Passa ai contenuti principali

Essere o non essere....Propal

C’è un filo che spegne la retorica e manda in corto circuito i professionisti della propaganda. Non serve alzare la voce, basta infilare i fatti come coltelli. Quindici verità, tutte blindate da rapporti, dati e testimonianze, che da sole demoliscono la favola della “resistenza romantica”. La prima è la più scomoda: 7 ottobre. Non una battaglia, ma stupri, rapimenti, famiglie bruciate vive. L’ONU l’ha messo nero su bianco (A/HRC/55/CRP.3), la Croce Rossa lo conferma, la stampa internazionale lo ha raccontato. Ogni volta che lo ricordi, il castello crolla. Poi c’è la questione dei miliardi di aiuti. Non pane, non ospedali, ma cemento e razzi. La Banca Mondiale e gli stessi report europei certificano i flussi. Gaza avrebbe potuto diventare Singapore, è diventata una casamatta di tunnel. Il terzo colpo è comparativo: Sudan, Yemen, Congo. Milioni di morti ignorati. Crisi umanitarie più grandi, con meno telecamere. L’ONU (UN OCHA, IPC Famine) li registra, ma non scaldano piazze né cortei. Il quarto è interno: clan e matrimoni consanguinei. A Gaza e Cisgiordania i tassi sono altissimi (Lancet, WHO). Malattie genetiche diffuse. Ma chi racconta questa realtà preferisce parlare solo di “apartheid”. Il quinto è geopolitico: Rafah chiusa dall’Egitto. Non da Israele, dall’Egitto. Reuters, Al Jazeera, dichiarazioni del Cairo. Ma chi indossa la kefiah guarda altrove: criticare i Paesi arabi non conviene. Il sesto è crudele: esecuzioni sommarie. Hamas ha giustiziato palestinesi accusati di collaborare. Human Rights Watch e Amnesty hanno documentato tutto. Il sangue palestinese versato da palestinesi non fa indignare nessuno. Settimo: leader milionari in Qatar. Haniyeh vive a Doha in villa con piscina. Reuters, Times of Israel, Doha News. Intanto la popolazione viene sacrificata. Ottavo: scuole e tunnel. UNRWA ha ammesso il ritrovamento di infrastrutture sotterranee sotto le sue strutture (2017, 2021). Ma la narrativa rimane: Israele colpisce scuole. Nono: diritti delle donne cancellati. Hamas impone velo, limita libertà, permette matrimoni forzati. HRW, UN Women lo denunciano. Eppure nessuna marcia femminista si mobilita. Decimo: ostaggi. Bambini e anziani ancora nelle mani di Hamas. La Croce Rossa parla chiaro. Ma nei cortei per la “pace” non se ne parla. Undicesimo: lavoratori palestinesi in Israele. Decine di migliaia di famiglie vivevano grazie ai salari guadagnati a Tel Aviv, non a Gaza City. Lo certificano la Banca Mondiale e il ministero del Lavoro israeliano. Dodicesimo: medici perseguitati. The Guardian, Haaretz, The Atlantic raccontano di sanitari minacciati da Hamas se denunciavano furti di farmaci. Non conviene dirlo, rompe la narrativa umanitaria. Tredicesimo: lusso nei bazar di Gaza. iPhone a 5.000 dollari, ristoranti pieni. Reportage del NYT, The Atlantic, Corriere. Mentre in piazza si urla alla carestia. Quattordicesimo: Paesi arabi che non li vogliono. Egitto e Giordania hanno detto no all’ingresso di profughi di Gaza. Dichiarazioni ufficiali raccolte da BBC e Al Monitor. Nessuno protesta contro di loro. Quindicesimo: propaganda con foto riciclate. Siria, Yemen, Iraq spacciate per Gaza. Reuters Fact Check, AFP, BBC Verify lo hanno smontato più volte. Ma intanto la narrazione viaggia veloce, a prova di smentita. Conclusione Quindici fendenti, ognuno con fonte in mano. Non propaganda, ma cronaca. Non interpretazioni, ma dati. È questo che i propal non reggono: quando togli la patina ideologica e restano i fatti, la sceneggiata si sbriciola. Perché non c’è slogan che possa coprire una realtà tanto solida quanto scomoda.

Commenti

Post popolari in questo blog

L'ODIO IN GIACCA E CRAVATTA

Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 1492...

ROMANTICI -

Ci infrangiamo sulle parole, sui loro spigoli lasciamo i resti di innumerevoli naufragi. Navighiamo attorno ad un concetto antico, vorrei dire obsoleto, ma bene o male viene sempre fuori una parola, quella parola che tenta di raffigurare la tempesta e la passione, l’istinto del silenzio dopo una danza vorticosa, il senso di un’infinita rincorsa: romantico, romanticismo. Sono romantico? Siete romantici? Cosa siamo quando ci denudiamo e, in segreto, malediciamo il pudore di abbracciare il nostro cuore con la mente? Una nota può raggiungere il cielo anche se lo strumento sta nel fango e un essere umano ha il diritto di crederci almeno una volta nella vita. Scrivo con la percezione che non tutto vien fatto per nobili ideali ma non tutto nasce imbrattato dalla parte peggiore di noi… A volte torniamo ad essere bellissimi.

L'OPPOSIZIONE IN ISRAELE

Yair Lapid, Leader dell’Opposizione in Israele. Ci sono due tipi di paesi che ora annunciano che riconosceranno uno stato palestinese: quelli che lo fanno contro di noi, come Irlanda e Spagna, e quelli che lo fanno perché pensano di essere dalla nostra parte, come Francia e Gran Bretagna, e certamente la Germania. Non sono sicuro di quale sia più fastidioso. Quelli che lo fanno apposta contro di noi, per motivi che sono facilmente identificabili come più di un accenno di antisemitismo, o quelli che credono – con non poca arroganza – di sapere meglio di noi cosa è meglio per noi. Il problema, ovviamente, non è che la Francia riconosca uno stato palestinese. Dopotutto, questo non farà sorgere lo stato. Il problema è che non si pongono le domande fondamentali: quali confini? Qual è la sua capitale? Quale leadership ha? Quale sistema di governo? È una democrazia? Supporta il diritto al ritorno? Ha gli strumenti per affrontare un tentativo di presa del potere da parte di Hamas nel momento ...