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UN TEMPO LONTANO

C’era un tempo in cui la sinistra si presentava come avanguardia culturale, intellettuale, emancipatrice. Oggi, in pieno scontro geopolitico, la sua immagine è capovolta: non più il faro del pensiero critico, ma la caricatura di sé stessa. Un miscuglio di populismo urlato e fanatismo ideologico, che non costruisce alternative ma smonta ogni complessità con slogan da corteo e indignazione a comando. Il populismo in salsa “progressista” Populismo di destra e populismo di sinistra hanno la stessa radice: la divisione manichea tra un “popolo puro” e un’“élite corrotta”. Ma la sinistra di oggi ha perfezionato l’arte della semplificazione. Non si limita a denunciare diseguaglianze, le trasforma in narrazione totale: ogni problema è colpa della “casta”, del “neoliberismo”, dell’Occidente. Così, nei cortei e nei talk show, il linguaggio è identico a quello dei demagoghi che un tempo detestava: “il 99% contro l’1%”, “noi contro loro”, “il popolo contro i padroni”. Nessuna analisi economica, nessuna proposta strutturata: solo etichette e nemici simbolici. In un contesto globale fatto di guerre ibride, terrorismo, manipolazioni mediatiche, questo schema diventa benzina sul fuoco. Il fanatismo che divora il pensiero Accanto al populismo c’è il fanatismo. La sinistra non si limita più a interpretare il mondo, pretende di imporre una sola verità morale. Chi non la condivide diventa fascista, reazionario, servo dell’imperialismo. Non esiste più il confronto: esiste solo la scomunica. E qui sta il salto di qualità negativo: il fanatismo di sinistra oggi giustifica regimi e movimenti che incarnano tutto ciò che un tempo avrebbe combattuto. Perché? Perché “anti-occidentali”. Si può chiudere un occhio sulle prigioni iraniane, sulle repressioni cubane, sui massacri di Hamas: tanto basta essere contro Washington e Bruxelles per guadagnarsi indulgenza plenaria. La geopolitica come campo minato Nel mezzo di un conflitto globale, con Israele sotto attacco, con la Russia che smonta l’ordine europeo, con la Cina che insidia i mercati e con l’Iran che finanzia reti terroristiche, la sinistra occidentale cosa fa? Si aggrappa a slogan stantii. Su Israele: urla “apartheid” ignorando il 7 ottobre, le vittime civili, gli ostaggi. Su Gaza: dimentica che l’Egitto chiude i confini, che Hamas usa i civili come scudi, che i miliardi di aiuti evaporano nei tunnel. Su Mosca: condanna tiepida, spesso accompagnata dal “ma anche la NATO…”. Su Teheran: silenzio totale, come se l’impiccagione di dissidenti fosse folklore locale. Il risultato è devastante: una narrazione a senso unico che indebolisce l’Occidente e regala legittimazione ai suoi nemici. Populismo da talk show Accendete un talk politico e il copione è identico: politici e opinionisti di sinistra brandiscono parole come spade, senza costi né responsabilità. “Tagliamo le spese militari”, “apriamo i porti”, “stop alle sanzioni”. Tutto pronunciato come se vivessimo in un mondo neutro, senza Putin, senza Xi, senza terrorismo islamista. È populismo puro: promesse facili, soluzioni impossibili. Non si governa più con la realtà, ma con il sogno urlato a beneficio del pubblico. Il resto lo fanno i social. In piena guerra informativa, la sinistra diventa il megafono inconsapevole delle campagne straniere. Dai meme pro-Hamas agli hashtag contro Israele, dalle campagne anti-NATO ai thread che ripetono argomenti russi parola per parola. Tutto travestito da “coscienza critica”. Il fanatismo si esprime in modo binario: o sei con loro o sei un nemico. Nessuna sfumatura, nessun dubbio. Un pensiero che assomiglia sempre di più a quello che un tempo definivano “reazionario”. Così oggi la sinistra è diventata il volto elegante dell’ipocrisia. Difende i diritti, ma solo quando a calpestarli è l’Occidente. Difende i deboli, ma tace quando a massacrarli sono regimi amici. Predica la pace, ma applaude chi lancia razzi e rivendica attentati. È il paradosso del nostro tempo: chi doveva rappresentare la razionalità critica si è trasformato nella fabbrica di giustificazioni ideologiche per chi combatte l’Occidente. Siamo in piena malattia terminale: la sinistra non è più l’alternativa al populismo: è diventata essa stessa populismo, condito da fanatismo morale. Non costruisce, ma distrugge. Non difende, ma distorce. Non cerca soluzioni, ma nemici. In un mondo attraversato da conflitti e manipolazioni, questa deriva non è solo una caricatura: è un pericolo. Perché indebolisce dall’interno, regalando ai veri avversari dell’Occidente – Russia, Cina, Iran, terrorismo islamista – la sponda perfetta. Il progressismo ridotto a slogan è la nuova malattia terminale della politica. E la sinistra, oggi, ne è il paziente zero.

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