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Esportazioni

Parte inevitabile la solita obiezione moralista: "Ma allora non abbiamo imparato nulla dall’Iraq e dall’Afghanistan? Esportare democrazia con la forza non funziona!" 

Bene, questa retorica è non solo sbagliata, ma profondamente disonesta. 
1) Israele non è l’Occidente, e non sta "esportando" nulla L’equiparazione tra Israele e le guerre occidentali in Medio Oriente è un falso storico. L’Occidente intervenne in Iraq e Afghanistan con ambizioni egemoniche, spinte da calcoli geopolitici e (in alcuni casi) da ingenuità ideologica. Israele, invece, non è un impero: è uno Stato sovrano circondato da entità che negano apertamente il suo diritto a esistere. Chi parla di "lezione dell’Iraq" dimentica che Israele non confina con la Svizzera o il Belgio, ma con Hezbollah, Hamas e un Iran che finanzia milizie per annientarlo. Non si tratta di "esportare democrazia", ma di sopravvivere. Se altri popoli oppressi dal fondamentalismo islamico (come le donne iraniane, i curdi o i baha’i) vedono in Israele un alleato, ben venga; ma anche se non lo facessero, la priorità di Israele rimarrebbe la propria sicurezza, non un’astratta "missione civilizzatrice". 
2) Israele è un Paese mediorientale, non un avamposto occidentale.  C’è una tendenza a proiettare su Israele narrazioni che non gli appartengono. Israele non è un’estensione degli USA o dell’Europa: è uno Stato mediorientale che agisce in un contesto mediorientale. Le sue scelte vanno lette attraverso la logica della regione, non con gli occhi di chi vive in Paesi al riparo da minacce esistenziali. 
3) La democrazia non si impone con la guerra, ma il relativismo non è la soluzione.  Criticare l’"esportazione della democrazia" in Iraq e Afghanistan è giusto, ma da lì a sostenere che nessun popolo sia pronto per la libertà il passo è lungo. Il problema non era la democrazia in sé, ma il modo in cui fu imposta: senza costruire istituzioni solide, senza coinvolgere le comunità locali, senza contrastare seriamente il fondamentalismo. Esempi positivi esistono: il Giappone del dopoguerra, la Corea del Sud, il Rojava (prima dell’abbandono internazionale) dimostrano che, se accompagnata da educazione e riforme strutturali, la transizione democratica è possibile. Il vero errore non è volere la fine delle teocrazie, ma credere che basti un intervento militare senza un progetto a lungo termine. 
E qui arriva il punto cruciale: il relativismo culturale che giustifica dittature e jihadismo in nome del "rispetto delle differenze" è una trappola mortale. Se i popoli mediorientali meritano libertà (e la meritano), allora dobbiamo smetterla di fingere che Hamas o gli ayatollah siano "espressioni culturali legittime". Sono regimi oppressivi, punto. Israele non sta facendo il gioco dell’Occidente: sta difendendo la propria esistenza in un contesto in cui la guerra è imposta, non scelta. Chi lo accusa di "imperialismo" dovrebbe spiegare perché, allora, nessuno protesta quando l’Iran arma milizie in mezzo mondo. La verità è semplice: per alcuni, gli ebrei non hanno mai il diritto di difendersi.

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