Per risolvere e gestire problematiche sociali ed economiche nuove bisogna conoscere bene i luoghi, le tradizioni e l’ambiente in cui agisci. Il sud era un mondo a parte nel 1860, ne migliore ne peggiore, diverso. Un regno con la sua economia e la sua gente. I Savoia non fecero altro che sovrapporre il loro mondo, le loro leggi e i loro interessi a qualcosa che somigliava tanto ad una colonia di sfruttamento. In quest’ottica superficiale affidare il controllo del territorio campano alla camorra del tempo che già lo controllava parve ai piemontesi il sistema più comodo e sbrigativo, semmai da modificare in seguito! Il messaggio che arrivò alla popolazione fu immediato: niente è cambiato in meglio. Se Crispi ne fosse o meno al corrente non so dire ma certo è difficile pensare che le menti che pensarono e vollero l’unità di Italia, che ne idealizzarono la storia e il divenire, fossero così ingenui da non capire che l’abito unitario doveva essere cucito con altri tessuti e altri sarti. Vittorio Emanuele non cambiò nemmeno il numerale dinastico del suo nome alla proclamazione del regno d’Italia unito.
Non sono un influenzer e ne sono fiero, sono un anonimo e questo è un TACCUINO RITROVATO
sabato 19 luglio 2025
giovedì 17 luglio 2025
La libertà di lettura avrebbe un valore maggiore se fossero presenti due componenti fondamentali: varietà di opinioni e misura e civiltà nell'esporle. Mi pare che siamo lontani da questo obiettivo, i social nel loro insieme hanno aggravato il problema invece di mitigarlo. Penso che la misura civile cui io faccio riferimento sia finora possibile solo sul cartaceo e non in modo assoluto. Ti chiedi dove siamo finiti? Sei sul blog di un uomo che ha passato i 70 anni e che scrive in rete da 20 anni, prima scribacchiava su blog notes e pensa seriamente di tornare a quella dimensione. Che il termine libertà sia da sempre abusato, mistificato, usato in modo improprio è sotto gli occhi di tutti ma io sono stanco, stanchissimo di discussioni, le lascio ad altri e mi tengo questi testi frutto di anni di vita mentale.
martedì 15 luglio 2025
Gli orrori, quelli veri
Sei una bambina. Cinque anni. Sei del Sudan, e il tuo peccato è esistere. Non sei musulmana, sei altra.
Sei scheletrica, pelle nera come la fuliggine, e il mondo ti ha già dimenticata. I miliziani filogovernativi potrebbero arrivare da un momento all’altro. Se arrivano, morirai. Ma oggi no. Oggi non è la morte con un colpo di fucile. Oggi è l’infibulazione. Oggi è il coltello.
Ti strappano via tutto, senza anestesia, perché il tuo dolore non conta. Il tuo corpo non è più tuo. È una ferita aperta, e tu urli, ma nessuno ti sente.
Poi, la fame. La fame che ti rode le viscere, che ti trasforma in un fantasma. E poi, finalmente, arrivano loro. I miliziani.
Uccidono tuo padre davanti a te. Violentano tua madre finché non smette di respingere i coltelli con le mani. Poi tocca a te. Sei troppo piccola, ma non importa. Sei una bambina nera, e il tuo dolore non fa notizia.
È come il 7 ottobre in Israele. Stessa ferocia. Stessa disumanità. Nessuno mette la tua foto nei profili. Perché? Perché sei nera. Perché sei povera. Perché non c’è un conflitto geopolitico da strumentalizzare; sei solo carne da macello.
Sei sopravvissuta? Ora sei una schiava. Schiava sessuale di un predone che ti chiama "cagna infedele" mentre ti spezza. Ma almeno... sei già infibulata, no? Che fortuna. Così lui non dovrà preoccuparsi di "rovinarti" per altri.
E intanto, il mondo urla "All Eyes on Gaza".
Ma i tuoi occhi? I tuoi occhi sono spenti. E nessuno li guarda.
lunedì 14 luglio 2025
5 secoli di massacri arabi contro gli ebrei
Prima dei confini, prima di Israele, prima di ogni pretesto: l’odio arabo contro gli ebrei nasce secoli fa e ancora oggi si traveste da resistenza.
E in Occidente, le piazze e i salotti lo coprono con menzogne, omissioni e slogan da quattro soldi.
Quando si parla di Israele e Palestina, la storia parte sempre dal 1948. Anzi, per qualcuno comincia direttamente dal 7 ottobre 2023, con il massacro di Hamas che ha fatto oltre 1.200 vittime israeliane in un solo giorno. Tutto quello che è accaduto prima viene sistematicamente cancellato, come se il conflitto fosse nato con la fondazione dello Stato ebraico e con la cosiddetta "Nakba".
Ma la verità storica racconta altro.
Racconta di cinque secoli di massacri arabi contro gli ebrei in Terra d’Israele, quando di Israele non esisteva nemmeno il nome, quando il sionismo era ancora un’idea lontana, quando l’unica realtà era un popolo ebraico minoritario e perseguitato, che cercava di sopravvivere nella terra dei propri padri.
1517: Hebron e Safed, la prima carneficina dimenticata
Il primo massacro documentato risale al 1517, anno della conquista ottomana.
Gli ebrei di Hebron e Safed furono massacrati da soldati ottomani e popolazioni arabe locali. Le sinagoghe bruciate, le case saccheggiate, le donne violentate.
Non c'era alcun “progetto coloniale” o “occupazione”: solo una minoranza ebraica storica, eliminata nel silenzio della Storia.
1660: Safed e Tiberiade, la violenza dei drusi e degli arabi
Passano quasi 150 anni, e la violenza si ripete.
Nel 1660, una nuova ondata di devastazioni: le comunità ebraiche di Safed e Tiberiade, fiorenti centri di studio e religione, vengono distrutte da bande arabe e druse. Le città ebraiche della Galilea vengono annientate senza pietà.
1834: la rivolta araba e il massacro di Safed
Il 1834 segna un’altra tappa di sangue. Durante la rivolta araba contro la dominazione egiziana, gli ebrei di Safed diventano ancora una volta il bersaglio facile.
Le cronache raccontano di quartieri ebraici messi a ferro e fuoco, di donne violentate e di uomini sgozzati davanti alle famiglie. Nessun europeo, nessun "colono": solo ebrei autoctoni, che da sempre abitavano quella terra.
1929: Hebron, la Shoah prima della Shoah
Il 1929 è una ferita che ancora sanguina.
A Hebron, 67 ebrei vengono massacrati con una ferocia da Medioevo: pugnalati, torturati, mutilati. La polizia britannica arrivò troppo tardi, e l'antica comunità ebraica — presente lì da secoli — fu annientata. I sopravvissuti furono salvati dagli inglesi, non certo dai vicini arabi.
Quello stesso anno, a Safed, un'altra strage: decine di ebrei massacrati, case e botteghe distrutte. Nessuna rivolta politica: solo odio etnico e religioso.
1936-1939: la Grande Rivolta Araba, pogrom sistematico
Tra il 1936 e il 1939, la cosiddetta Grande Rivolta Araba non fu una lotta di liberazione. Fu un pogrom nazionale:
Convogli ebraici assaltati
Insediamenti agricoli dati alle fiamme
Civili massacrati a colpi di fucile o bastone
Centinaia di ebrei vennero uccisi, mentre il Mandato Britannico cercava invano di contenere la violenza.
La storia che le piazze vogliono cancellare
Tutto questo accade molto prima della nascita di Israele, molto prima della guerra del '48, molto prima della “Nakba”.
E allora la domanda è inevitabile:
Chi erano gli oppressi? Chi i carnefici?
Non si può più fingere che il conflitto sia nato da una "colonizzazione". Non si può ignorare che il sangue ebraico è stato versato per secoli prima che il primo kibbutz venisse fondato, prima che la prima dichiarazione sionista venisse pronunciata.
Chi oggi si presenta in piazza con la kefiah, chi urla al “genocidio”, chi brandisce slogan anti-sionisti, sta riscrivendo la storia. Sta cancellando secoli di persecuzioni per fare spazio a una narrazione costruita: Israele come carnefice, il mondo arabo come eterna vittima.
Ma la storia vera resta lì, incisa nelle lapidi dimenticate di Hebron, Safed, Tiberiade.
Chi la nega, prepara il terreno per il prossimo massacro.
domenica 6 luglio 2025
Nova festival 7 ottobre 2023
La verità?
Volete sapere cosa penso di voi che state con i selvaggi?
Ve lo spiego.
Una parte di voi, la più grande, non ha nessuna possibilità di capire.
Vi mancano i mezzi, la capacità di analisi, la conoscenza.
Un'altra parte avrebbe le risorse intellettuali e la capacità di attingere le informazioni. Ma non vuole perché siete vittime di un pregiudizio, perché state, e volete stare, dentro un paradigma ideologico.
Oh, ragazzi, avete fatto la vostra scelta. Chi sono io per dire che è sbagliata. Solo prendetevene la responsabilità.
Io non posso condannarvi per essere stupidi, posso solo difendermi da voi e starvi il più lontano possibile. E non posso neanche condannarvi per il fatto di essere vittime di una macchina di propaganda. Lo sono stato io stesso.
Se non sapete che i selvaggi che rivendicano la "proprietà" di Massafer Yatta hanno lo stesso titolo che avrei io se rivendicassi la proprietà del lago di Garda vi posso capire. Se avete speso ore a sentire ogni scemo del villaggio su youtube spiegare che Israele così e cosà... vi posso condannare? Invidiare, semmai, che non avete un cazzo di meglio da fare.
C'è solo una cosa che non vi posso perdonare.
E su quella, mi dispiace, io rinuncio a voi, alla nostra amicizia ed a qualunque legame ci sia stato fra noi in passato.
E' il Nova Festival.
I ragazzi del Nova Festival erano lì per ballare, divertirsi e fare l'amore. I ragazzi del Nova Festival erano quelli che soffrivano per il fatto che i selvaggi erano trattati come selvaggi. I ragazzi del Nova Festival erano quelli che provavano empatia per i selvaggi.
I ragazzi del Nova Festival sono stati uccisi senza pietà dai selvaggi.
La morte di uno solo di loro, nella misura in cui è stata voluta, giustificata e approvata dalla comunità dei selvaggi, giustifica la distruzione delle case dei selvaggi ed ogni iniziativa che punta a rendere i selvaggi inoffensivi.
La liberazione di uno solo di loro, giustifica le azioni militari che Israele sta compiendo con grande sacrificio.
Se non avete provato un senso di ingiustizia per la morte di ragazzi e ragazze che erano andati ad un festival musicale non abbiamo nulla, ma proprio nulla, da dividere. Siete delle anime morte, siete delle carogne in decomposizione morale.
Potete chiamarvi pro questo e anti quello, siete merda. Punto.
E se avete un dubbio su quello che dico, ricordatevi che qui il fascista sono io. Voi siete quelli che predicate l'inclusione dell'altro. E avete fallito non con l'altro, ché l'altro che dovreste accogliere sono i "coloni" tanto diversi da voi. Ma con i ragazzi che, come voi, volevano solo ascoltare musica, ballare e fare l'amore.
Non vi perdonerò mai.
Paolo Messina
sabato 5 luglio 2025
Ricredersi non è una cattiva cosa ma il quesito resta soprattutto in questo ambiente dove la relazione tra chi scrive e chi legge e commenta sembra sia fondamentale. Lo è, impossibile negarlo e così diventa scontata l'influenza che l'altro può esercitare su chi scrive ma io personalmente mi sono sempre comportato diversamente: l'ho ripetuto molte volte, scrivo per una forma di liberazione intima e personale, è sempre stato così, scrivo perchè l'espressione scritta riempie il mio immaginario mentale fin da ragazzino. Ovviamente entrato nel mondo dei social le cose sono rapidamente mutate: se scrivi sinceramente di te e del tuo mondo prima o poi arrivano le batoste, non le interlocuzioni, le batoste che lasciano basiti.
giovedì 3 luglio 2025
L'intellettuale social
Sui social, l’élite intellettuale si mostra spesso più faziosa che lucida. E quando crolla il rigore, resta solo la propaganda in cattedra.
I professori universitari italiani, almeno sulla carta, dovrebbero essere il baluardo del pensiero critico, del metodo, del rigore. Eppure, basta aprire X (ex Twitter) per vederli esibirsi in performance imbarazzanti, spesso fuori fuoco rispetto alle loro stesse discipline. Peggio ancora: travolti da bias ideologici così evidenti da far impallidire perfino i politici più smaccati.
Economisti che parlano come sindacalisti. Filosofi trasformati in opinionisti di talk show. Giuristi che confondono il diritto con la morale militante. Il social dell’uccellino – oggi convertito alla "libertà d'espressione" tanto cara a Musk – ha scoperchiato un vaso di Pandora: quello dell’accademico italiano fuori controllo.
Il problema non è il pensiero, ma l'ideologia travestita da scienza
Nel momento in cui il docente universitario si butta nell’arena digitale, spesso lo fa rinunciando proprio a ciò che lo legittima: il metodo. Non argomenta, twitta e in alcuni casi ritwitta post scandalosi. Non problematizza, accusa. Non approfondisce, seleziona frammenti funzionali alla propria tesi.
Un esempio su tutti? La guerra in Medio Oriente: decine di accademici italiani hanno preso parola non per analizzare i fatti con competenza, ma per tifare, spesso disinformando. Che si tratti del conflitto israelo-palestinese, della guerra in Ucraina o dei temi ambientali, ciò che colpisce è l’assoluta incapacità di separare il proprio posizionamento politico dalle fonti e dai dati.
Molti di questi docenti – pubblici, stipendiati dalla collettività – mostrano di non conoscere nemmeno la differenza tra una fonte diretta e una narrativa filtrata. Retwittano video decontestualizzati, si affidano a influencer e youtuber anziché a documenti ufficiali, citano ONG senza verificarne i legami. È il trionfo della pigrizia intellettuale travestita da impegno civile.
Le figure peggiori? Proprio nelle discipline di competenza
E qui sta il paradosso.
Non è quando i professori parlano fuori ambito che fanno le figure peggiori: è proprio dentro le loro aree che spesso mostrano il peggio. Il giurista che scambia il principio di legalità con il proprio moralismo. Il linguista che usa l’autorità accademica per giustificare forme di censura lessicale. Lo storico che riscrive gli eventi con una chiave di lettura monocorde, buona per ogni stagione: fascismo e antifascismo.
Il problema non è “che parte stanno”. Il problema è che hanno smesso di distinguere la parte dall’analisi. E se il professore diventa influencer, l'università rischia di diventare una succursale dei social, dove conta più il like che la logica.
Università come zona franca del pensiero critico? Non più
Un tempo l’università era il luogo in cui si imparava a dubitare, a smontare tesi, a costruire ipotesi contrarie. Oggi sembra diventata il posto dove si insegna a militare. Il danno è doppio: formativo per gli studenti e culturale per la società.
Perché se i professori cedono ai bias, chi formerà una classe dirigente capace di ragionare? Se la scienza è piegata al sentimento politico, dove finisce il confine tra verità e attivismo?
Il sapere deve tornare sobrio
I professori italiani – e anche quelli oltreoceano – farebbero bene a spegnere X, almeno per un po’. E a tornare a studiare, ad analizzare, a dubitare. Nessuno pretende che sappiano tutto: l’umiltà è parte integrante del sapere.
Ma quando l’ideologia ti ha forgiato da giovane, liberarsene da adulto diventa impresa ardua. E il rischio è quello di confondere ancora una volta militanza e scienza.
Il pensiero critico non si misura a follower né a thread virali. E senza il coraggio di rimettere in discussione i propri dogmi, anche il sapere accademico diventa solo una fede travestita da lezione.
Il rispetto per l’università si riconquista con la serietà, non con la visibilità. Perché quando il docente diventa tifoso, smette di essere guida. E senza guide credibili, anche la verità diventa un hashtag.
Luigi Giliberti
mercoledì 2 luglio 2025
Cecilia dove vai
Onestamente, trovo difficile credere che il possesso (o meno) dell’arma nucleare da parte dell’Iran sia stato il vero discrimine per un intervento israeliano. Quarantasei anni. Quarantasei anni di provocazioni, attacchi proxy, finanziamenti al terrorismo. Quarantasei anni in cui il regime iraniano ha minacciato, aggredito e negato l’esistenza stessa di Israele. E allora, mi chiedo: perché l’attacco solo adesso?
Quello che mi sconcerta, però, è un’altra cosa: la minimizzazione del 7 ottobre, dei razzi di Hezbollah, dei bombardamenti Houthi—tutti finanziati da Teheran—come se fossero mere sciocchezze, fastidi marginali. E in questo contesto, l’intervento di Cecilia Sala mi sembra ancora più surreale.
Si parla di uno scollamento tra regime e popolazione, quasi a giustificare con un fatalismo rassegnato l’idea che un governo islamista—che la stessa autrice definisce estraneo alla Persia, un paese storicamente più vicino all’Europa che al mondo arabo—possa rapire, reprimere, uccidere arbitrariamente.
No, non si tratta di dipingere Israele come “liberatore”.
Ma è altrettanto inaccettabile normalizzare un potere parassitario che soffoca un intero popolo, che strumentalizza la religione per mantenere una morsa autoritaria, che esporta violenza ben oltre i suoi confini.
La domanda è: perché questa doppia misura? Perché alcuni regimi possono essere criticati, mentre altri vengono tacitamente accettati come fatalità?
L'Iran oggi
In queste settimane, molti analisti criticano la posizione di Israele sull’Iran, sostenendo che il regime si stia moderando, che non rappresenti una minaccia reale e che la questione nucleare sia solo un pretesto. Tuttavia, sono convinto che il Primo Ministro Netanyahu abbia ragione nel chiedere un cambiamento radicale in Iran, e per dimostrarlo vorrei sottolineare due aspetti fondamentali: il sostegno iraniano al terrorismo e l’isolamento regionale di Teheran rispetto alla normalizzazione con Israele.
1. L’Iran è il principale finanziatore del terrorismo internazionale
Da decenni, il regime iraniano sostiene apertamente gruppi terroristici e milizie destabilizzanti in tutto il Medio Oriente. Attraverso i suoi proxy – da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen, dai gruppi sciiti in Iraq alle milizie in Siria – Teheran ha contribuito a devastare intere nazioni, alimentando conflitti sanguinosi e soffocando ogni speranza di stabilità.
Siria: L’Iran ha sostenuto il regime di Assad in una guerra civile che ha causato centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati.
Yemen: Gli Houthi, armati e finanziati da Tehran, hanno prolungato una crisi umanitaria catastrofica.
Iraq: Le milizie sciite legate all’Iran hanno destabilizzato il paese, minando la sua ricostruzione.
Gaza: Hamas e la Jihad Islamica ricevono sostegno militare e finanziario dall’Iran, utilizzato per attaccare Israele.
Come si può tollerare un regime che, invece di contribuire allo sviluppo regionale, investe risorse nella distruzione sistematica dei suoi vicini? E come si può pensare di normalizzare un governo che, nella sua stessa carta costituzionale, chiama all’eliminazione di uno Stato sovrano come Israele?
2. L’Iran è l’ultimo ostacolo alla pace in Medio Oriente. Mentre gran parte del mondo arabo si sta avvicinando a Israele, l’Iran rimane l’unico grande attore regionale a rifiutare qualsiasi forma di riconoscimento.
Egitto e Giordania hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Israele (pace de iure).
Libano e Siria, pur non avendo accordi formali, accettano de facto l’esistenza di Israele.
Altri paesi, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, hanno già firmato gli Accordi di Abramo o sono in attesa di normalizzare i rapporti una volta concluso il conflitto a Gaza.
Se non fosse per l’Iran, il Medio Oriente potrebbe finalmente voltare pagina, abbandonando decenni di conflitti e avviandosi verso un’era di cooperazione economica e sicurezza condivisa. Invece, Teheran continua a fomentare odio, armare milizie e minacciare l’equilibrio regionale.
La rimozione del regime non è un’opzione, ma una necessità
Alcuni sostengono che l’Iran possa riformarsi dall’interno, ma la storia dimostra il contrario: il regime degli Ayatollah non è mai stato disposto a moderarsi, né a rinunciare alla sua agenda espansionista. Finché Teheran continuerà a essere il centro del terrore regionale, ogni speranza di pace sarà vana.
Israele ha il diritto – e il dovere – di difendersi da un regime che minaccia apertamente la sua esistenza. Ma non si tratta solo di sicurezza israeliana: un Iran libero dal fondamentalismo sarebbe una benedizione per tutto il Medio Oriente, permettendo alla regione di abbracciare finalmente un futuro di prosperità.
Per questo, Netanyahu ha ragione: il regime di Teheran deve cadere.
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