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PORTO PALO A CAVALLO DEL VENTO

Sta storia pi’ diri a verità, s’avissi a cuntari tutta in sicilianu comu tanti autri, ma fussi cosa longa e difficili ppi chiddi ca ‘un canusciunu u dialettu: piccatu, avissi ancora u ciavuru di mari e rosmarinu, di ventu e sabbia. Cuntintativi.”

C’è chi dice che esiste un limite a tutto, una sorta di misura che alla fine ci contiene e, forse, ci protegge; io riparto dal sud, io torno al sud, una latitudine infinitamente più meridionale di quella giornalmente raccontata dai media. Ricomincio da un’idea, sempre la stessa, da una sensazione complessa che abbraccia molte altre emozioni: per comprenderla è necessario amare il silenzio e la musica che vi si nasconde dentro, da quelle note sarà poi più semplice leggere l’intera partitura. Portopalo e appena più a nord del Capo delle correnti, un’area che si trova tutta sotto la latitudine di Tunisi in Africa, prendete una cartina geografica e guardate la zona più meridionale della Sicilia a sud di Di Siracusa… Portopalo è fuori da tutto e svanirà un istante dopo aver letto queste righe. Non c’è ragione perché vada diversamente, il mare, il vento… il sale sono cittadini ovunque, viaggiano ovunque. Il pantano Morchella, qualche chilometro prima del paese, non è altro che un pezzo di mare entrato nella terra, separato dalla costa da una stretta striscia di sabbia e rocce. L’acqua salata entra perché la terra e più bassa rispetto al livello del mare, una specie di Olanda sotto il sole africano; i salinari fanno passare il mare da una saja, un canale scavato a colpi di vanga, fino a alle vasche del pantano e aspettano. Sarà il sole far evaporare l’acqua quando il sale comincia ad addensarsi lo passano in un’altra vasca per concentrarlo di più e così via fino a quando il sale quagghia e loro lo raccolgono con le pale, neri e bruciati dal sole mentre bestemmiano e sembrano pazzi. Perché il sole li cuoce e il sale gli fa bruciare le carni. Questo è il motivo per cui nessuno vuol fare più il salinaro: i giovani sono altrove da tempo e i vecchi piuttosto che invecchiare nel sale preferiscono ‘ntrizzari cufini, intrecciare ceste con le foglie delle palme nane che crescono rigogliose da queste parti.
Ce ne sono anche sull’isola di Capo Passero che è là, in faccia alla tonnara; una volta c’era una strada che passava il mare e si poteva arrivare senza barca. I ruderi del forte che si trova sull’isola sono quelli della fortificazione fatta costruire dall’imperatore Carlo V per difendersi dalle scorrerie del pirata turco Mohamed Dragut: di lui è rimasto un nome deformato dal tempo e dalle leggende come queste rovine sull’isola, Mammatraju, il castigatore, l’uomo nero che le madri evocano per tenere a bada i ragazzini troppo turbolenti. Il forte fu distrutto dal turco e adesso c’è solo vento e gabbiani, però è bello starsene là sopra e pensare all’Africa, alla Grecia, a tutti i luoghi nascosti in quella striscia piccola piccola dove il mare e cielo si ‘ncucchianu. Tutti qua pensano di partire ma non succede mai, si diventa una cosa sola col blu del cielo e del mare, una tinta unica che tiene tutti chiusi al suo interno. La strada lungo la costa che conduce al piccolo borgo marinaro un tempo era punteggiata da case di pescatori dai colori delicati: azzurro, rosa, giallo paglierino e bianco: quando in Sicilia vivevano insieme cattolici, musulmani, greco ortodossi ed ebrei, questi colori servivano per indicare la religione di ogni famiglia, ma non contava quale Dio pregavi, serviva solo la tua abilità a tirare il pesce dal mare, a fare fruttare la terra o anche solo ad aggiustare le reti o fare ceste con le foglie della palma.
Dentro il paese non c’è nulla, in un giorno come questo di fine inverno non troveresti niente da ricordare guardandoti attorno, Portopalo non è un luogo turistico eppure possiede il più originale segnavento per campanile che io abbia mai visto: un pesce spada di latta. È una storia antica, terminata nel 1965, una storia di tonni e tonnare legata a una forma di pesca ormai estinta in tutta la Sicilia. Quando ancora si faceva la mattanza gli occhi di tutti stavano puntati sul segnavento, e quando il pesce spada si metteva sul grecale, allora voleva dire che era ora di parari la camera della morte perché i tonni entravano nella tonnara. Era uno spettacolo e tutto il paese aveva che fare da marzo ad agosto: preparare le reti, sistemare le barche e i magazzini, salare i pesci. Poi i tonni non vennero più: si disse che la colpa era dell’inquinamento marino, si disse poi che la responsabilità l’avevano i grossi pescherecci che calavano i consi in mare aperto e decimavano i branchi prima che arrivassero sotto costa. Il segnavento gira ancora, si accorda al vento, racconta storie che nessuno ha più voglia di ascoltare. Le vedo ancora benissimo volteggiare verso la battigia col suo eterno andirivieni, i miei occhi persi nel cielo: lo rivedo perfettamente mentre aspetto che il sole tramonti all’isola delle correnti. Si apre il sipario: c’è un gran cannistru di rosi e di ciuri, la notti s’apri e lujornu si chiuri.
Una alla volta spuntano tutte le stelle e il faro si accende e, se ti metti a cavallo della luce passi il mare e arrivi in Africa.

Io che campo all’acqua e al vento ci credo che un jornu giudica all’avutri e l’ultimo giudica a tutti, perché semo tutti ‘nsunnati, campiamo con la testa nell’aria e se casca il cielo non ce ne accorgiamo. Ma forse questo vogliono quelli che comandano, che dormiamo un sogno che duri tutta la vita; si scantanu che sennò…altri Vespri e altre rivoluzioni. E’ destino campari come auceddi e morriri comu passarieddi, senza che nessuno si nni adduna.

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