Gli slogan nascono come colpi di tamburo. Devono scuotere, polarizzare, imporre un nuovo lessico. È così che Bruxelles ha lanciato il Green Deal: il piano epocale che avrebbe dovuto trasformare l’Europa in un paradiso verde. Ed è lo stesso meccanismo che oggi anima certi ambienti accademici e attivisti quando ripetono il mantra dello “smantellare la bianchezza”. Due piani diversi – ecologia e razza – ma lo stesso vizio d’origine: la politica ridotta a marketing culturale, parole d’ordine in grado di dettare l’agenda. Finché dura.
Perché dura poco.
Il Green Deal, salutato come la rivoluzione del secolo, è già in fase di retromarcia. Auto elettriche rinviate, case green ammorbidite, agricoltori esasperati che bloccano le strade con i trattori. La transizione doveva essere inevitabile, “non c’è alternativa”. Ora, invece, ogni governo si inventa eccezioni, deroghe, sconti. Gli stessi che fino a ieri accusavano chiunque di “negazionismo climatico” oggi cercano voti nelle campagne, promettendo che il gasolio non si tocca.
Sul fronte opposto, quello della teoria sociale, il motto dello “smantellare la bianchezza” si muove nella stessa logica: un colpo di lessico che diventa marchio. Non più “antirazzismo” – parola troppo generica e già masticata – ma un linguaggio più duro, che parla di decostruire strutture invisibili, privilegio, supremazia. Nelle università americane è diventato workshop, corso obbligatorio, training aziendale. Un’etichetta che segna chi sei: se non lo adotti, sei complice del sistema.
Ma anche qui la realtà non resta a guardare. L’onda ideologica trova subito lo scoglio: genitori che protestano perché i figli a scuola vengono accusati di “essere bianchi” come colpa genetica; aziende che mollano programmi di diversity perché costosi e divisivi; istituzioni che temono di alimentare tensioni invece di scioglierle. Prima l’esaltazione, poi il logorio, infine la marcia indietro. Identico copione.
Il meccanismo è chiaro:
Fase uno: il lancio. Uno slogan forte, emozionale, che sposta la discussione e crea un nuovo campo semantico.
Fase due: l’adozione. Politici, accademici, media lo ripetono a ciclo continuo, trasformandolo in doxa: il linguaggio obbligato del “bene”.
Fase tre: la resistenza. I costi emergono. Economici nel caso del Green Deal, sociali e culturali nel caso della whiteness.
Fase quattro: la correzione. Retromarcia, distinguo, compromessi. Non si rinnega lo slogan, ma lo si svuota.
Il punto è che questi slogan nascono come strumenti di moral shaming: non spiegano, non discutono, ti incastrano. O sei dentro, o sei fuori. O sei “green”, o sei “negazionista”. O sei per “smantellare la bianchezza”, o sei razzista. Una semplificazione brutale che serve a legittimare chi la lancia e a zittire chi non si piega.
Ma il tempo fa giustizia. Il Green Deal, calato dall’alto su un’Europa già in crisi energetica, non ha retto all’urto del reale: bollette alle stelle, filiere agricole in ginocchio, industria automobilistica sull’orlo del collasso. La whiteness theory, trapiantata dall’accademia militante ai programmi scolastici e aziendali, non regge all’urto della vita quotidiana: famiglie divise, minoranze che non si riconoscono in questo linguaggio, tensioni identitarie moltiplicate.
In entrambi i casi, la promessa iniziale – giustizia climatica, giustizia sociale – si scontra con il sospetto di nuovo dogmatismo. Perché al fondo non c’è la volontà di costruire, ma di demolire. “Smantellare”: parola chiave. Smantellare l’industria in nome del clima. Smantellare l’identità in nome dell’inclusione. Smantellare, sempre, anche quando non c’è un piano concreto di ricostruzione.
E così l’ideologia diventa boomerang. Il contadino che non arriva a fine mese vede nel Green Deal non una salvezza ma un cappio. Lo studente che si sente etichettato per il colore della pelle non percepisce emancipazione ma stigma rovesciato. E i governi, come sempre, si adeguano: fanno marcia indietro, annacquano, rinviano.
La morale è amara ma chiara: gli slogan non bastano. Non si governa la realtà con i mantra. Smantellare la bianchezza? Smantellare l’Europa fossile? Belle frasi da conferenza stampa. Poi arrivano i costi, i conflitti, la fatica. E allora la stessa politica che ieri gridava “inevitabile!” oggi sussurra “forse non subito…”.
È la politica degli slogan che crollano. Un teatro in cui le parole corrono veloci, i manifesti si appendono in fretta, ma i nodi tornano al pettine. Sempre.
Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 1492...
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