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VENEZIA ANNO 2025

Alla Mostra di Venezia il cinema italiano ha provato a vestire i panni dell’impegno politico. Il risultato? Una figuraccia. L’appello lanciato dal collettivo Venice4Palestine, con oltre 1500 firme, ha diviso, confuso e infine smentito molti dei suoi stessi protagonisti. Le parole forti (ma non suffragate) Paolo Sorrentino, premi Oscar, ha dichiarato: «Se mi si invita a riconoscere che è in corso un genocidio, la risposta è assolutamente sì». Parole potenti, ma prive di riscontro nelle istituzioni che contano: né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né alcun tribunale internazionale hanno mai emesso una condanna ufficiale che definisca le operazioni israeliane come genocidio. Parlare di genocidio oggi è quindi una presa di posizione soggettiva, politica, non un fatto accertato. Il paradosso è evidente: Sorrentino rifiuta di firmare appelli perché “emotivi”, ma usa la parola più pesante del vocabolario giuridico senza base formale. Una contraddizione che brucia. Verdone e Özpetek: firme leggere Carlo Verdone ha ammesso di aver firmato, ma ha subito precisato che il documento non conteneva alcun riferimento all’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler: “Mi hanno messo in mezzo. Non si escludono gli artisti. Un festival è confronto, non censura”. Ferzan Özpetek, stessa linea: “Quando ho firmato non c’era alcuna richiesta di esclusione. Non la condivido”. Due pesi massimi che si arrampicano sugli specchi: si firma a cuor leggero, salvo poi scoprire che il testo cambia e ritrattare in fretta. Servillo e Andò: la protesta dimezzata Toni Servillo, voce autorevole del nostro cinema, ha ridotto tutto a una “luce da accendere”, prendendo le distanze dal boicottaggio. Roberto Andò ha definito un errore “additare nomi e imporre veti”. Ma l’appello nasceva proprio per prendere posizione netta. Sostenere un documento e poi negarne gli effetti pratici è come girare un film senza finale: resta solo la sceneggiatura incompleta. Il gregge delle firme La verità è che in molti hanno firmato più per appartenenza che per convinzione. Nel mondo del cinema firmare appelli è diventato un riflesso automatico: si segue il gruppo, si resta nel flusso, ci si unisce al coro. Ma quando arriva il contraccolpo mediatico, ecco i distinguo, le precisazioni, i “non sapevo”. È il conformismo travestito da coscienza civile. Nessun genocidio, molta confusione Usare parole come genocidio senza che vi sia un pronunciamento giuridico internazionale non è solo una forzatura: è un tradimento della precisione che il linguaggio dovrebbe avere. In altre guerre – Sudan, Siria, Yemen – i tribunali internazionali e le agenzie ONU hanno parlato chiaro, producendo report ufficiali. Su Gaza no: ci sono morti, ci sono accuse, ma non esiste nessuna sentenza che parli di genocidio. Gli attori che rilanciano termini così estremi non aggiungono chiarezza: fanno propaganda inconsapevole, rischiando di banalizzare tragedie che genocidi lo sono stati davvero, riconosciuti e certificati. Il brutto film italiano Alla fine resta l’immagine di un cinema che non sa scegliere: firme che evaporano, dichiarazioni che si contraddicono, concetti usati a sproposito. Non una protesta, ma una sceneggiata. E Venezia, invece di parlare di cinema, diventa l’ennesimo palcoscenico della confusione. Un brutto film, recitato male. E, purtroppo, tutto italiano.

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