Alla Mostra di Venezia il cinema italiano ha provato a vestire i panni dell’impegno politico. Il risultato? Una figuraccia. L’appello lanciato dal collettivo Venice4Palestine, con oltre 1500 firme, ha diviso, confuso e infine smentito molti dei suoi stessi protagonisti.
Le parole forti (ma non suffragate)
Paolo Sorrentino, premi Oscar, ha dichiarato: «Se mi si invita a riconoscere che è in corso un genocidio, la risposta è assolutamente sì». Parole potenti, ma prive di riscontro nelle istituzioni che contano: né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né alcun tribunale internazionale hanno mai emesso una condanna ufficiale che definisca le operazioni israeliane come genocidio. Parlare di genocidio oggi è quindi una presa di posizione soggettiva, politica, non un fatto accertato.
Il paradosso è evidente: Sorrentino rifiuta di firmare appelli perché “emotivi”, ma usa la parola più pesante del vocabolario giuridico senza base formale. Una contraddizione che brucia.
Verdone e Özpetek: firme leggere
Carlo Verdone ha ammesso di aver firmato, ma ha subito precisato che il documento non conteneva alcun riferimento all’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler: “Mi hanno messo in mezzo. Non si escludono gli artisti. Un festival è confronto, non censura”.
Ferzan Özpetek, stessa linea: “Quando ho firmato non c’era alcuna richiesta di esclusione. Non la condivido”. Due pesi massimi che si arrampicano sugli specchi: si firma a cuor leggero, salvo poi scoprire che il testo cambia e ritrattare in fretta.
Servillo e Andò: la protesta dimezzata
Toni Servillo, voce autorevole del nostro cinema, ha ridotto tutto a una “luce da accendere”, prendendo le distanze dal boicottaggio. Roberto Andò ha definito un errore “additare nomi e imporre veti”. Ma l’appello nasceva proprio per prendere posizione netta. Sostenere un documento e poi negarne gli effetti pratici è come girare un film senza finale: resta solo la sceneggiatura incompleta.
Il gregge delle firme
La verità è che in molti hanno firmato più per appartenenza che per convinzione. Nel mondo del cinema firmare appelli è diventato un riflesso automatico: si segue il gruppo, si resta nel flusso, ci si unisce al coro. Ma quando arriva il contraccolpo mediatico, ecco i distinguo, le precisazioni, i “non sapevo”. È il conformismo travestito da coscienza civile.
Nessun genocidio, molta confusione
Usare parole come genocidio senza che vi sia un pronunciamento giuridico internazionale non è solo una forzatura: è un tradimento della precisione che il linguaggio dovrebbe avere. In altre guerre – Sudan, Siria, Yemen – i tribunali internazionali e le agenzie ONU hanno parlato chiaro, producendo report ufficiali. Su Gaza no: ci sono morti, ci sono accuse, ma non esiste nessuna sentenza che parli di genocidio.
Gli attori che rilanciano termini così estremi non aggiungono chiarezza: fanno propaganda inconsapevole, rischiando di banalizzare tragedie che genocidi lo sono stati davvero, riconosciuti e certificati.
Il brutto film italiano
Alla fine resta l’immagine di un cinema che non sa scegliere: firme che evaporano, dichiarazioni che si contraddicono, concetti usati a sproposito. Non una protesta, ma una sceneggiata. E Venezia, invece di parlare di cinema, diventa l’ennesimo palcoscenico della confusione.
Un brutto film, recitato male. E, purtroppo, tutto italiano.
Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 1492...
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