venerdì 12 giugno 2026

IL VERO POTERE

C’è un pezzo d’Italia che non si elegge nelle urne, non si vota nei parlamenti, non passa mai dalle piazze. Vive altrove: nelle università e negli studi televisivi. È lì che, tra gli anni ’90 e i primi 2000, la sinistra italiana ha esercitato il suo vero potere: non nel Governo, ma nel plasmare il discorso pubblico. Una macchina lenta, metodica, invisibile ai più. Ma oggi, guardando indietro, i tasselli si compongono: cattedre universitarie distribuite come bottino, palinsesti televisivi lottizzati con chirurgia politica, concorsi e nomine che hanno garantito per decenni una filiera ideologica rossa. 
L’università come roccaforte e i governi di centrosinistra – Prodi nel 1996, D’Alema nel 1998, Amato nel 2000 – non hanno inventato i baroni universitari ma hanno saputo usare i baronati come strumento politico. Le facoltà di filosofia, sociologia, scienze politiche, storia contemporanea erano già il cuore pulsante della sinistra accademica. Negli anni a cavallo del 2000 diventano fortezze ideologiche blindate. I concorsi, ufficialmente pubblici, erano nella sostanza ritagliati su misura: bandi scritti con requisiti così specifici da coincidere con il curriculum del candidato “giusto”. Dentro, entrava chi apparteneva alla rete; fuori, restava chi non aveva santi in paradiso. Il risultato? Generazioni di docenti formati a immagine e somiglianza di un pensiero unico: l’anti-liberismo di facciata, la fascinazione per Gramsci, il mito del terzomondismo. In cattedra finivano gli allievi dei maestri della sinistra universitaria, perpetuando il ciclo. 
La televisione, fabbrica del consenso -  Parallelamente, un’altra trincea veniva occupata: la RAI. Con i governi dell’Ulivo (1996-2001), la lottizzazione culturale diventò scienza. Le direzioni di rete, i palinsesti di Rai3, i talk show politici: ogni casella aveva il suo uomo “giusto”. Dal 2006 al 2008, con Prodi II, il meccanismo riprese fiato: nuovi conduttori, giornalisti e opinionisti dichiaratamente progressisti conquistarono spazi in prima e seconda serata. Talk show cuciti addosso a una narrazione: la sinistra come argine morale, la destra come anomalia, chiunque fuori da quel recinto come “pericoloso”. E quando la sinistra non governava? Bastava la leva culturale. Rai3 rimaneva presidio stabile, i telegiornali mantenevano direttori vicini al centrosinistra, i programmi di approfondimento continuavano a filtrare il dibattito secondo la lente “progressista”. 
Gli anni chiave, tre stagioni segnano la costruzione di questa egemonia: 1996-2001: l’Ulivo inaugura la stagione delle nomine sistematiche, sia nell’università che in televisione. 2006-2008: il secondo governo Prodi riprende in mano il timone e consolida posizioni, soprattutto nella RAI. 2013-2018: i governi Letta, Renzi e Gentiloni, in piena epoca di crisi della politica tradizionale, mantengono la rete accademico-mediatica ormai collaudata. Sono anni in cui la sinistra perde consenso nelle urne, ma conquista casematte culturali destinate a durare molto più a lungo dei governi. 
Meccanismo di cooptazione - La strategia non era complessa, ma implacabile: 
Università: concorsi pilotati, nepotismo mascherato, filiere di allievi cresciuti all’ombra dei baroni. Televisione: nomine fiduciarie, spartizione dei vertici, palinsesti allineati. 
Così, mentre la politica litigava nelle aule parlamentari, la sinistra costruiva una rete invisibile, capace di formare studenti e plasmare spettatori. Due canali paralleli, ma con lo stesso esito: generare consenso culturale e delegittimare le idee alternative. 
La lunga coda dell’egemonia-  Oggi, quando si parla di “pensiero unico”, non si fa retorica. È il frutto di quelle stagioni. Non è un caso se le università italiane restano dominate da un orientamento progressista che filtra la ricerca e condiziona le carriere, non è un caso se la televisione pubblica – pur con governi di colore diverso – mantiene un DNA di sinistra in molte delle sue produzioni culturali. La destra, al potere più volte negli ultimi trent’anni, non ha mai avuto la stessa perizia nel colonizzare l’accademia e i media. Ha preferito la battaglia immediata, senza capire che la partita vera si giocava altrove. In sintesi Mentre l’Italia cambiava governi, i posti veri venivano occupati in silenzio. Cattedre, concorsi, palinsesti: così la sinistra ha costruito la sua egemonia, molto più resistente dei suoi cicli di governo. La politica si vince nelle urne, ma la cultura si vince con la permanenza: un docente che resta quarant’anni, un conduttore che plasma generazioni di spettatori. È in queste posizioni che si decide cosa diventa senso comune e cosa invece viene bollato come estremismo. Il resto è cronaca. Questa è stata la strategia.

Aspettare notizie dalla Libia

Da qualche giorno sono in riva al mare e aspetto. Aspetto che parta una Flotilla per la Libia. Aspetto che si fermino i porti. Aspetto che inizino le proteste. Perché – ecco la notizia che, ovviamente, quasi nessuno sta dando – nel loro ritorno verso casa, alcuni “eroi” della Sumud Flotilla (quella che andava a Gaza, che “sfidava” Israele, quella che ha raccontato torture inesistenti, percosse immaginarie, violenze mai avvenute) sono stati fermati in Libia e bloccati. 
Di loro – ad oggi – non si sa nulla. Sono stati chiusi in prigioni libiche. Un luogo – lo sappiamo – in cui la schiavitù è all’ordine del giorno, la tortura è una pratica sistematica, le sparizioni sono la norma. Un luogo in cui i diritti umani – quelli che i palestinisti dicono di difendere – sono solo un ricordo lontano, se mai sono esistiti. Eppure – silenzio. Non una parola. Non un grido di indignazione. Non una fiaccolata. Non una manifestazione. Non un post virale. Non un comunicato stampa. Non una dichiarazione di solidarietà. Il silenzio più totale. Assoluto. Imbarazzante. Come mai? 
Perché – se fossero stati fermati da Israele, avremmo avuto interventi di Travaglio, di Schlein, di Albanese, di tutta la sinistra palestinista. Se fossero stati bloccati a Gaza, avremmo avuto titoli: “Israele reprime la pace”, “Israele soffoca la libertà”, “Israele tortura gli attivisti”. Se fossero stati arrestati in Giudea e Samaria, avremmo avuto manifestazioni, petizioni, appelli, interruzioni di trasmissioni televisive. Ma sono stati fermati in Libia – e il silenzio è assordante. Perché? Per due motivi. Semplici, banali, ma rivelatori. 
Primo motivo: questa narrazione non può essere usata contro Israele. E il punto – il vero scopo del palestinismo – non è difendere i diritti umani. È attaccare, delegittimare, mostrificare Israele. Quindi, la Libia non interessa. Le prigioni libiche non interessano. Le torture libiche non interessano. Perché non c’è Israele. Non c’è l’ebreo. Non c’è il sionista. Non c’è il loro nemico. E allora – silenzio. 
Secondo motivo: andare in Libia – davvero – può costare la vita. Non è come andare a Gaza passando per Israele, con il visto, con le autorizzazioni, con la protezione consolare. Non è come fare una “missione di pace” in un paese democratico, dove sai che al massimo ti fermano, ti controllano, ti rispediscono indietro. La Libia è un paese in guerra, senza governo, dove le milizie fanno la legge, dove i sequestri sono all’ordine del giorno, dove stranieri vengono venduti come schiavi. E questo gli attivisti lo sanno. Lo sanno benissimo. Perciò – nessuna flotilla per la Libia. Nessuna “missione di pace”. Nessuna “nave della libertà”. Perché andare in Libia – davvero – è pericoloso. Perché andare in Libia – davvero – può costare la vita. E allora, meglio restare a casa. Meglio fare attivismo performativo. Meglio prendere uno yacht, farsi fotografare con la kefiah, urlare “genocidio”, e poi tornare a casa sani e salvi. E questo mostra quanto certo attivismo performativo si muova all’interno di una cornice di assoluta protezione. Chi è andato in Israele – sulla Flotilla, o anche prima – e ha parlato di “torture”, di “percosse”, di “violenze”, sapeva benissimo che, in realtà, andava verso una democrazia. Un paese dove le regole, la legge, dove i diritti esistono. Sapeva che – al massimo – sarebbe stato fermato, controllato, rispedito indietro. Niente di più. Niente di meno. Poteva permettersi di fare l’eroe – perché sapeva che non gli sarebbe successo nulla. Poteva permettersi di denunciare “crimini” inesistenti – perché sapeva che nessuno lo avrebbe smentito con violenza. Poteva permettersi di recitare la parte della vittima – perché sapeva che il suo corpo non era a rischio. Gli stessi che denunciano Israele come “stato totalitario”, come “dittatura”, come “regime di apartheid”, in realtà sanno che Israele è una democrazia. Lo sanno perché ci vanno. Lo sanno perché parlano. Lo sanno perché tornano. E lo sanno perché – se Israele fosse davvero ciò che dicono – non ci andrebbero. O almeno, non ci andrebbero con tanta leggerezza. 
Ma la contraddizione – la menzogna – non viene mai denunciata. Perché denunciarla significherebbe ammettere che la propria narrazione è falsa. E la narrazione – per la sinistra palestinista – è più importante della verità. Allora – aspetto ancora. Aspetto che parta una Flotilla per la Libia. Aspetto che qualcuno – uno solo – abbia il coraggio di andare a protestare a Tripoli, a Bengasi, a Misurata. Aspetto che qualcuno si faccia arrestare dalle milizie libiche, e poi parli di “tortura”, di “violenza”, di “crimini”. Ma so che non succederà. Perché il coraggio – quello vero – non è andare in Israele sapendo che non ti succede nulla. Il coraggio – quello vero – è andare in Libia sapendo che potresti non tornare. E il palestinismo – lo abbiamo visto – non ha quel coraggio. Ha solo la viltà. La viltà di chi attacca chi è vulnerabile (Israele, la democrazia, l’ebreo) e si inchina ai prepotenti (la Libia, la Russia, l’Iran).

IL VERO POTERE

C’è un pezzo d’Italia che non si elegge nelle urne, non si vota nei parlamenti, non passa mai dalle piazze. Vive altrove: nelle università e...