericoloso, sceglie la seconda opzione e lo rilascia sapendo che l’elettore medio di sinistra dirà che è colpa delle leggi anziché “è colpa sia delle leggi sia della magistratura al servizio del parastato sia degli italiani che hanno votato per non riformarla credendo che quello fosse un atto partigiano che sarebbe bastato alla storia sotto l’ombrello della resistenza e dell’eroismo. 
Brucia perché Carofiglio dice che la remigrazione è il tentativo di trasformare delle bestialità in teoria digeribili e lo dice mentre pubblicizza un nuovo libro che cavalca l’egemonia culturale predatrice della sinistra proprio su questi temi spiegando che la vera rivoluzione è nella gentilezza. 
Brucia perché un sudanese con coltello, stranamente, non si ferma davanti alla gentilezza. 
Brucia perché il mondo reale non potrà mai collassare davanti alla narrazione degli avversari mentalmente disturbati, quando si tocca la sfera della sopravvivenza primordiale. 
Brucia perché oggi la cronaca ci segnalerà altri episodi di violenze di immigrati, di giudici compiacenti, di illusioni rivelate. Brucia perché l’inevitabile è inevitabile.

Ieri a Herat

Se avessi voglia di scherzare, farei il verso a Andrea Tosa – il blogger, l'attivista, il palestinista – e scriverei un post che inizia ...