Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti.
Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole.
Nessun filtro. Nessuna pietà.
Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo.
Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati.
Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto.
Non urla, non impreca, non spara. Ma firma.
Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice:
“È per il bene comune.”
Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici.
Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”.
È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo.
1492. L’eleganza dell’espulsione
Spagna.
Isabella e Ferdinando. I Re Cattolici.
La cristianità trionfante. La croce sopra ogni porta.
E gli ebrei? Fuori.
L’editto di Granada li caccia tutti: convertiti o sparite. Niente urla. Niente fucili.
Solo pergamene con sigilli reali, lettere col timbro, vescovi con l’anello.
Chi resta viene bruciato. Chi non si converte viene torturato.
E nessuno ha detto niente. Perché l’Inquisizione era giusta. Perché la Spagna era “perbene”.
1933–1945. I tecnocrati del massacro
I nazisti? Certo. Colpevoli.
Ma chi ha reso possibile l’Olocausto sono stati i milioni di cittadini rispettabili.
I funzionari con la cravatta. Gli insegnanti che spiegavano “l’ebreo degenerato”. Gli operai che costruivano i treni della morte.
I medici che facevano esperimenti su neonati.
I banchieri che espropriavano conti correnti “non ariani”. Non erano belve.
Erano impiegati, colletti bianchi, brave persone. Sapevano tutto. Ma non avevano “nulla da eccepire”.
Italia, 1938. Fascismo col sorriso
Le leggi razziali non le ha scritte Hitler. Le ha firmate l’Italia dei salotti.
Il Re le ha approvate. Gli accademici le hanno difese. I giornali le hanno giustificate. Un intero popolo che, pur sapendo, ha guardato altrove.
Studenti cacciati. Professori umiliati. Negozi ebraici chiusi. Professionisti radiati. Poi deportati. Poi uccisi.
E gli italiani? Aperitivi. Processioni. Famiglie al mare.
Francia, 1942. L’aristocrazia della vergogna
Velodromo d’Hiver. Parigi.
La polizia francese raduna oltre 13.000 ebrei, 4.000 sono bambini.
Li chiude lì, senza acqua né cibo. Poi li carica sui treni per Auschwitz.
Non fu un ordine tedesco. Fu Vichy. Fu la Francia stessa.
Quel Paese illuminato, colto, repubblicano. Li ha rastrellati uno a uno.
Con precisione. Con efficienza. Con “civiltà”. Il male elegante di oggi
Oggi non ti dicono “morte agli ebrei”. Ti dicono: “Israele esagera”.
Non dicono: “sono terroristi”. Dicono: “sono resistenti”.
Usano parole come “genocidio” per attaccare chi si difende.
E mai, mai, per condannare chi ha cominciato.
Mai per Hamas. Mai per Hezbollah. Mai per chi manda un ragazzino a farsi esplodere.
Il tutto con toni misurati, podcast eleganti, articoli pieni di “sfumature”.
Sono quelli che dicono “non sono antisemita, ma…” E poi vengono fuori col solito ritornello: “Gli ebrei comandano tutto”. “Ora fanno agli altri ciò che hanno subito”. “La Shoah non può giustificare l’occupazione”. E giù odio, mascherato da diritto all’opinione.
La verità fa schifo. Ma va detta. Le grandi tragedie non le ha mai compiute il pazzo isolato. Le hanno fatte le società intere. I popoli interi. Con il consenso tiepido della “gente normale”. Con le mani pulite, e l’anima sporca.
Oggi come allora, il male non ha bisogno di mostri. Gli bastano gli indifferenti, i benpensanti, i moralisti a senso unico. E se non lo capiamo in tempo, succederà di nuovo.
Perché sta già succedendo.
Non sono un influenzer e ne sono fiero, sono un anonimo e questo è un TACCUINO RITROVATO
venerdì 10 ottobre 2025
giovedì 9 ottobre 2025
essere o non essere
Che io ci sia, risponda, non mi fa più vivo, mi fa solo più social: esisto ancora seppure in modo diverso e quando non ci sarò più se la scrittura è ancora fruibile qualcosa di me sarà restato. Con o senza interloquio la mia esistenza avrà un senso nonostante tutto. Io ci credo fermamente, è il motivo per cui al tramonto della mia vita sto lasciando visibili tutti i miei testi su TUTTI i miei blog: questa risposta vale per chiunque passi da qui e legga.
Se in questi anni a seguito dei miei post ci fosse stato un vero interloquio, commenti che mi avessero dato l’opportunità di sviluppare un discorso più ampio centrato sullo scritto allora sarei rimasto, avrei avuto uno stimolo in più. Ma così il discorso è da ritenersi chiuso.
La scrittura resta, i mei sogni restano, la mia vita non muta per i desideri superficiali di altri, Enzo è vivo nel suo intelletto e nelle cose che scrive. Che sia letto, accettato, conta meno. Lasciare una traccia di me era importante.
L’unicità è un grande pregio, non deve diventare arroganza ( il rischio è alto); chi scrive qui è un campione di imperfezioni vi assicuro e ci convivo.
Scrivo da sempre, mi viene facile e naturale fin dai tempi delle elementari e poi via via negli anni della giovinezza e della maturità; ho usato sempre la scrittura nei contatti che stimavo importanti della mia vita. Scrivo per non dimenticare e non farmi dimenticare, scrivo per capire ( innanzitutto me stesso), se capisco comunico altrimenti mi chiudo. Ma non c’è solo questo: scrivo perchè mi piace e MI PIACCIO! Non serve mascherare il lato edonistico e narcisistico della mia presenza qui: non mi fa ombra confessarlo.
mercoledì 8 ottobre 2025
Webrunner-
Più di 20 anni in rete e centinaia di post, altrettanti incontri e molte questioni irrisolte: questa è stata finora la mia vita qui. Mi ha deluso e mi avete deluso! Poca vera comunicazione, paletti ovunque, equivoci a gogò. Pretendo troppo? Non credo, volevo solo un minimo di educazione se poi ci fosse anche cultura sarebbe perfetto. Questo è un blog "finito" e in se concluso, i testi sono tutti programmati, molti di essi risalgono a decenni fa in era pre-web: ho scelto un vecchio e amatissimo template, centinaia di immagini ed ho provato a giocare seriamente come molto tempo fa. Questo spazio è solo una traccia del mio passaggio nell'ambiente virtuale, non chiede nulla e nulla cerca.
martedì 7 ottobre 2025
Fratelli solo a parole
Libano, Siria, Giordania: i rifugiati palestinesi vivono da decenni ai margini, esclusi da diritti, lavoro e cittadinanza. Eppure gli stessi Paesi che li discriminano accusano Israele di apartheid.
Da oltre 75 anni i rifugiati palestinesi sono i fantasmi del mondo arabo: invisibili nei diritti, segregati nei campi, evocati solo quando servono a puntare il dito contro Israele. È la grande ipocrisia della regione: mentre a Gaza si urla al "genocidio", in Libano, Siria e Giordania, la popolazione palestinese è trattata come un corpo estraneo, utile solo per la propaganda.
Eppure, nei talk show e alle Nazioni Unite, quei Paesi arabi che li umiliano si dichiarano ancora "fratelli" del popolo palestinese.
Ma i numeri e i documenti raccontano una storia diversa: quella di intere generazioni senza cittadinanza, senza diritti politici, senza futuro.
Libano: la segregazione legalizzata
In Libano vivono circa 210.000 palestinesi, secondo i dati ufficiali dell’UNRWA. Una cifra in calo, ma che ancora oggi rappresenta un pezzo importante della popolazione (circa il 5%). Eppure, i palestinesi non hanno:
diritto alla cittadinanza;
accesso a oltre 30 professioni regolamentate, tra cui medicina, ingegneria, diritto;
diritto alla proprietà privata: non possono acquistare una casa o un terreno.
Vivono confinati in 12 campi profughi ufficiali, come Shatila e Ain al-Hilweh, veri ghetti senza infrastrutture adeguate, gestiti autonomamente con le armi. Il Libano li ha volutamente esclusi da ogni integrazione per "preservare il diritto al ritorno", che suona sempre più come una scusa per mantenerli in un limbo sociale.
Fonti:
UNRWA - https://www.unrwa.org/where-we-work/lebanon
Human Rights Watch: "Second Class: Discrimination Against Palestinian Refugees in Lebanon", 2019.
Siria: tra guerra e doppi standard prima della guerra civile, in Siria vivevano circa 560.000 palestinesi, oggi drasticamente ridotti a meno di 438.000 secondo l’UNRWA. A differenza del Libano, la Siria aveva concesso accesso all’istruzione, sanità e impiego pubblico, ma sempre con lo status di "rifugiato ospite".
Ma il disastro arriva con la guerra: il campo profughi di Yarmouk, alla periferia di Damasco, è diventato un campo di battaglia tra regime, ribelli e ISIS. Yarmouk, che era un vero quartiere vivo e produttivo, è stato raso al suolo. Gli stessi "fratelli arabi" hanno bombardato e affamato i palestinesi siriani senza che nessuna piazza araba si sollevasse.
UNRWA - https://www.unrwa.org/where-we-work/syria
BBC: "Yarmouk: The Palestinian refugee camp devastated by Syria's war", 2018.
Giordania: cittadini a metà. La Giordania è l’unico Paese ad aver concesso la cittadinanza giordana alla maggior parte dei palestinesi. Tuttavia, non tutti sono uguali:
I rifugiati provenienti da Gaza, che non hanno legami familiari in Cisgiordania, restano apolidi e privi di pieni diritti civili.
Inoltre, il passaporto giordano può essere revocato arbitrariamente, come strumento di pressione politica.
Nei campi come Baqqa e Jerash, la vita è fatta di precarietà, povertà e discriminazione sociale. L’integrazione completa è sempre stata frenata dal timore che i palestinesi potessero rivendicare un peso politico destabilizzante per la monarchia hashemita.
Fonti:
UNRWA - https://www.unrwa.org/where-we-work/jordan
Amnesty International: "Jordan: Stateless Again", 2010.
Il paradosso: apartheid arabo, silenzio globale
In sintesi:
Paese Cittadinanza Restrizioni Condizioni Libano NO Professioni, proprietà Segregazione totale Siria NO Status di rifugiati Guerra e distruzione Giordania Parziale Passaporti revocabili, apolidi di Gaza Povertà e discriminazione.
Eppure, nelle piazze europee e nelle aule dell’ONU, il dito è sempre puntato su Israele. Il termine "apartheid" scivola con facilità quando si parla di Gerusalemme, ma diventa impronunciabile di fronte ai campi di Shatila o ai fantasmi di Yarmouk.
Perché la verità è che ai regimi arabi fa comodo che i palestinesi restino rifugiati. Serve a tenere aperta la ferita politica, a impedire che il tempo normalizzi i rapporti con Israele, a giustificare dittature e populismi.
Chi parla di "genocidio" e di "apartheid israeliano" dovrebbe prima farsi un giro nei campi profughi arabi, dove la fratellanza si è fermata ai proclami e il diritto di cittadinanza è ancora una chimera. Ma per Francesca Albanese e per gli attivisti pro-Palestina, la dignità del palestinese vale solo se può essere usata contro Israele. Se a togliergli tutto è un "fratello arabo", allora non fa notizia.
Fonti:
UNRWA - https://www.unrwa.org
Human Rights Watch - Second Class: Discrimination Against Palestinian Refugees in Lebanon
BBC - Yarmouk: The Palestinian refugee camp devastated by Syria's war
Amnesty International - Jordan: Stateless Again
lunedì 6 ottobre 2025
IL VERO POTERE
C’è un pezzo d’Italia che non si elegge nelle urne, non si vota nei parlamenti, non passa mai dalle piazze. Vive altrove: nelle università e negli studi televisivi. È lì che, tra gli anni ’90 e i primi 2000, la sinistra italiana ha esercitato il suo vero potere: non nel Governo, ma nel plasmare il discorso pubblico.
Una macchina lenta, metodica, invisibile ai più. Ma oggi, guardando indietro, i tasselli si compongono: cattedre universitarie distribuite come bottino, palinsesti televisivi lottizzati con chirurgia politica, concorsi e nomine che hanno garantito per decenni una filiera ideologica rossa.
L’università come roccaforte
I governi di centrosinistra – Prodi nel 1996, D’Alema nel 1998, Amato nel 2000 – non hanno inventato i baroni universitari. Ma hanno saputo usare i baronati come strumento politico. Le facoltà di filosofia, sociologia, scienze politiche, storia contemporanea erano già il cuore pulsante della sinistra accademica. Negli anni a cavallo del 2000 diventano fortezze ideologiche blindate.
I concorsi, ufficialmente pubblici, erano nella sostanza ritagliati su misura: bandi scritti con requisiti così specifici da coincidere con il curriculum del candidato “giusto”. Dentro, entrava chi apparteneva alla rete; fuori, restava chi non aveva santi in paradiso.
Il risultato? Generazioni di docenti formati a immagine e somiglianza di un pensiero unico: l’anti-liberismo di facciata, la fascinazione per Gramsci, il mito del terzomondismo. In cattedra finivano gli allievi dei maestri della sinistra universitaria, perpetuando il ciclo.
La televisione, fabbrica del consenso
Parallelamente, un’altra trincea veniva occupata: la RAI. Con i governi dell’Ulivo (1996-2001), la lottizzazione culturale diventò scienza. Le direzioni di rete, i palinsesti di Rai3, i talk show politici: ogni casella aveva il suo uomo “giusto”.
Dal 2006 al 2008, con Prodi II, il meccanismo riprese fiato: nuovi conduttori, giornalisti e opinionisti dichiaratamente progressisti conquistarono spazi in prima e seconda serata. Talk show cuciti addosso a una narrazione: la sinistra come argine morale, la destra come anomalia, chiunque fuori da quel recinto come “pericoloso”.
E quando la sinistra non governava? Bastava la leva culturale. Rai3 rimaneva presidio stabile, i telegiornali mantenevano direttori vicini al centrosinistra, i programmi di approfondimento continuavano a filtrare il dibattito secondo la lente “progressista”.
Gli anni chiave
Tre stagioni segnano la costruzione di questa egemonia:
1996-2001: l’Ulivo inaugura la stagione delle nomine sistematiche, sia nell’università che in televisione.
2006-2008: il secondo governo Prodi riprende in mano il timone e consolida posizioni, soprattutto nella RAI.
2013-2018: i governi Letta, Renzi e Gentiloni, in piena epoca di crisi della politica tradizionale, mantengono la rete accademico-mediatica ormai collaudata.
Sono anni in cui la sinistra perde consenso nelle urne, ma conquista casematte culturali destinate a durare molto più a lungo dei governi.
Meccanismo di cooptazione
La strategia non era complessa, ma implacabile:
Università: concorsi pilotati, nepotismo mascherato, filiere di allievi cresciuti all’ombra dei baroni.
Televisione: nomine fiduciarie, spartizione dei vertici, palinsesti allineati.
Così, mentre la politica litigava nelle aule parlamentari, la sinistra costruiva una rete invisibile, capace di formare studenti e plasmare spettatori. Due canali paralleli, ma con lo stesso esito: generare consenso culturale e delegittimare le idee alternative.
La lunga coda dell’egemonia
Oggi, quando si parla di “pensiero unico”, non si fa retorica. È il frutto di quelle stagioni. Non è un caso se le università italiane restano dominate da un orientamento progressista che filtra la ricerca e condiziona le carriere. Non è un caso se la televisione pubblica – pur con governi di colore diverso – mantiene un DNA di sinistra in molte delle sue produzioni culturali.
La destra, al potere più volte negli ultimi trent’anni, non ha mai avuto la stessa perizia nel colonizzare l’accademia e i media. Ha preferito la battaglia immediata, senza capire che la partita vera si giocava altrove.
In sintesi
Mentre l’Italia cambiava governi, i posti veri venivano occupati in silenzio. Cattedre, concorsi, palinsesti: così la sinistra ha costruito la sua egemonia, molto più resistente dei suoi cicli di governo.
La politica si vince nelle urne, ma la cultura si vince con la permanenza: un docente che resta quarant’anni, un conduttore che plasma generazioni di spettatori.
È in queste posizioni che si decide cosa diventa senso comune e cosa invece viene bollato come estremismo.
Il resto è cronaca. Questa è stata strategia.
sabato 4 ottobre 2025
Il pensiero visibile
Perduto nell'oceano immenso della rete. Senza coordinate conosciute nessuno entrerà mai qui. Il blog resterà sconosciuto per sempre a meno che io non faccia il gesto abituale di commentare da voi: facciamo tutti così, commento quindi esisto, ma io esisto anche senza commenti!
Se non commento non saprete mai della mia esistenza e se non lo faccio con continuità nessuno di voi tornerà mai più qui da me!
Tra un certo numero di anni forse la situazione cambierà: i testi potranno scorrere liberi, sarebbe così bello e liberatorio.
Ma sono convinto che quando questi testi saranno visibili non è certo che i blog esisteranno ancora. Però mi piacerebbe fosse ancora possibile leggermi...voi riuscite ad immaginare un paradigma migliore dell'eternità della scrittura?
venerdì 3 ottobre 2025
IN DITTATURA
Se non sei mai vissuto in una dittatura, non puoi capire. Ma puoi urlare. Senza paura.
Chi ha vissuto la dittatura, non urla. Conta i respiri.
C’è chi oggi si indigna per “l’autoritarismo”, la “censura”, il “fascismo strisciante” – e lo fa da uno smartphone da 1000 euro, sotto la protezione dell’articolo 21.
Urla, manifesta, insulta, scrive striscioni.
Libero.
Poi c’è chi una dittatura l’ha vissuta. E no, non fa rumore.
Parla piano, guarda attorno.
Controlla chi ascolta prima di dire cosa pensa.
Perché chi è nato sotto un regime ha imparato che la libertà non è un diritto, è un’eccezione.
E che la verità non è pubblica, è clandestina.
La differenza tra chi può e chi sa.
Chi non ha mai visto i parenti sparire nel nulla.
Chi non ha mai sentito bussare alle 4 del mattino.
Chi non ha mai dovuto imparare a memoria cosa dire, cosa non dire, cosa negare.
Non può capire.
Ma può urlare.
Sì, può dire tutto quello che vuole.
Può chiamare “fascista” chi difende lo Stato di diritto.
Può paragonare Israele alla Germania nazista.
Può dire che Zelensky è peggio di Putin.
Può scrivere che “resistere è un diritto”, anche se chi resiste lancia razzi da scuole e ospedali.
Ma sai qual è il problema?
Che grida come se fosse oppresso, mentre usa la libertà che altri hanno pagato.
Si crede coraggioso perché urla contro democrazie imperfette.
Ma non fiata contro gli Ayatollah, contro Assad, contro Hamas, contro Putin.
Non fiata perché in fondo non è coraggioso, è comodo.
E codardo.
Perché in una dittatura vera, di quelle vere, dove il dissenso si paga con la pelle, lui non direbbe una parola.
E allora ascolta chi l’ha vissuta davvero.
Ascolta chi ha visto i campi in Corea del Nord.
Chi ha imparato a scrivere poesie in codice nei gulag sovietici.
Chi ha cantato la libertà nel sottosuolo iraniano.
Chi è scappato da Gaza non per “l’occupazione”, ma perché Hamas lo voleva morto.
Ascoltali.
Non parlano per fare carriera.
Parlano perché non possono dimenticare.
Se non hai mai vissuto in una dittatura, non puoi capire. Ma puoi scegliere:
O stai zitto e ringrazi chi ha costruito la libertà in cui vivi.
O urli – ma almeno urla contro chi la libertà la nega davvero.
Non è questione di essere di destra o di sinistra.
È questione di essere svegli.
E se non riesci a vedere la differenza tra chi ti lascia parlare e chi ti farebbe sparire…
…non sei ribelle.
Sei solo utile a chi comanda nel buio.
giovedì 2 ottobre 2025
un solitario senza speranza
Rispondere a tono alle vostre argomentazioni però è un piacere e non me privo. Credo che vi siano treni che passano una sola volta nella vita, in genere li perdiamo (io ne ho persi molti), in genere lo capiamo dopo quando tutto è inutile e resta solo il rimpianto. Tuttavia vivere si deve, cercare è vita, senza ricerca si è solo amebe senza senso. Se fate parte di quel gruppo di persone che non si arrendono alla comodità di vivere nella tendenza facile e condivisa di certa quotidianità: se si ha carattere si sceglie con quel carattere! La scelta isola? Non viene compresa? Spesso è così… si parla delle ragioni del cuore e ciò è vero ma funziona, solo se i cuori parlano lingue simili, dipende come sempre dagli interlocutori e dal loro grado di intuito (non dalla loro cultura in senso stretto). Si nasce aperti ma si può morire chiusi, molti preferiscono darsi un’apparenza di apertura posticcia che incredibilmente funziona in società, nel web ancora meglio perché si canta la stessa canzone di felicità tutti assieme, tutti meravigliosamente ipnotizzati e falsi. Io non ho niente da insegnare a nessuno, sono un solitario senza speranza che ha avuto la felicità fra le mani per un breve istante molto tempo fa e non lo ha mai dimenticato per sopravvivere anche alla mediocrità di se stesso. Il mio scrivere fa parte di tale modo di vivere ma il prezzo pagato, in tutti i sensi, è altissimo. Vorrei fosse diverso per voi… Camilleri diceva “Pare fatta di un nulla la felicità. Come quelle farfalle che prendi per le ali e poi lasci andare e sulle dita ti resta una polvere d’oro. Attenzione, perché la felicità a volte vi è passata accanto e non ve ne siete accorti”. Se vi è capitato stringetela forte la vostra felicità e ricordatela per sempre, non ci resta poi molto altro.
C'è una differenza importante tra una pagina virtuale e una cartacea: il contatto in tempo reale! Su un blog ciò che scrivi e commenti può avere un riscontro immediato. Non sono sicuro che sia sempre e comunque un fatto positivo perché condiziona lo scrittore a umori veloci e continui. Non sono e non voglio essere un opinionista, tantomeno un guru o un qualsiasi maestro del pensiero, atteggiamenti che non mi appartengono e mi farebbero sentire ridicolo, il web e i media sono pieni di inutili, ignoranti zucche vuote. L'unica cosa che mi sento di dire che, qualunque sia il supporto, bisogna scrivere con sincerità e sempre al meglio delle proprie capacità. Si deve dare il massimo sintatticamente e come qualità di lingua. La scrittura a differenza della parola orale ha una dignità superiore, va meditata da chi la offre e da chi ne usufruisce: se lo fai con onestà puoi pretendere rispetto altrimenti ti equipari quella ridicola letteratura da social usa e getta, buona solo per litigare e insultare... esattamente ciò che vediamo ogni giorno. In questo un blog può dare qualche soddisfazione in più ma pretende misura, cultura, intuizione e ascolto. La stanza segreta è qui e adesso, è una storia iniziata molto tempo fa. E’ l’attimo in cui arrivi a quella comprensione che ti sfugge da sempre. E’ un legame profondo, irrinunciabile, uno scrivere e pensare da lontano con una vicinanza intellettuale rara. La stanza è un simulacro dell’illusione di poter condividere ma è anche la definitiva sconfitta di un sogno leggero e invidiabile. Era risaputo, era scontato che l’apertura della porta avrebbe portato con sé una sospensione infinita di questo spazio. La preda si libererà dall’amo con uno strattone e libererà finalmente anche me: un segno di affetto profondo. Io non ho rimpianti, stare qui mi è piaciuto davvero, condividere anche i disaccordi o le reprimende ancora di più. Ma vi sono cose che non è possibile raccontare, forse solo intuire.
mercoledì 1 ottobre 2025
La scrittura
Il maggiore pericolo che si corre nell'affrontare l’argomento “scrittura” su un articolo di un blog sconosciuto, da perfetto sconosciuto ( siamo tutti così), è quello di apparire saccente. Invece io vorrei dire alcune cose da lettore e basta: certo un lettore con una certa pratica di scrittura e molti anni di rete sulle spalle. La scrittura è comunicazione a parer mio, trasmissione di concetti, esperienze, emozioni. Non c'è modo più elevato di conservare la propria traccia esistenziale nel tempo della scrittura. L'esercizio "libero", come quello esercitato qui per esempio, è importante certo ma poi entrano in gioco altri fattori e non sempre essi sono quantificabili e prevedibili. Dipende per es. dalla cultura personale di chi scrive e di chi legge, dall'abitudine alla lettura di qualcosa che superi le tre righe dei social. Ma la scrittura, a qualsiasi genere letterario si rivolga, è soprattutto una liberazione per chi la produce e un'avventura per chi ne usufruisce. Non c'è una cifra stilistica sempre uguale da riferimento, vi sono testi che pur essenziali e nudi entrano dentro immediatamente, altri ben costruiti e "nobili" che restano irrimediabilmente fuori. Quello che mi da più fastidio nei testi che affronto da lettore è la forzata e snobistica presunzione di voler essere a tutti i costi "di tendenza", di volersi inserire in una cerchia ristretta da elite culturale….pur di raggiungere questo scopo ho letto testi inguardabili, astrusi, fumosi e pieni di spocchia salutati con grandi applausi da una cerchia ristretta di aficionados di quel blogger. Il web è pieno di esempi simili, all’inverso testi bellissimi, luminosi e originali fanno la muffa in certi blog dove trovare un commento e un lettore è una rarità. D’altronde nella letteratura ufficiale conosciamo esempi perfetti di scrittori o poeti quasi sconosciuti che hanno lasciato una traccia indelebile nell’animo del lettore pur senza avere nulla delle cose che oggi fanno un caso letterario di un libro. Ci sono decine di titoli in libreria che hanno come autori il politico di turno, l’attore, l’attrice, l’anchorman, il giornalista che improvvisamente vengono omologati al rango di scrittori ma ne sono lontanissimi. Un libro se è buono entra, ti obbliga a riflettere. E ti porta via.
Si scrive per l'altro, per gli altri ma soprattutto è l'altro che ci abita che scrive. Non illudiamoci che le nostre scritture possano rappresentarci. Esse sono aliene, sono lo specchio infranto di ciò che non siamo più. Quante volte - ti sarà capitato - hai ripreso in mano delle pagine scritte anni addietro e ti sei stupito di quello che scrivevi. Ora non lo avresti nè pensato nè scritto. La scrittura provoca questa alterità: in sè e per sè. Platone scrive nel "Fedro" che la scrittura travisa, inganna. Ma è il primo discepolo di Socrate - morto per non aver scritto nulla, e ancora oggi nessuno ci ha sufficientemente spiegato perchè il non scrivere sia stato più efficace dell'averlo fatto - a utilizzare la scrittura per mettere, in forma dialogica, in rilievo la necessità della testimonianza non solo orale. Si scrive nel blog perchè non c'è una motivazione reale che lo imponga. Non è un riempire un vuoto. Si scrive perchè è necessario farlo. Come cibarsi. Non ti nutri perchè hai solo fame. Lo fai per non morire. E per non morire, si scrive. La scrittura preserva dalla fine. Forse è la presa di coscienza del nostro essere transeunti.
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