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La flottilla

Immaginate la scena: un manipolo di barche, qualche vela dipinta con slogan, bandiere arcobaleno e palestinesi che sventolano sul mare. A bordo, non soccorritori addestrati né medici in missione, ma una compagnia eterogenea di attivisti, ex professori in cerca di ribalta, politici fuori corso, influencer in astinenza da like. Lo chiamano “flottiglia umanitaria”. In realtà è la mini crociera dell’ipocrisia. Perché l’ipocrisia sta tutta lì: non sono i camion che trasportano beni, non sono gli aerei cargo che scaricano tonnellate di aiuti, non sono le missioni coordinate con le agenzie sul campo. No, il loro scopo non è portare pane o medicine, ma produrre immagini di propaganda. L’unica merce che davvero intendono consegnare. Non servono spoiler: il copione è identico ogni volta. Le barche avanzano verso Gaza, la Marina israeliana le intercetta, gli altoparlanti ordinano lo stop, le telecamere registrano ogni istante. Poi l’abbordaggio, la resistenza passiva, le urla, i video condivisi sui social. Risultato: i titoli dei giornali che parlano di “pirateria in mare” e i talk show che danno spazio al racconto eroico degli attivisti. Gaza resta com’è, ma l’opinione pubblica occidentale incassa la sua dose di indignazione prefabbricata. Questa liturgia mediatica non nasce oggi. L’episodio più famoso fu la Mavi Marmara, nel 2010: un’imbarcazione turca, formalmente carica di aiuti, ma in realtà organizzata da un network politico-islamista legato a Erdogan. Quando le forze speciali israeliane salirono a bordo, trovarono non solo pacchi umanitari, ma anche spranghe, coltelli, resistenza violenta. Morirono dieci attivisti. Israele venne dipinto come “boia del mare”, i governi arabi usarono l’incidente come arma diplomatica, e la parola “flottiglia” divenne sinonimo di propaganda. Dietro la facciata umanitaria, queste flottiglie sono un tour operator del vittimismo. Una mini crociera ideologica, all inclusive: biglietto d’imbarco, qualche giorno di navigazione, l’ebbrezza dello scontro con Israele, e poi il ritorno trionfale come martiri civili. Il pacchetto comprende interviste, passerelle nei festival dell’attivismo, plausi accademici e carriere social. Inutile girarci intorno: chi partecipa sa che non sfamerà nessuno. Gli aiuti reali entrano da terra, attraverso i valichi, in quantità ben più consistenti. Ma lì non ci sono telecamere, non c’è spettacolo, non c’è la possibilità di vendersi come Davide contro Golia. La rotta marittima esiste solo per generare scontro e immagine. Ogni anno muoiono per fame milioni di persone in Sudan, Yemen, Congo. Nessuna flottiglia parte per loro, nessun attivista organizza crociere della coscienza. Silenzio totale. Ma quando si tratta di Gaza, ecco che l’umanitarismo si trasforma in show itinerante. Perché? Perché Gaza è la rendita ideologica più redditizia del pianeta: produce indignazione, carriera, finanziamenti. L’ipocrisia è palese: questi viaggi non portano aiuti, portano narrazione. Non sfidano i clan che controllano il contrabbando interno, non denunciano Hamas che sequestra gli aiuti. Preferiscono sfidare Israele, perché il vero obiettivo è incastrarlo nel frame del carnefice. Guardiamo i fatti. Una nave carica di 20 tonnellate di riso o medicinali è nulla rispetto ai convogli che ogni giorno scaricano centinaia di tonnellate al confine. La sproporzione è ridicola. Ma la comunicazione è tutto: una foto di un sacco di farina issato a bordo di una barca diventa simbolo. Un hashtag spinge più di cento camion. La flottiglia è un dispositivo di guerra narrativa, non un’operazione logistica. E qui sta la verità che nessuno vuole dire: la mini crociera non serve a chi muore di fame, serve a chi vuole raccontare di star sfidando il “blocco”. È carburante per la retorica, non cibo per i bambini. Ogni volta che una di queste mini crociere salpa, sappiamo già come finirà. Le autorità israeliane fermano le barche, i passeggeri vengono rimpatriati, le ONG gridano allo scandalo, i talk show italiani offrono spazi e microfoni. Tutto studiato, tutto previsto. L’unica cosa che resta invisibile è la realtà: a Gaza la crisi non si risolve con i selfie in mare, ma con il disarmo dei gruppi armati e la fine della gestione criminale degli aiuti. Ma questo non finisce sui poster, non genera applausi. Più facile allora continuare con la parata nautica. Una mini crociera dell’ipocrisia che si ripete, anno dopo anno, come un teatrino galleggiante. Chi partecipa a queste flottiglie non è un eroe, ma una comparsa in un set mediatico. Non porta sollievo, porta rumore. Non salva vite, ma produce hashtag. Dietro le vele colorate c’è solo ipocrisia organizzata, venduta come coscienza civile. Una crociera low cost che non solca il mare per portare pane, ma per consegnare indignazione al mondo.

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