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LA CRICCHETTA

C’è un’Italia che non appare nelle prime pagine, ma governa il sottobosco culturale, mediatico e degli eventi. È la “cricchetta”, come l’ha definita Riccardo Puglisi: un microclima di faccendieri della parola, opinionisti a gettone, organizzatori seriali di festival. Sempre gli stessi. Sempre lì. Protetti da un’autoreferenzialità che è insieme rete di potere e assicurazione sulla vita. La dinamica è semplice: chi è dentro non esce più. Chi è fuori non entra. I salotti culturali italiani funzionano come un club esclusivo, dove non si decide in base al merito o all’originalità delle idee, ma alla fedeltà di cordata. Risultato? Le stesse facce, gli stessi panel, gli stessi discorsi da quindici anni. Una liturgia noiosa che si finge “dibattito” ma è solo spartizione di territorio. La connotazione politica non è un mistero: l’imprinting è di sinistra. Una sinistra che non è più ideologica, ma identitaria, autoreferenziale, salottiera. Una sinistra che non rischia nulla perché non deve convincere nessuno: parla a sé stessa, si consola nei festival, si legittima nelle rassegne stampa. Con accanto, come sempre, la stampella dei “Buoni & Giusti™”, quell’area finto-centrista che recita il ruolo del controcanto ma in realtà tiene in piedi il carrozzone. Il danno non è solo estetico. Non è solo la noia di vedere sempre le stesse facce. È politico, nel senso più ampio: questo monopolio impoverisce il dibattito nazionale. L’Italia è un Paese che già fatica a confrontarsi con la realtà – dalla guerra all’economia, dall’Europa al Medio Oriente – e si ritrova filtrata da un’élite che parla tra sé e sé, che non sopporta l’aria nuova, che non tollera intrusioni. Chi prova a mettere il piede dentro viene respinto con il marchio dell’eretico, del “pericoloso”, del “non qualificato”. Non importa se porti dati, se porti competenza, se porti idee. Non sei della cricchetta, quindi sei fuori. E fuori resterai. La domanda allora diventa politica: come si scardina questo meccanismo? Puglisi usa una formula provocatoria: primarie per la cricchetta. Cioè, aprire il gioco, rompere il monopolio, introdurre una concorrenza vera nel sistema culturale italiano. Come? Spingendo nuove voci, pretendendo trasparenza nei criteri di selezione, boicottando la pigrizia intellettuale di chi organizza sempre gli stessi parterre. È un problema di democrazia, non solo di intrattenimento. Perché se cultura e informazione sono presidiate da un’oligarchia autoreferenziale, il Paese resta prigioniero di una bolla. Una bolla che non riflette il mondo, ma solo i suoi specchi. Il rischio è evidente: festival che non innovano, libri che non interrogano, giornali che non pungono. Tutto in funzione di autoprotezione. Tutto sotto il marchio di una sinistra stanca, che non si riconosce più nelle periferie ma solo nei circoli esclusivi. Il paradosso è che questo meccanismo si giustifica sempre con la scusa del “quieto vivere”. Tengono famiglia, non vogliono disturbare l’ordine costituito. Ma così facendo, condannano l’Italia a una stagnazione culturale infinita. È tempo di un ricambio. Non per moda, non per gioventù, ma per necessità. Perché se la cultura italiana resta in mano alla cricchetta, continueremo a raccontarci sempre la stessa storia: comoda, rassicurante, sterile. E un Paese che non osa più cambiare voce ha già perso il dibattito, prima ancora di iniziarlo.

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