PCI, intellettuali e compagni che sbagliavano: sono la zona grigia che ha protetto il terrorismo.
In Italia ci sono parole che non si possono dire. Puoi dire “strage fascista” anche quando le prove non reggono, ma prova a dire “terrorismo comunista” e scatterà subito la difesa d’ufficio, il relativismo storico, la retorica della complessità.
Eppure, la storia parla chiaro e grida. Le Brigate Rosse non sono comparse all’improvviso, non sono state un virus alieno nella società italiana.
Sono nate, cresciute e si sono armate dentro l’ecosistema ideologico della sinistra radicale. Molti dei loro quadri venivano da ambienti universitari, sindacali, intellettuali dove il Partito Comunista Italiano aveva egemonia, influenza, controllo. Renato Curcio, Mario Moretti, Alberto Franceschini: nomi oggi scoloriti nei manuali, ma un tempo ospiti fissi dei collettivi, delle federazioni giovanili, delle redazioni militanti.
Prima del passamontagna, c’era la tessera, prima della clandestinità, c’erano le riunioni e nessuno può dire di non sapere.
Eppure, quando partì la lotta armata, il PCI scelse la linea del silenzio e del distacco apparente, nessuna condanna netta, nessuna presa di posizione brutale, solo una frase usata come scudo morale: “Compagni che sbagliano.”
Mentre le BR uccidevano magistrati, politici, poliziotti, il Partito Comunista faceva il gioco sporco dell’equidistanza: denunciava la violenza,
ma rifiutava di ammettere la matrice comunista del terrore rosso e intanto evitava di collaborare davvero con lo Stato nella repressione delle cellule.
Era questione di sopravvivenza politica. Se il PCI avesse ammesso che il terrorismo armato si era sviluppato all’interno del proprio bacino ideologico, avrebbe perso la verginità istituzionale.
E allora meglio fingere distanza, meglio parlare di “deviazioni”, meglio lasciare che fosse la DC, la polizia, i magistrati a sporcarsi le mani.
Nelle università, nelle redazioni, nei festival della cultura alternativa,
si continuava a simpatizzare, a giustificare, a non espellere.
Molti terroristi hanno trovato rifugio nei circoli della sinistra “pensante”, molti professori hanno insabbiato contatti, coperto fiancheggiatori, ridimensionato violenze. Il terrorismo rosso aveva la protezione morale dell’élite culturale.
E quella protezione è durata fino a oggi, sotto forma di oblio selettivo. Ma guai a dirlo, chi oggi prova a collegare le BR al comunismo viene accusato di revisionismo, fango, provocazione. Ma nessuno si scandalizza se ogni bomba nera viene ancora etichettata come “strage fascista” anche in assenza di sentenze definitive o responsabilità dirette. Due pesi, due misure. Una sola narrazione.
Le BR uccidevano in nome del socialismo, firmavano i volantini con la stella rossa. Citavano Mao, Lenin, il Che ma non c’è mai stata una “giornata della memoria per le vittime del comunismo italiano”.
Perché non si può dire, non si deve dire. E così il nostro Paese resta sospeso nella mezza memoria che è anche mezza verità.
E quindi mezza giustizia.
Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 1492...
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