venerdì 12 giugno 2026

Aspettare notizie dalla Libia

Da qualche giorno sono in riva al mare e aspetto. Aspetto che parta una Flotilla per la Libia. Aspetto che si fermino i porti. Aspetto che inizino le proteste. Perché – ecco la notizia che, ovviamente, quasi nessuno sta dando – nel loro ritorno verso casa, alcuni “eroi” della Sumud Flotilla (quella che andava a Gaza, che “sfidava” Israele, quella che ha raccontato torture inesistenti, percosse immaginarie, violenze mai avvenute) sono stati fermati in Libia e bloccati. 
Di loro – ad oggi – non si sa nulla. Sono stati chiusi in prigioni libiche. Un luogo – lo sappiamo – in cui la schiavitù è all’ordine del giorno, la tortura è una pratica sistematica, le sparizioni sono la norma. Un luogo in cui i diritti umani – quelli che i palestinisti dicono di difendere – sono solo un ricordo lontano, se mai sono esistiti. Eppure – silenzio. Non una parola. Non un grido di indignazione. Non una fiaccolata. Non una manifestazione. Non un post virale. Non un comunicato stampa. Non una dichiarazione di solidarietà. Il silenzio più totale. Assoluto. Imbarazzante. Come mai? 
Perché – se fossero stati fermati da Israele, avremmo avuto interventi di Travaglio, di Schlein, di Albanese, di tutta la sinistra palestinista. Se fossero stati bloccati a Gaza, avremmo avuto titoli: “Israele reprime la pace”, “Israele soffoca la libertà”, “Israele tortura gli attivisti”. Se fossero stati arrestati in Giudea e Samaria, avremmo avuto manifestazioni, petizioni, appelli, interruzioni di trasmissioni televisive. Ma sono stati fermati in Libia – e il silenzio è assordante. Perché? Per due motivi. Semplici, banali, ma rivelatori. 
Primo motivo: questa narrazione non può essere usata contro Israele. E il punto – il vero scopo del palestinismo – non è difendere i diritti umani. È attaccare, delegittimare, mostrificare Israele. Quindi, la Libia non interessa. Le prigioni libiche non interessano. Le torture libiche non interessano. Perché non c’è Israele. Non c’è l’ebreo. Non c’è il sionista. Non c’è il loro nemico. E allora – silenzio. 
Secondo motivo: andare in Libia – davvero – può costare la vita. Non è come andare a Gaza passando per Israele, con il visto, con le autorizzazioni, con la protezione consolare. Non è come fare una “missione di pace” in un paese democratico, dove sai che al massimo ti fermano, ti controllano, ti rispediscono indietro. La Libia è un paese in guerra, senza governo, dove le milizie fanno la legge, dove i sequestri sono all’ordine del giorno, dove stranieri vengono venduti come schiavi. E questo gli attivisti lo sanno. Lo sanno benissimo. Perciò – nessuna flotilla per la Libia. Nessuna “missione di pace”. Nessuna “nave della libertà”. Perché andare in Libia – davvero – è pericoloso. Perché andare in Libia – davvero – può costare la vita. E allora, meglio restare a casa. Meglio fare attivismo performativo. Meglio prendere uno yacht, farsi fotografare con la kefiah, urlare “genocidio”, e poi tornare a casa sani e salvi. E questo mostra quanto certo attivismo performativo si muova all’interno di una cornice di assoluta protezione. Chi è andato in Israele – sulla Flotilla, o anche prima – e ha parlato di “torture”, di “percosse”, di “violenze”, sapeva benissimo che, in realtà, andava verso una democrazia. Un paese dove le regole, la legge, dove i diritti esistono. Sapeva che – al massimo – sarebbe stato fermato, controllato, rispedito indietro. Niente di più. Niente di meno. Poteva permettersi di fare l’eroe – perché sapeva che non gli sarebbe successo nulla. Poteva permettersi di denunciare “crimini” inesistenti – perché sapeva che nessuno lo avrebbe smentito con violenza. Poteva permettersi di recitare la parte della vittima – perché sapeva che il suo corpo non era a rischio. Gli stessi che denunciano Israele come “stato totalitario”, come “dittatura”, come “regime di apartheid”, in realtà sanno che Israele è una democrazia. Lo sanno perché ci vanno. Lo sanno perché parlano. Lo sanno perché tornano. E lo sanno perché – se Israele fosse davvero ciò che dicono – non ci andrebbero. O almeno, non ci andrebbero con tanta leggerezza. 
Ma la contraddizione – la menzogna – non viene mai denunciata. Perché denunciarla significherebbe ammettere che la propria narrazione è falsa. E la narrazione – per la sinistra palestinista – è più importante della verità. Allora – aspetto ancora. Aspetto che parta una Flotilla per la Libia. Aspetto che qualcuno – uno solo – abbia il coraggio di andare a protestare a Tripoli, a Bengasi, a Misurata. Aspetto che qualcuno si faccia arrestare dalle milizie libiche, e poi parli di “tortura”, di “violenza”, di “crimini”. Ma so che non succederà. Perché il coraggio – quello vero – non è andare in Israele sapendo che non ti succede nulla. Il coraggio – quello vero – è andare in Libia sapendo che potresti non tornare. E il palestinismo – lo abbiamo visto – non ha quel coraggio. Ha solo la viltà. La viltà di chi attacca chi è vulnerabile (Israele, la democrazia, l’ebreo) e si inchina ai prepotenti (la Libia, la Russia, l’Iran).

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